Giulio Perticari, oltre adottare le teoriche del Cesarotti, del Muratori, del Napione nel rattizzare col Monti quistioni sopite, trapiantò fra noi il paradosso del francese Raynouard, supponendo che dalla corruzione della lingua latina uscisse una comune, che si parlava da tutte le nazioni neolatine, le quali poi separandosi formarono lingue proprie; opera di letterati più che del popolo[156]. Argomentò in conseguenza, che in ogni parte d’Italia si scrivesse con pari correzione o scorrezione. Per sostenerlo recò passi d’autori di vario paese: nè prese scrupolo di far qualche alterazione al loro dettato, sicchè paressero meno corretti i toscani, meno scorretti gli altri; donde conchiudere contro la superiorità, che ai Toscani concedono tutti, almen nella pratica. Senza tener conto delle mutazioni a lui imputabili, si noti che di quelle poesie non abbiam forse nessun esemplare contemporaneo e autentico; e nel trascriverle avrà molto operato o l’imperizia o il capriccio degli scrivani: fors’anche passarono tradizionalmente per le bocche, modificandosi secondo e i tempi e il paese; quello poi che o primo le ridusse in iscritto o le ricopiò, adattolle al gusto e alla pronunzia sua: e i Toscani poterono intoscanare le poesie d’altri paesi, come i Lombardi avranno guasto le toscane[157]. N’è conseguente la poca diversità che si nota fra i primi poeti; e che anch’essa deriva dalla differente coltura dei singoli, e dalla trascrizione, in cui si perde l’immagine del primitivo idioma.

Poi anche oggi potrebbero addursi deh quanti Toscani che scrivono men bene del Giordani e del Puoti (rimoviamo l’invidia col nominar solo i morti); ma domanderemmo se questi si proponessero scrivere il parmigiano e il napoletano, o se piuttosto cercassero il toscano, anzi il solo toscano senza fiato del dialetto natio: e vi riuscissero con arte maggiore di quei troppi che, avendolo dalla madre, ne sconoscono il merito e le finezze.

Pel proposito dunque del Perticari sarebbe importato provare che nel regno di Federico II si parlava qual veramente troviamo scritto da lui e da’ suoi. Prove dirette ci mancano; forse n’è alcuna in contrario.

Ciullo d’Àlcamo vorrebbero vivesse col Saladino, cioè fra il 1174 e il 1193, giacchè canta,

Se tanto aver donassimi

Quant’ha lo Saladino;

ma la menzione che fa degli agostari lo tirerebbe a più tarda età, essendo essi battuti da Federico II il 1222: se non che rifletterono che il loro nome è più antico, e fin de’ tempi longobardi, a fede del Muratori[158].

Di Ciullo è notissima una lunga cantilena a botta e risposta; della quale non conosciamo veruna lezione buona, nè manoscritti antichi che ce la possano sincerare. A me parve che il poeta in essa mettesse a dialogare l’amante in lingua toscana o cortigiana, coll’amica nel suo dialetto pugliese, mal riprodotto da lui o dal copista siciliano. Così (mutando qualche parola a idea, piuttosto che coll’appoggio di codici) leggeremmo:

Amante. Rosa fresca aulentissima

Cha pari in ver l’estate,