Perocchè, lo ripetiamo, la natura non procede di salto, e ciò ch’è oggi, nasce da quel di jeri. Potreste immaginare un giorno, nel quale gli abitanti d’Italia abbiano cessato di parlare la latina per adottare la lingua del vincitore, o formarsene un gergo, barbarico affatto, e dal quale uscisse poi questa bellissima e organica favella nostra? Non ne aveano essi già tutte le parole dal latino, e tutte le forme dal greco?
Le diversità grammaticali indicano che l’italiano deriva dal latino parlato, anzichè dallo scritto. Questo svolgeasi in ampj periodi e trasposizioni; l’italiano no: quello ha flessioni variate, finali consonanti, mentre l’italiano termina in vocali, e ciò viepiù dove meno Barbari intervennero: segno che persisteva una lingua popolare, in cui era stato introdotto il lessico del latino colto, ma non la grammatica.
§ 12º Andamento consimile nelle evoluzioni di varie lingue.
Che se guardiamo ad altre favelle della famiglia indo-europea, le vedremo tutte tramutarsi da un’antica in una moderna per andamento somigliante, attesa l’identità d’inclinazione e di principj; e passare dal prisco sintetico al moderno analitico.
D’una favella possono alterarsi o l’interna struttura delle parole, o le forme grammaticali. Le parole antiquandosi tendono a surrogare alle consonanti gagliarde e dure le deboli e dolci, alle vocali sonore le sorde dapprima, poi le mute; i suoni pieni s’estinguono a poco a poco e si perdono, le finali dispajono, le parole si contraggono; in conseguenza le lingue divengono meno melodiose; parole che lusingavano l’orecchio, non offrono più che un senso mnemonico e quasi una cifra.
Le forme grammaticali, che possiamo chiamare l’anima delle lingue, di cui le parole sarebbero il corpo, col tempo si confondono fra loro, o si trascurano; s’impiegano fuor di proposito, o si smettono: onde viene un linguaggio mutilato, che, per vivere, conviene adotti organamento nuovo.
E qui rivelasi l’azione rigeneratrice; diremmo oggi, la lotta del vivere. Perita l’antica sintesi grammaticale, smesse le inflessioni, mal distinti i casi de’ nomi, i tempi de’ verbi, i rapporti che prima erano espressi dai segni grammaticali aboliti si dinotano con parole separate, per evitare la confusione; con preposizioni si supplisce alle desinenze che distinguevano i casi con ausiliarj a quelle che indicavano i tempi de’ verbi; i generi si dinotano cogli articoli, le persone coi pronomi. Di tal passo dal sanscrito nacquero il pali e i diversi dialetti pracriti; dallo zendo il persiano, dal greco classico il moderno, il tedesco odierno dall’antico, l’inglese dall’anglosassone, l’olandese dal frisone ch’è affine al sassone, il danese e svedese da quello scandinavo ch’è conservato in Islanda. Così pure dal latino derivarono le lingue neolatine, e specialmente la nostra.
È della natura umana, che una parola che ricorre frequente, la si scorci per parlare più spiccio; si sostituisca un segno semplice a uno complicato: si confondano le gradazioni, si trascurino le distinzioni delicate; e questo svolgimento delle lingue non è sospeso se non quando scrittori classici fanno legge e prefiggono un canone. Il popolo tende a contrarre, a fognare, giacchè parla per parlare, non per parlar bene; e purchè una parola renda il suo pensiero, poco gli cale l’articolarla con esattezza o trascurarne alcun elemento. I’ so per io sono; gnor sì per signor sì; vello per vedilo, Cecco, Bista, Cola, Gino, dugenvenzei sono contrazioni usitatissime; la lingua de’ trecconi è una perpetua contrazione; e così la più parte de’ dialetti. L’uso vulgare confonde le desinenze che distinguono i casi e le persone; darà il genere mascolino ad un sostantivo femminile, o il contrario; dirà voi eri, voi andavi, un poca d’acqua, una libbra e mezzo; porrà l’indicativo pel soggiuntivo, il passato definito per l’indefinito, e ciò non per solecismo ignorante, come chi parli una lingua non sua, ma con regola istintiva, tal che resta comune a tutto un paese, a tutta una classe. Come dunque lo scomporsi, così il ricomporsi delle lingue tiene all’indole dello spirito umano, essendo naturale il rendere con preposizioni od ausiliarj, vale a dire con una sorta di perifrasi, ciò che le modulazioni grammaticali del nome e dei verbi esprimono o male o non più. Se paragoni le lingue primitive colle loro derivate, trovi dappertutto l’accorciamento delle parole. Inoltre ciascun idioma derivato è assai meno ricco di forme grammaticali che i primitivi; il numero duale, che esisteva nel sanscrito, sparve nel pali e nel pracrito; le declinazioni, sì ben distinte nel sanscrito, si confondono nel pali, ch’è suo figlio diretto, nel quale molte voci dell’ottava seguono la prima; di rado si adopera il passivo; la conjugazione offre appena i tempi indispensabili, e uno solo risponde all’imperfetto, al perfetto o all’aoristo del sanscrito.
Come l’alterazione e lo sfasciamento della lingua si manifestano per effetti quasi simili in tutti gli idiomi della famiglia indo-europea, in quasi tutti vi si oppone lo stesso rimedio. Dove i casi divennero troppo scarsi ai bisogni del pensiero, o troppo raffinati per l’uso comune, l’eguale terminazione si adottò per casi differenti, rimovendo la confusione coll’anteporre preposizioni al sostantivo. Ai modi e tempi semplici dei verbi ne furono surrogati di composti cogli ausiliarj essere, avere, volere, fare, venire, divenire. Nel bengali, derivato dal sanscrito, se ne formano quattro modi; potenziale, ottativo, inceptivo, frequentativo, e molti tempi. Nell’indostani, dialetto più alterato che il bengali per straniere influenze, si adoperano essere e dimorare come ausiliarj, il passivo formasi con raddoppiare il verbo essere, e n’è ausiliario il verbo andare. All’antica declinazione zenda, che è conforme alla sanscrita, nel persiano moderno in molti casi si supplì colle preposizioni der, be, ez; sono composti il passato e il futuro, e la voce passiva formasi col verbo essere. Il greco vulgare perdette il passato perfetto; il piuccheperfetto forma mediante il verbo avere, e il futuro mediante il volere, come in inglese; avanti al soggiuntivo pone il να, come in francese il que.
Anche le germaniche sostituirono preposizioni alla terminazione dei differenti casi; tutte si valsero degli ausiliarj dovere, diventare o volere pel futuro, il quale uso degli ausiliarj fu già conosciuto, sebbene non sempre usato da Ulfila, che nel quarto secolo tradusse in gotico la Bibbia. Altrettanto nei dialetti slavi moderni. Nell’antica lingua slavona già si trova il preterito, composto con iesmi (io sono), e due altri tempi formati con ausiliarj. Fra le celtiche, l’irlandese, che conserva i monumenti più vetusti, presenta pure forme grammaticali, mancanti a tutti gli altri dialetti, e vestigia di declinazioni, e specialmente il dativo plurale in aibh, analogo al sanscrito bhyas, e al latino abus. I dialetti bretoni e cornovalesi, più discosti dal tipo primitivo che non il gallese, hanno l’ausiliario io fo; mi a gura in cornovalese, me a gra in bretone. Il gallese esprime il passivo con terminazioni speciali; il bretone non le possiede più, e si vale del verbo essere come le lingue neolatine: il cornico sta di mezzo, conservando le forme passive del gallese, e adoperando il verbo essere come il bretone.