[110]. Lapo Gianni nella ballata 2 ha
Io non posso leggera mente trare.
[111]. Vedasi Obry, Sur le verbe substantif et son emploi comme auxiliaire dans les conjugaisons sanscrite, grecque et latine.
Sur le participe français et sur les verbes auxiliaires (Nelle Memorie dell’Accademia d’Amiens).
[112]. Romani vernacula plurima et neutra multa masculino genere potius enuntiant, ut hunc theatrum et hunc prodigium. Curius Fortunatianus in Pithou, Rhetores antiqui, p. 71.
[113]. In Prisciano son già citati fabulare, jocare, luctare, nascere, consolare, dignare, mentire, partire, precare, testare; che nei classici son deponenti.
[114]. Nel romancio di Coira, invece del passivo laudor, si dice veng ludans; sunt vegnieus ludans.
[115]. Nel pronome personale io, tu, noi, voi conservammo dal latino; egli viene da ille, che forse in dativo faceva illui, prima d’essere contratto in illi; e di là il nostro lui; e da eccum illui il colui. Al plurale vi affiggemmo il no, suffisso de’ verbi plurali (ama-no, soffro-no) e s’ebbe eglino, elleno. Loro, coloro, costoro, sono figliati da illorum, istorum; onde si può tacere il segnacaso, e dire il loro consiglio, il costoro piacere, io dissi lui, alma gentil cui tante carte vergo. Voster è analogo di noster e noi lo preferimmo. Gli antichi diceano tui, sui, meo, più analoghi al latino.
Me pro mihi dicebunt antiqui, asserisce ancora Festo, e noi pronunziamo tuttodì me fece, me diede. Anche nis per nobis, donde il ne; ne dissero ecc. La forma fissionale unica del nome italiano non deriva piuttosto dall’ablativo o dall’accusativo, ma è un esito fonetico, nel quale convergevano i diversi casi obliqui del latino casa, ad casa(m), de casa; donu(m), ad donu(m), de dono; nome(n), nomi(na) coi detrimenti fonetici che prima fecero sparire l’m, poi anche l’s, conservata però in tanti linguaggi neolatini (padres, matres, menos spagnuolo: frades, tempus sardo).
[116]. Molti esempj siffatti raccolse A. Fuchs nelle Lingue romancie in relazione col latino (Halle 1849).