In un livello del 1033: Manifestum sum ego Theuderico filio b. m. Ildebrandi, secundum convenenza nostra, et quia dare atque abendum et cassina ibidem levandum, et per hominem tuum ibi resedendum... idest terre pezze tres, quæ sunt posite illa una in loco Poccano, et illa alia in loco Versinne ubi dicitur Salingo, et illa terza pezza in loco ordinanna ecc. (Ricordi storici di Filippo di Cino Rinuccini. Firenze 1840).

Qui ille fa appunto le veci di il, lo, le, l’una, l’altra. L’ipse fu adottato dai Sardi, dicendo so invece di lo[132].

Del verbo sostantivo, declinato all’italiana, ecco altri casi: Doc. lucch. al 732, Semper nobiscum sia; al 786, Eravamu; al 992, Una petia de terra quod è sterpeto; e al 999, Retta fu per Gualperto massario.

Che che ne sia delle diffamate carte d’Arborea, nell’archivio di Pisa ne esiste una del tempo del vescovo Gerardo, che morì nel 1080, dove, tra molt’altre vestigia d’italiano, si trovano parole con suffissi; p. es. et ego donolislu, ed io donoglielo; de levarelis teloneum, di levargli teloneo; de facerlis justitia, di fargli giustizia; ego faciudelis carta, io fecigli carta, et fecila pro honore de omnes amicos meos, fecila per onore di tutti gli amici miei.

In fronte al volume V dei Documenti lucchesi fu dal Barsocchini messo un piccolo dizionario delle voci e modi italiani che vi si riscontrano[133], e da carte precedenti o vicine al Mille scegliamo i seguenti modi e vocaboli: abitatori in plurale; acquaticcio per luogo dove l’acqua ristagna; al pari, altercagione, assalto, avere co’ suoi declinati avea, avendo, avente (per es. nel 997 Cum duo libelli, quos abeba fatti); exungia pel grasso d’animali, sugna; baroccio, bifolco, bigoncia misura di vino; briga e brigare; buonafede, mura a pietre et calcina et a rena construite; caldararo, canapajo, canova, cantone, capanna murata, castagneto, cerreto, commare; ille in cui nos ecc. Ildebrando dalla petra da dosso, duomo, fenile, filiastro, guardare e riguardare, imboccare, inante, involare, in ultimo, ivi, lamento, legname, luccio pesce; mandrile, miccio e merlo animali; molino, moaetario, torre muzia; necessario per latrina; uno pario pulli, homo parmisiano, pogio, porcile; potere co’ suoi declinati possa, possiamo, se puoti; riposterio, roncare, ruscello, scaldare, segatura, setacciare, socero e socera, staccare, torto per ingiustizia, trasmontana; e così i diminutivi Anselmuccio, casalino, carboncello, collina, fiumicello, fontanella, monticello, ponticello, stanza con stanziola e stanzetta; e i numeri sette, nove, diece, undici, tredici, quattordeci, quindici, venti, dugento, cinquecento.

§ 15º Periodo d’organamento.

Siccome Romani erano chiamati dal conquistatore tutti i vinti, così romana o romanza fu detta la loro favella non solo in Italia, ma dovunque a colonie latine si sovrapposero i Barbari[134]. Riprotestiamo d’esser lungi da quelli che credono una lingua romanza fosse parlata in tutta l’Europa latina; fatto da nessun documento provato, e dall’analogia smentito. Se latino non parlavano le provincie neppure ai tempi più robusti dell’Impero, allorchè da Roma vi andavano e leggi e magistrati, quanto meno dopochè furono inondate da popoli di vulgari differenti e incolti?

Papa Gregorio V nel suo epitafio del 998 è lodato perchè

Usus francisca, vulgari et voce latina,
Instituit populos eloquio triplici.

Ambrogio vescovo di Patti in Sicilia nel 1081 fa stendere una carta di memoria nel linguaggio officiale, che è tradotta in vulgare pel popolo.