Pargoleggiarono esse finchè scarse le comunicazioni e gli affari in cui adoperarle; ma quando anche il popolo, redento dalla servitù feudale, fu chiamato a discutere dei proprj interessi, dovettero acquistare estensione e raffinamento i dialetti, non volendo l’uomo nei consigli parlare altrimenti che nell’usuale conversazione, nè potendo ciascuno avere in pronto il notaro che esponesse i suoi pensamenti in latino. Così il vulgare sollevavasi dalle faccende casalinghe, in mezzo a cui erasi formato.
La separazione dei Comuni e dei Feudi avea portato prodigiosa varietà di loquele. Quando si fusero in piccoli Stati, poi i piccoli in grandi, un dialetto speciale fu adottato di preferenza, in prima nelle canzoni, poi nella prosa, accostandosi sempre più all’unità, non fra chi parla ma fra chi scrive, deponendo ciò che v’era di più speciale, e formandosi una tradizione letterale; e le nazioni acquistarono anche quel che n’è distintivo primario, la lingua.
Anche in questa si rivela la condizione politica; e mentre la Francia restringevasi in unità di dominio, e con essa veniva unità di linguaggio[147]; da noi, fra tanto sminuzzamento di Stati, altrettanto se n’ebbe dei parlari, e più di uno recò innanzi pretensioni di priorità o di coltura.
Dante asserisce che cose per rima vulgare in lingua d’oc, cioè in provenzale, e in lingua di sì non siensi dette se non 150 anni prima di lui, lo che rimonterebbe al 1150, e lo rincalza Benvenuto da Imola nel suo commento. Quanto al provenzale, egli è smentito da numerosi documenti[148]. L’italiano, tardi fu sentito il bisogno d’usarlo letterariamente, attesochè possedevamo il latino, formato e nazionale.
Che Folcalchiero de’ Folcalchieri, cavaliere senese, fosse contemporaneo alla pace di Costanza, lo inducono dal principio di quella sua canzone:
Tutto lo mondo vive sanza guerra,
Ed eo pace non posso aver neente.
O Deo, come faraggio?
O Deo, come sostenemi la terra?
E par ch’eo viva en noja de la gente.