D’altre siffatte bizzarrie potremmo ricreare la noja di questo discorso; ma tornando al serio, nomineremo Gaufrido Malaterra, storico ben noto de’ re Normanni di Sicilia e buono scrittore latino, il quale però, ad istanza del principe, scriveva canzoni plano sermone et facili ad intelligendum, quo omnibus facilius quicquid diceretur patesceret. E ne adduce alcune, fra cui questa allorchè a re Ruggero nacque Simone, appena morto il primogenito:

Patre orbo gravi morbo sic sublato filio

Unde doleret quod careret hæreditatis gaudio,

Ditat prole quasi flore superna prævisio.

Qui voi avete notato e la misura e il ritmo moderno, cioè la sostituzione della poesia ritmica alla metrica.

Poco divago dal tema se tolgo a provare che qui pure la poesia originaria de’ prischi Itali era ritmica, quale appare ne’ versi Saturnini, nel Carme Arvale e in altri carmi deprecatorj, medici, magici, che recitavansi assa voce, vale a dire senza accompagnamento musicale, ma marcando col piede l’accento; e le canzoni convivali ricordate da Catone; e forse i versi Fescennini, e certo que’ versi popolari che Svetonio, inesorabile raccoglitore di aneddoti, ci conservò, e giù fino ai notissimi di Adriano morente, indocili alle conosciute misure.

L’imitazione greca introdusse i metri dattilici, ma come armonia fittizia, arbitraria, non connaturata alla lingua, e preoccupandosi delle convenienze accidentali del metro, e di pretese analogie coi modelli greci, anzichè della vera pronunzia: segno che il tono cadea spesso sulle brevi, e gran numero di sillabe rimanevano comuni, cioè incerte. Tutt’artifiziale essendo tale melopea, la quantità diveniva facilmente corruttibile, e per quanto i poeti cercassero aumentare l’armonia de’ loro versi col sottomettere a un ordine sistematico i piedi liberi, cioè determinare la successione de’ dattili e degli spondei, o prefiggere il posto delle cesure e fin la lunghezza delle parole, l’armonia fra’ Romani non acquistò tampoco la forza d’un’abitudine. Quando poi la pronunzia restò unica signora della lingua, essa ricondusse le convenzionali differenze a una qual si fosse uniformità, dedotta dall’accento; e i poeti dapprima variarono ad arbitrio le regole prosodiche, poi confessarono ignorarle, e sul tipo dell’antico esametro congegnarono versi, che non teneano punto alla melopea antica. Aggiungete che, al deperire della squisitezza classica, rivalsero le forme indigene; e qui pure assai operarono i Cristiani, dove l’ispirazione essendo personale, e predominante il sentimento, non subordinavansi le emozioni ad una misura materiale, bensì questa appropriavasi ai pensieri, e l’espressione melodica sostituivasi alla plastica regolarità. Lo vediamo negli inni della Chiesa, ove negligevasi la quantità per cercare soltanto il numero delle sillabe e far agevolezza alla musica. E anche degli altri versi si variò la misura, sempre con riguardo al numero, non alla lunghezza o brevità delle sillabe.

Questa digressione valga di riprova al nostro assunto, giacchè qui vedrebbesi riprodotto lo stesso andamento che nella lingua. Abbiamo canzoni popolari che si usarono in varj tempi, dal canto delle sentinelle sugli spalti di Modena minacciati dagli Ungari[146], fin alle invettive contro Federico II. Erano latini almeno di desinenza; il che prova quanto fosse vulgarmente conosciuta la lingua latina, ridotta però alla sintassi popolare, che forse costituiva la sola differenza dall’italiano, insieme colla trascuranza delle terminazioni, che, dapprima soltanto propria della plebe e de’ parlanti, allora s’accomunò anche agli scriventi.

§ 16º Prime scritture italiane.

Non sorgeano dunque le lingue nuove per arte e proposito, ma dietro all’eufonia e all’analogia, secondo la logica naturale e quell’istinto regolatore, che così meraviglioso si manifesta ne’ fanciulli. In conseguenza variava secondo i paesi, cioè formavansi dialetti. Alla parte poetica, anima di ciascun dialetto, si univa l’erudizione, cioè gli elementi trasmessi dal mondo antico; e così le lingue moderne, poetiche e popolari di natura, si rimpulizzirono sull’esempio delle precedenti.