Verso il 1090 Augerio vescovo di Catania concede ai catecumeni che non sanno di greco e latino di rispondere in vulgare all’amministrazione del battesimo.

Troppo m’è dubbia l’iscrizione che il Baruffaldi reca, nella prefazione ai poeti ferraresi, del mile cento trempta cinque nato: ma qualcuna se n’ha di quell’età a Pisa. Quella del Duomo del 1068 porta:

Anno, quo siculas est stolus factus ad horas; e fare stuolo è modo affatto italiano. Alessandro da Morena (Pisa illustrata, p. 303) dà come esistente sulla verrucola in un bastione verso ponente quest’altra:

A di dodici gugno MCIII.

Sebastiano Ciampi trasse queste due dal Camposanto:

Biduinus maister fecit hanc tumbam ad domn Giratium.

Hore vai. p. via. pregando dell’anima mia si come tu se ego fuit sicut ego fu tu dei essere.

Biduino lavorava nel 1180.

Il latino fin al VII secolo si accorge ch’era parlato; dappoi non è che affettazione dello scrivente, è lingua morta; nei libri scritti del XII secolo perdette ogni sapore antico, e parole, costrutti, frasi sono alterati in modo, da far accorgere che lo scrittore traduce il suo pensiero da una differente favella. Quel che sapevano di latino poteva farli schivare le flessioni popolari e le parole nuove, ma non i costrutti e la collocazione di parole speciali a ciascun dialetto, in cui pensavano e parlavano.

Questa lingua vulgare in Italia teneva molta conformità col latino letterale; talchè Gonzone, italiano del 960, dice che nel parlar latino gli era talvolta d’impaccio l’abitudine della lingua vulgare, tanto a quella somigliante[135]. Talvolta ancora lo storico pone detti vulgari in bocca de’ suoi personaggi[136], o lasciasi per abitudine cascar dalla penna idiotismi e frasi, quali usavano nel parlare casalingo, e che ritraggono non meno dell’ignoranza dello scrittore, che del paese ond’egli è. Tutte prove che già era distinto il linguaggio nuovo dall’antico.