766. Ita decrevimus ut per ipsum monasterium sancti Bartholomei fiant ordinata et disposita. Brunetti, i. 289.
767. Excepto silva qui fue de ipsa corte... Excepto forte Fosculi, qui fue barbano (barba, zio) ejus. Ant. ital., V. 748.
770. Hoc decerno, ut cum ipsis rebus quas vobis concido, vel pos meo decessu reliquero, siatis in monasterio, ut per singulos annos persolvere debeatis pro anima mea in ecclesia Sancti Salvatoris... per quam abueritis, reddatis in ipsa ecclesia vel ad ejus rectores in aureo soledo uno, aut pro auro, aut per circa, vel pro oleo, aut per quem volueritis in ipso Dei templo, pro anima mea reddere debeatis. Brunetti, i. 287.
Frasi italiane da un pessimo latino traspajono negli insegnamenti d’un chimico dello stesso secolo, ove si legge: Cuse ipsas pelles, laxa dissicare, batte lamina; et post illa battuta, per martellum adequatur, tam de latum quam de longum; scaldato illo in foco, batte, et tene illud cum tanalea ferrea; sed tornatur de intro in foras; dextende eum, ibi scalda, pone ad battere, sufficienter; modicum laxa stare, et lixa illud, ecc. — Imple carbonibus et decoque, ut superius diximus, josu (giuso) ligna et sus carbones. — Et si una longa fuerit vel curta, per martellum adequatur (Ant. italicæ, II. 380). Chi negherà che costui parlava italiano?
Nel musaico che da papa Leone III ponevasi in Laterano il 798, cioè nella città più colta del mondo e dal ristauratore degli studj, è scritto: Beate Petrus, dona vita Leoni pp. e victoria Carulo regi dona; dove già vedete abbandonate le desinenze, e raccorcia la congiunzione. Allora il popolo alle preci rispondeva Ora pro nos. Tu lo adjuva. Nel testamento di Andrea arcivescovo di Milano nel 903 si legge: Xenodochium istum sit rectum et gubernatum per Warimbertus humilis diaconus, de ordine sancte mediolanensi ecclesie nepote meo et filius b. m. Ariberti de befana, diebus vite sue. E quattro anni più tardi un altro: Pro me, et parentorum meorum, seu domni Landulphi archiepiscopi seniori meo, animas salutem. E altrove: Foris portæ qui Ticinensis vocatur — Ego Radaperto presbitero edificatus est hanc civorio sub tempore domno nostro...
Strafalcioni così madornali, e fra persone addottrinate come erano prelati roganti e notaj rogati, convincono che il latino non parlavasi più nemmeno fra la classe elevata; giacchè chi detta in lingua propria accorda nomi e verbi senza dar in fallo, mentre in bizzarre sconcordanze inciampa chi presume adoperarne una differente. Di qui pure la durezza delle costruzioni, l’ineleganza degli idiotismi, la mancanza di spontaneità, la varietà degli stessi solecismi, attesochè non provenivano da un comune modo di favellare, ma dal capriccioso faticarsi di ciascuno per latinizzare il proprio linguaggio.
Ne è novella prova il vedere che spesso il notaro o lo storico credesi obbligato a spiegare in vulgare il nome latino. Così san Gregorio Magno circa il 594: Ferramenta, quæ usitato nomine nos vangas vocamus.
In un sermone del beato Ramperto dell’838 a Brescia, raccontasi d’una bambina che correva nelle braccia del padre gridando vulgari voce, Atta Atta, che è il tatta di cui già dicemmo.
Nella vita di san Colombano, scritta il decimo secolo (Acta SS. sec. VII, pag. 17): Ferusculam, quam vulgo homines squirium vocant (écureuil, ghiro).
Nel monaco di Bobbio (Ant. ital., II. 350): Legumen pis, quod rustici herbiliam vocant; e ancora il pisello dal vulgo lombardo chiamasi erbii, erbei, erbion.