addemandaru se presente,

ambo addemandaru de nubelle

l’unu ell altru dicu se nubelle....

Nel 1186, Bonanno di Pisa fondeva le porte di bronzo del duomo di Monreale in Sicilia, e ne’ quarantadue scompartimenti istoriati poneva iscrizioni, delle quali alcune sono quasi, altre affatto italiane: Eva serve a Ada. — Caim uccise frate suo Abel. — Iosep, Maria, puer fuge in Egitto. — Battisterio. — La Querrentina. — Iudi tradì Cristo.

Contemporaneo si fa un marmo di Firenze, che il Crescimbeni distribuì in versi, ov’è raccontata l’avventura d’un Ubaldini al tempo di Barbarossa: ma all’autenticità di quello gravissimi dubbj oppone la critica.

In quell’anno era già nato san Francesco d’Assisi, del quale è affatto italiano il Cantico del sole. Ma potrebbe essersi rimodernato da Bartolomeo di Pisa, che lo trascrisse in un libro del 1383, censessant’anni dopo morto il santo.

Del quale anche altri versi sono riferiti da san Bernardino da Siena, ma probabilmente ringiovaniti; anzi il dotto Affò, nella Dissertazione sui cantici vulgari di san Francesco, nega sieno del serafico, o veramente ch’esso dettolli in prosa, ed altri li rimò. Pure in italiano doveva egli predicare, atteso che ne’ Fioretti leggesi che in Montefeltro prese per testo il proverbio vulgare «Tanto è il ben che aspetto, Ch’ogni pena mi è diletto».

E quest’usanza era d’altri. Farinata, per difendere a viso aperto Firenze contro quei che consigliavano a torla via, cominciava da due proverbj: «Siccome asino sape, così sminuzza rape. Si va la capra zoppa se il lupo non la intoppa». Il consiglio d’uccidere il Bondelmonte fu espresso con altro proverbio: «Cosa fatta capo ha». Frà Salimbeni al 1235 cita un proverbio de’ Toscani: «D’omo alevadizo e di piuolo apicadizo non po l’hom gaudere»; e spesso dà canzoni e satire correnti: come al 1241 quando era podestà di Reggio Lambertesco de’ Lamberteschi, quidam fecerunt rithmos de eo dicentes: «Venuto è ’l lione De terra fiorentina Per tenire rasone In la città reggina». E altrove: «Tu no cura de me, e no curarò de te — Or ritorna frate Elìa che pres’ha la mala via»: e dice che frà Cornetta, uno dei molti predicatori di pace, faceva cantare al popolo preghiere vulgari, come queste: «Laudato et benedetto et glorificato sia lo Patre, sia lo Fijo, sia lo Spirito Sancto, alleluja, alleluja».

Nel 1233, 3 dicembre, Federico II scriveva a papa Gregorio IX che mandasse missionarj per convertire gli Arabi di Lucera, avvertendo che capivano l’italiano. Quia vero placet sanctitati vestre aliquos fratrum ordinis predicatorum transmittere ad conversionem Saracenorum, qui Capitanata Luceriam incolunt, et intelligunt italicum idioma, gratum est nobis ut iidem predicatores veniant, et incipiant nomen domini predicare[145].

Basta guardare i discorsi rimastici di quei tempi per convincersi che chi li faceva, se anche usasse il latino, parlava però l’italiano; e l’italiano quei che gli udivano. Il famoso Odofredo, terminando di leggere il Digesto all’Università di Bologna, così congedava gli scolari: Dico vobis quod in anno sequenti intendo docere ordinarie bene et legaliter sicut unquam feci. Non credo legere extraordinarie, quia scholares non sunt boni pagatores: quia volunt scire sed non volunt solvere, juxta illud, SCIRE VOLUNT OMNES, MERCEDEM SOLVERE NEMO. Non habeo vobis plura dicere: eatis cum benedictione domini. Di sant’Antonio di Padova è scritto che italico idiomate adeo polite potuit quæ voluit pronuntiare, ac extra Italiam nunquam posuisset pedem (Wadingi Annales): e le sue prediche ci sono conservate in latino, ma di evidentissima origine italiana. E tale parlava certamente quell’Andrea da Firenze che, secondo Benvenuto da Imola, diceva in pulpito: O domini et dominæ, sit vobis raccomandata Monna Tessa cognata mea, quæ vadit Romam: nam in veritate, si fuit per tempus ullum satis vaga et placibilis, nun est bene emendata: ideo vadit ad indulgentiam.