[201]. Vedi Scorsa d’un Lombardo negli Archivj Veneti, per C. Cantù. Milano 1855. Nell’archivio notarile di Venezia è un testamento di Maria vedova Gradonio de Troja del 1297 settembre, che dice:

«Questo sie lo testamento de Maria, relicta de gradonio de troja. Ordeno soldi XVI de grossi per mese (messe). Eba mio fio Antonio adeso soldi XXX de grossi che lo voi andar a lo pasazo per mi quando elo andera: ese elo non andase, sia tegnuto un altro per mi mandar. Per congregacion grossi VII

per zascuna. Laso ad almengarda soldi vi de grossi. A nida soldi vi de grossi cheo li de dar. A dona lena grossi VII

A sor Margherita soldi II de grossi. A lo nodar che fa lo testamento mio grossi XXII questo cheo e ordenato si sia trato delo fito dela casa e si sia pagato quelo che lago per lanema mia eo elagato ecc.». V. Atti dell’Ist. Veneto, 1862, p. 363.

In un poema in terza rima di Francesco di Carrara il vecchio, pubblicato dal Lami nelle Delizie, occorrono idiotismi veneti; impazzo, fiòlo, maraveia, angossa, fazza. Nelle carte di Emanuele Cicogna è un poema sulla vita di Gesù Cristo, copiato nel 1420, dove si trova, fra tant’altre bizzarrie, stagno per fermo, qual si usa tuttora in Lombardia; e «dumente che de la catolica fede sia zelatore» invece di purchè, come anche oggi dicesi in Lombardia domà. Per quanto l’amor patrio la ripudii e la critica la appunti, non si può con certezza asserire falsa la lettera di Dante a M. Guido da Polenta, scritta da Venezia il 30 marzo 1313. In essa egli lamenta che il Consiglio veneto non intendesse il latino. «Giungendo alla presenza di sì canuto e maturo collegio, volsi fare l’ambasciata vostra in quella lingua, la quale, insieme con l’impero della bella Ausonia, è tuttavia andata ed anderà sempre declinando: credendo forse ritrovarla in questo estremo angolo sedere in maestà sua, per andarsi poi divolgando, insieme collo Stato loro, per tutta Europa almeno. Ma ohimè! che non altramente giunsi nuovo ed incognito pellegrino, che se testè fossi giunto dall’estrema ed occidentale Tile: anzi io poteva assai meglio qui ritrovare interprete allo straniero idioma s’io fossi venuto dai favolosi antipodi, che non fui ascoltato colla facondia romana in bocca. Perchè, non sì tosto pronunciai parte dell’esordio, ch’io mi avea fatto, a rallegrarmi in nome vostro della novella elezione di questo ser Doge, che mi fu mandato dire o ch’io cercassi di alcuno interprete, o che mutassi favella. Così mezzo fra stordito e sdegnato, nè so qual più, cominciai alcune poche cose a dire in quella lingua che portai meco dalle fasce; la quale fu loro poco più familiare e domestica che la latina si fosse».

Ciò attesterebbe che fin d’allora usavasi il dialetto veneto anche in materie gravi e di Stato. Del qual dialetto abbiamo nuovi documenti nelle parole e frasi che il signor Luigi Pasini racimolò in carte dell’Archivio generale, dove fin nell’XI secolo abbiamo i nomi Valentino de pantano, Orso Zorzi Gambaserica, Stephanus de Calle, Dominicus Zane, e i luoghi de Dorsoduro, da Cavanna, patriarcado, i fondamenti dananti ripa, e bene repremere et sapare l’uva e pigiarla a pede coverto. Questa messe cresce ne’ secoli seguenti, ma è a dolere ch’egli ce ne dia le voci staccate, anzichè la frase stessa. Il documento del 1223 porta la denunzia e stima di alcune proprietà, dove troviamo:

la casa et la terra de loponte de albrigeto et cognato ejus, libre CCCC

la casa et la terra de tomao ferrario, libre CXIJ ecc.