A Pompei vedesi scritto: Abiat Venere pompejana irada qui hoc læserit.

Nè mancano esempj di essere come ausiliario. Così Ovidio: «Quassus ab imposito corpore lectus erat» per quatiebatur: e in altri, casus esto, vinctus erit, si furtum conceptum erit, si mortuus erit.

Lucrezio. Manus et pes atque oculi partes animantis totius extant.

Orazio. Hoc miseræ plebi stabat commune sepulcrum: e in Virgilio Dum Troja staret: nondum Ilium steterat: ubi transmissæ steterant trans æquora classe; e in altri stabat acuta silex; stant belli causæ; deserta stat domus. Del quale stare ci sopravanzò stato, verbale di essere. Anzi anche l’andare come ausiliario mostrasi in Virgilio (ite solutæ) e in Orazio (dimissus abibis).

Colla lingua dunque a terminazione variata, consueta negli scritti, viveva quella a terminazione fissa che parlavasi, e che crebbe col volgere de’ secoli, tanto che nell’italiano noi ci troviamo aver conservato le parole che escono in vocale (acqua, stella, porta...), mentre a quelle in consonante appiccicammo una vocale, o ne prendemmo l’ablativo (fronte, arbore, libro...)

Il Galvani[120] mostrò che ne’ primitivi itali c’era si e su, nominativo del sui, sibi, se, e che di là viene il nostro si in si dice, si vuole. In una iscrizione presso il Muratori[121] leggesi: ultimum illui spiritum, come chi dicesse l’ultimo di lui spirito.

L’aggiungere spesso le preposizioni intro e foris tiene del modo nostro: — Ingressus intro (Matteo, XXVI. 58); egressus foras (ivi, 75). Hypocritæ, quia mundatis quod deforis est calicis; (XXIII. 25). Aforis quidem paretis hominibus justi (ivi, 28, dove riconosci il nostro parere, sembrare). Exeuntes foras de domo (X. 14), pleonasmo affatto italiano. Et cum intrasset in domum, prævenit eum Jesus (XVII. 24).

Oltre i vicecasi e i vicetempi, altra differenza grammaticale dell’italiano è il risolvere col che (siccome coll’ὄτι il greco) le proposizioni dipendenti, che il latino mette all’infinito coll’accusativo. Il basso latino, o, come noi crediamo, il parlar popolare v’adoprava il quia e quod, e non ne mancano i classici[122]. La Bibbia ne offre molti esempj. — Ut cognovit quod accubuisset in domo Pharisæi (Luca, VII. 37). Prædicate dicentes quia appropinquavit regnum cœlorum (Matteo, X. 7). Spesso lo usa un autore che scriveva prima dell’invasione dei Barbari, ch’era maestro di retorica, e che pecca di affettazione piuttosto che di negligenza, sant’Agostino. Apriamo a caso le sue Confessioni, e al libro vii. c. 9, narrando come i libri platonici lo avviassero al cristianesimo, dice che in quelli «legi quod in principio erat verbum... quia hominis anima non est ipsa lumen... quia in hoc mundo erat... quia in sua propria venit.... Item ibi legi quia Deus verbum non ex carne, sed ex Deo natus est. Sed quia verbum caro factum est non ibi legi... quia semetipsum exinanivit... quia Dominus Jesus in gloria est Dei patris non habent illi libri. Quod enim ante omnia tempora unigenitus filius tuus coæternus tibi, et quia de plenitudine ejus accipiunt animæ... est ibi». E così prosegue mettendo quia e quod ove i classici avrebbero messo l’infinito, e ove noi mettiamo il che[123].

Senza più dilatarci in esempj, a sovrabbondanza abbiamo veduto come la lingua latina potesse tralasciare qualche sillaba finale; facoltà conservata dalla italiana, ove tronchiamo tante voci, e diciamo ardor, furo, fero, ecc. Ascoltate un contadino toscano, e vi dice a cà, mi pa, u’ o a ì? (dove ho a ire?). Di tali mozzamenti maggior uso fanno ancora i vulghi d’altre contrade. E già il facevano i loro padri all’età romana; e con ciò invece di da mihi illum panem, compendiavano da mi il pane; e Cicerone potè udire questa frase senza meravigliare o frantendere, nè sognarsi che derivasse da imitamento di Barbari.

Le somiglianze o differenze grammaticali, di cui va tenuto maggior conto che delle lessiche, ci autorizzano ad asserire che, delle principali mutazioni nella nuova lingua, nessuna fu portata da imitazione esterna, bensì da evoluzione interna e naturale.