Anche noi nel verbo perdemmo molti tempi, e il gerundio, il supino: nei conservati si soppresse generalmente la consonante finale; gli altri si formarono cogli ausiliarj. Del passivo ci restò solo il participio passato, che serve a formare, coll’avere, i tempi dell’attivo, e coll’essere quei del passivo, contenendo però in sè la sola determinazione, mentre tutte le relazioni del soggetto, numero, persona, tempo, modo spettano all’ausiliare. Perduto è affatto il deponente. Il comparativo sparve quasi in italiano, ma già i Latini vi sostituivano il magis, come magis pius, conservato in altre lingue romanze (mas dulce spagnuolo): e talvolta il plus, come plus lubens, in Plauto, plus formosus in Nemesiano.

L’analogia degli accidenti alfabetici s’incontra dappertutto. Come lavo fa lotus, così causa fa cosa; amavit fa amò. I dittonghi si contraggono, e come seibi in sibi, jous in jus, così audio in odo. Alcune lettere si ommettono, altre si aggiungono per eufonia, o mutansi secondo l’affinità di organi; talune si traspongono sì, che da metuo viene timeo; da magro gramo; da peramare bramare, da metipsum medesimo, fa verecundia vergogna, da dum interim dommentre, poi mentre. La h non fu più aspirata, sicchè divenne superflua; la j cambiossi in g; la x in s; crebbe l’uso della z.

Ognuno vede come facilmente, coi processi indicati, si venisse a fare ciò da ecce hoc, colà da ecce illuc; così da æque sic, ac si, che ne’ dialetti è ancora acsì e ixì; come e como da quo modo; da hanc horam e illam horam ancora e allora; da ad ipsum tempus adesso; da tunc dunque; da ab ante avanti; da post dopo; da retro dietro; da per hoc quid (allungamento invece di nam) l’imperciocchè; il quale da ille qualis, come nel neogreco ὁ ὁποῖος: da ecc’ille quello; da ecc’iste cotesto, cotestui, questo; da veh vai e guai, come in guasto mutossi vasto, in guado vado. Le tre forme di affermazione sì, oil, oc sono dal latino sic est; illud est; hoc est[124].

Da per tutto ci salterà all’occhio questo studio, o dirò meglio istinto del raddolcimento, manifestato col troncare, aggiungere, trasporre: nè di più si richiede per ridurre italiane la più parte delle voci latine.

Non sono abbastanza spiegate certe ragioni eufoniche, per cui una lingua predilige un tale accento, una tale cadenza, una tale combinazione di vocali e consonanti. Quando la favella si trasforma per costituirsi in linguaggio, le parole assumono alterazioni successive piccolissime, finchè incontrano una tale combinazione di suoni che resta prevalente, e determina l’indole eufonica d’essa lingua. Così l’italiano finisce le parole o piane o sdrucciole in vocali, il francese in consonanti coll’accento sempre sull’ultima sillaba e colle nasali; lo spagnuolo ha vocali chiare ma strette, mentre il portoghese le ha cupe: nell’inglese sibilano i suoni fra i denti; nel tedesco si conserva l’accento su ciascun componente delle parole e si pronunzia per tono di voce, anzichè per accento prosodico: nelle lingue semitiche abbondano suoni gutturali e fortemente aspirati. Introducendo in quelle lingue parole forestiere, queste s’acconciano al tipo eufonico.

L’alterazione prodotta dall’uso è viepiù sensibile, quanto più la lingua alterata avanza di età, e più risente delle abitudini popolari, cioè è più parlata e meno scritta. Il vecchio latino appare aspro nel rozzo numero saturnino; e tale si conservò in gran parte nello scritto: ma favellando si temperava per sentimento di eufonìa, sin a ledere la grammatica. Quest’alterazione, già operata dal vulgo ne’ bei tempi romani, e talora accettata dagli scrittori[125], io penso tenesse ai prischi idiomi italici, e vorrei dedurne che la nostra lingua non originò dalla conquista germanica. Il latino volgare avea forme più povere e parole differenti dalle classiche. Da una letteratura esotica, tutta artistica, non nata col popolo nè svolta con esso, venne la lingua scritta, senza impedire che, in bocca al popolo, seguisse la legge universale del movimento, a segno che quando quella potè prodursi in iscritto, si trovò ben differente, modificata senza scrupoli filologici.

Ne segnammo le vestigia nelle iscrizioni, massime dei primi Cristiani, fatte da persone vulgari, cioè che scriveano secondo uso, non secondo grammatica; e più la coltura diminuiva, più gli scriventi s’avvicinavano alla pronunzia, piuttostochè all’uso letterario. I Padri greci continuarono a scrivere meglio de’ latini, perchè la loro lingua essendo più naturale cioè conforme alla parlata, non richiedeva molta coltura; mentre la latina, così artefatta, corrompevasi col diminuire degli studj ad essa necessarj. Oltrecchè l’uditorio de’ Greci era di persone civili, mentre quel de’ Latini componeasi spesso di schiavi o liberti o stranieri importati.

I popoli germanici importando molte voci, indirettamente ajutarono la decomposizione del latino, mentre le tradizioni e le abitudini letterarie da cui erane protetta la purezza, si corrompeano, e il negletto linguaggio delle classi incolte, di quei Casci, di cui dice Cicerone che la lingua non istudiavasi, prevaleva nell’uso all’accurato della classe forbita. Una lingua non perisce se non colla società che la parla: e qui appunto periva la società colta, e con essa il parlare accurato, e riviveva il popolare. Onde alla lingua latina si surrogarono gli idiomi neolatini in virtù di leggi intrinseche e generali, e non per particolari avvenimenti.

La filologia comparata provò che non fu sempre la lingua più organica, in conseguenza la più bella, che venne ricevuta per nazionale. L’alto tedesco è incontestabilmente inferiore al basso tedesco, eppur divenne lingua letteraria dacchè Lutero lo adoprò a tradurre la Bibbia.

§ 13º Influenza de’ Barbari. Periodo di scomposizione.