A re Manfredi, che governò le Sicilie dal 1258 al 66, è diretto il Fior di retorica, dove frà Guidotto da Bologna, a vantaggio de’ laici che non sono alliterati, cioè non sanno di latino, raccolse alcuni precetti di Cicerone volgarizzandoli; avvegnachè mal agevolmente si possa ben fare, perchè la materia è molto sottile a me non ben saputo, e le sottili cose non si possono bene aprire in vulgare. V’avea già dunque persone che adopravano l’italiano a componimenti studiati, se per loro il frate bolognese preparò un trattato di retorica. E diceva loro: «Qualunque persona vuole sapere ben favellare piacevolmente, si pensi di avere prima senno, acciocchè conosca e senta quello che dice; poi prenda ferma volontà di operare giustizia e misura e ragione, acciocchè dalla sua parola non possa altro che ben seguitare; e questo libro legga sicuramente, e senta meco certi ammaestramenti che sono dati dalli savj in sul favellare; e da che gli ha letti e ben impressi, si usi spesse volte di dire; perchè il ben parlare si è tutto dato alla usanza, che ogni cosa si acquista per uso, et abbassa molto per disusare, e senza usare non può essere alcuno bono parlatore».

Già adducemmo canzoni popolari.

In tutta Europa vicino al Mille si ha esempj di Ludi e Rappresentazioni, ma sempre latini. Nessuno invece ne resta in Italia: forse perchè si fecero subito in italiano; i quali modificati poi col variar della lingua, giunsero fino a noi, creduti d’età più tarda. Tale forse la rappresentazione che, nel 1243, si fece in Prato della Valle a Padova; e quella che nel 1273 a Siena, per festeggiare l’assoluzione dalla scomunica.

§ 17º Della lingua romanza e della siciliana.

Non è del nostro assunto il librare il merito de’ poeti di Sicilia e del Reame: ma quanto alla lingua, non crediamo usassero quella del loro paese, bensì se ne proponessero una, comune alla gente colta; quella che Dante intitolò cortigiana.

Se fosse dimostrato che, prima d’altrove, in Sicilia siasi parlato italiano, n’avrebbe rinfianco il nostro asserto sulla scarsa efficienza dei Barbari. Ma altro è parlare, altro è scrivere, e immiseriscono la questione quelli che attribuiscono la formazione delle lingue ad alcuni, e foss’anche a tutti i letterati, mentre solo dal popolo esse riconoscono vita e sovranità. Forse che filosofi e poeti hanno l’intelligenza che inventa e la possanza che fa adottare le parole? Al più, sanno dall’uso arguire le leggi. Per ispiramento ghibellino e per adulazione a Federico II e sua Corte si asserì che in questa siasi primamente sostituita nel poetare la lingua italiana alla provenzale; e Dante imperiale dice: «Perchè il seggio regale era in Sicilia, accadde che tutto quello che i nostri precessori composero in vulgare si chiama siciliano: il che ritenemmo ancora noi, e i nostri non lo potranno mutare»[152]. Or bene, noi sfidiamo a trovare verun altro che mai intitolasse siciliano il parlar nostro. Solo il Petrarca, per condiscendenza d’erudito, scrive che il genere della lingua poetica apud Siculos, ut fama est, non multis ante seculis renatum, brevi per omnem Italiam ac longius manavit[153]. Ove del resto s’intende di poesia, non di lingua; e potrebbe darsi che Federico, udite in Germania le canzoni che i Minnesingeri ripetevano per le Corti, volesse averne alla sua in lingua italiana[154]. Era dunque la Corte siciliana un centro di poesia erotica, colta, alla foggia provenzale. Dante stesso, quando antepone i Siciliani, non vuole intendere del loro parlare; anzi i parlari riprova tutti, e quel della gente media di Sicilia non trova migliore degli altri; ma poichè colà sedevano que’ da lui vantatissimi Federico e Manfredi, e accoglievano il fior di tutta Italia, al contrario de’ sordidi e illiberali principi del restante paese, dice che gli scrittori riuscivano in nulla diversi da ciò ch’è lodevolissimo. Nè si creda (conchiude) che il siculo e il pugliese sia il più bel vulgare d’Italia, giacchè quei che bene scrissero se ne discostarono[155].

Non basta quest’ultima confessione a scassinare il suo edifizio?

Plauto, nel prologo dei Menecmi, professa non avere atticizzato, ma sicilizzato (atque ideo hoc argumentum græcissat, tamen non atticissat, verum at sicilissat).

Anche Cicerone (in Verrem) rinfaccia al suo competitore Cecilio d’avere imparato le lettere greche non in Atene ma al Lilibeo, le latine non a Roma ma in Sicilia. E forse la poca finezza del parlare nascea dall’usarsi in quell’isola insieme il greco e il latino e fors’anche il cartaginese pel commercio. Infatto Diodoro vanta d’aver imparato la lingua di Roma in grazia del commercio che i Romani faceano in Sicilia (Introduzione).

Certo però il siciliano odierno tiene molto dell’antichissimo latino, giacchè vi si dice argentu, locu, pani, che è il latino pretto, colla m e la s fognate all’arcaica; vi si dice jocu, jugu, judici dove il toscano fece giuoco, giogo, giudice: e amau, laudau per amò, lodò, e così via. E senza ricorrere al paradosso del Galiani, una riprova del nostro assunto si trova in monsignor Crispi, Sul dialetto parlato e scritto in Sicilia: e in Di Giovanni De div. Sicul. officiis, dove mostra le mutazioni di lingua, che prevalsero in Sicilia secondo i tempi.