E quei pensando ch’io ’l fessi per voglia Di manicar. Inf., XXX.
Ma il suo scrivere, quanto alle parole, è identico con quel dei toscani suoi contemporanei, sicchè, s’egli asserisce d’aver usato lingua diversa, «ciò tanto gli si dovrebbe credere (dice il Machiavelli) quanto ch’ei trovasse Bruto in bocca di Lucifero».
Del toscano fa altrove grandi elogi, e dice essersi valso del vulgare fiorentino, propriamente quello che parlavano suo padre e sua madre. «Questo vulgare fu congiungitore delli miei parenti, che con esso parlavano... perchè manifesto è lui esser concorso alla mia generazione, e così essere alcuna cagione del mio essere... e così è palese e per me conosciuto esso essere stato a me grandissimo benefattore... Se l’amistà s’accresce per la consuetudine, manifesto è in me sommamente cresciuta, che sono con esso vulgare tutto mio tempo usato». Convivio, Trattato I, cap. 13.
[212]. Questo partito sembrerebbe opportuno anche per un dizionario etimologico italiano, dove s’abbandonassero le voci derivate più o meno direttamente dal latino e dal greco, e si esaminassero quelle che hanno origine diversa: p. e. ammiccare, astio, avello, avventare, baccello, bagliore, balza, berlina, bieco, bigoncia, bilenco, bisbiglio, bolso, boria, broncio, brutto, bufera, bussare, caffo, ceffo, ciacco, cimento, covone, crusca, dileggiare, elsa, foggia, frasca, gara, gire, gozzo, masso, minestra, melma, nastro, pazzo, pentola, pergamo, peritarsi, pezzente, pignatta, salassare, schiaffo, ticchio, tomajo, topo, tralcio, vetta, vizzo, vuoto, zolla, zuffa.
Molte voci abbiamo derivate dal greco, che non trovansi in latino, come
| masticare da | μασταζειν | zio | θεἳος |
| spata | σπάθη | liscio | λισσός |
| tomba | τύμβος | mustacchi | μύσταξ |
| ballare | βαλλίζειν | piatto | πλαύτς |
| botte | βύτις | pitocco | πτωχός |
| borsa | βύρσα | tapino | ταπεινός. |
Girare, che è in Plinio, Nat. Hist., viene da γῦρος, donde noi traemmo giro. Magari!, che i Latini diceano utinam, è dal greco μακάριος, e trovasi già in Ciullo d’Alcamo (macara se dolesseti), e in altre lingue romanze, come nel romancio di Coira, magari ca ei fuss bucca ver, così non fosse vero! e nel valacco màcar cë: nel serbo makar; nell’albanese màcar.
In Calabria si dice tuttora crai, poscrai per domani e posdomani; velte per tronco; vertola per bisaccia.
I grammatici ne dicono che gli Etruschi chiamavano καῶρα la capra: come i Siculi καγχαλος il ganghero.
Il napoletano dice strata, più vicino al latino che strada; e annare, comannare, siccome nel latino primitivo imbattiamo innulgentia, verecunnus, e in Plauto, tenno, distenno, dispenno.