Le cause di alteramento della lingua letteraria latina crebbero dacchè irruppero i Barbari, e scossero prima, poi annichilarono l’impero romano. È notevole che gli elementi lessicali germanici, divenuti parte dei parlari latini (contano da 300 voci comuni a tutti), s’incontrano egualmente in tutti questi nelle diverse regioni romane. Ciò è indizio che tale immissione è ben più antica dell’ultima invasione, e risale a un tempo quando il latino aveva ancora tanta vitalità, da non poterne venir modificato secondo le varie contrade. E forse si identificava coll’estendersi del latino fuori delle regioni natìe per mezzo delle colonie e degli accampamenti.

Ormai nessuno più crede che i Barbari fossero fiumi di popoli, che affogassero gli indigeni, e portassero non solo devastazione e micidio, ma sovvertimento generale. Fossero anche stati numerosissimi, sarebbe insolito il fenomeno d’un popolo conquistatore, che al conquistato impone la propria lingua. Nelle due Americhe le colonie antiche conservano la favella materna, mentre la conservano anche i prischi abitanti. Che se talvolta quella prevalse, ne fu causa la sua maggior coltura; come nelle colonie eoliche e doriche della Sicilia e della Magna Grecia. Pei Barbari in Italia il caso era l’opposto: una gente rozza sovrapponevasi ad una colta; e se a questa imponeva le leggi sue, doveva ricorrere ad essa fin per iscriverle.

Dov’è però a notare che l’esclusivo patriotismo degli antichi idolatrava la patria favella, repudiando ogni altra. Fra le servitù che Roma imponeva ai vinti, era l’obbligo di parlar latino[126]; Claudio imperatore tolse la cittadinanza ad uno di Lisia, il quale non seppe rispondergli in latino[127]; davanti al Senato contendevasi se avventurare o no un tal vocabolo di greca etimologia, e Tiberio imperatore voleva ricorrere ad una circonlocuzione, piuttosto che dire monopolio.

Da ciò alle antiche favelle l’unità, il carattere specifico, non alterato nelle derivazioni e ne’ composti, mentre le moderne sono formate dei frantumi di varie, sicchè in un solo periodo potresti incontrar voci delle origini più disparate[128]: oltrecchè più popolare essendo la letteratura, meno squisita riesce la forma. Così avvenne del latino, introdotto in paesi, la cui gente aveva gli organi abituati ad altri suoni, e lo spirito ad altra sintassi. Se, come pretende Fauriel, la lingua latina fosse stata decomposta dalle indigene di ciascun paese, dovrebb’essere riuscita differentissima, mentre da per tutto appare simile a quella de’ paesi dell’antico Lazio.

La località fu però uno de’ fattori de’ nuovi linguaggi: e per es. nell’Italia dove il latino parlavasi, le parole conservarono l’estensione; nella Gallia si raccorciarono. Ma che a generare le lingue, dette romanze perchè uscite dal romano, principal parte contribuissero i Barbari, è tutt’altro che provato. I Goti dominarono lungo tempo la Spagna, eppure a stento riscontri alcun vocabolo gotico in quell’idioma, che dall’invasione araba confinato tra le montagne delle Asturie, colla vittoria e colla croce ne discese, e s’impossessò di alcuni termini arabi, di alcuni francesi, ma in fondo rimase latino. Venezia non fu invasa da alcun Barbaro, Verona da tutti, e i loro dialetti si somigliano ben più che non il veronese col contiguo bresciano, o questo col bergamasco, o il bergamasco col milanese, separati appena da qualche fiume. E appunto un corso di acque o la cresta d’un monte frapponevasi a due linguaggi diversissimi, quant’è il toscano dal bolognese. Qui che hanno a fare i Barbari? Se l’articolo ci fosse dato dal tedesco, qualche traccia propria ne resterebbe, mentre non ve n’ha alcuno, anche de’ varj dialetti, che non si derivi e spieghi col e pel latino[129].

La lingua è tradizione, che si fa dalle madri, onde ben dicesi materna; nè gli stranieri ci hanno a vedere. Il cambiamento è neologismo, non barbarismo. Fosse anche durato l’impero, la trasformazione sarebbe avvenuta. Spagna, Portogallo, Francia hanno lingua simile all’italiana e come questa derivata dal latino, ma dal latino popolare non dallo scritto. Ora è certo che i dialetti conservaronsi fra i varj popoli, malgrado il latino; e che colà mai non fu parlato il latino proprio. Raynouard sostenne si fosse formata una lingua comune romanza, da cui derivarono le altre. Ma ciò supporrebbe che già fosse comunemente parlato il latino, val a dire che si fosse cambiata la grammatica originale di que’ paesi nel breve tempo della dominazione romana. Provasi che ciò non fu. E ripugnerebbe pure che il latino, mescolandosi colle lingue originarie differenti, producesse una lingua simile in tutte.

§ 14º Periodo di formazione dell’italiano nell’età barbara.

In somma la lingua parlata scostavasi più sempre dalla scritta, fino a riuscirne due diverse; anche i Barbari conservavano la favella nazionale, ma per ispiegarsi coi vinti adottavano un gergo fra il tedesco e il latino, bilingui anch’essi. Che se in altri paesi il vinto ingegnavasi di usare la lingua del vincitore come segno di emancipazione, l’Italiano preferiva l’antica come ricordo di gloria; e il vincitore stesso che non avea letteratura, valeasi di quella del vinto. Nè solo i preti e i notaj erano latini, ma in latino furono scritti e l’Editto di Teodorico, e le sue lettere, e le leggi de’ Longobardi, sebbene sia dimostrato che queste non doveano servire se non pei conquistatori. In esse sovente alle parole latine s’aggiunge il sinonimo vulgare[130]: prova evidente dell’esistenza di questo, e che trapela anche dalle poche carte di quell’età. Nel feudalismo, i signori trovandosi diffusi nei castelli, in contatto cogli indigeni anzichè coi loro nazionali, smetteano più sempre il tedesco, e diventava comune anche a loro il vulgar nostro nel parlare, il latino nello scrivere.

Quando gli studj erano così scarsi, difficile dovea riuscire lo scrivere questa lingua, mentre già in un’altra si pensava e parlava; ciascuno v’inseriva gli idiotismi del proprio paese; e, come in idioma non famigliare, vacillavasi per l’ortografia, pei reggimenti, pei costrutti[131]. Laonde ne’ rozzi scrittori di carte e di cronache è a cercare l’origine dell’italiana, o dirò meglio l’inconscio mutarsi dell’antica nella nostra favella, prima che fosse adottata per libri.

Il Codice Longobardo abbonda di modi traenti agli odierni: Rotari, leg. 218. Vadat sibi ubi voluerit: riempitivo tutt’italiano, se ne vada.