Dante, inteso a menomare il vanto de’ Toscani, e supponendo che la lingua fiorisca per le Corti e per gli studj, non rifina di vantare il siciliano dialetto: ma ciò prova di già che era distinto dal toscano, mentre nol sono le poesie che sopra accennammo o recammo.
I Siciliani misero grande impegno, in questi ultimi tempi, a trovare vestigia antichissime di loro vernacolo. Le poesie addotte da Lionardo Vigo (Canti popolari siciliani, Catania 1857), quand’anche potesse provarsi che appartengono all’età di Guglielmo il Buono, poco gioverebbero all’assunto nostro, giacchè nulla è più facile a mutarsi dietro ai tempi che le canzoni in bocca al popolo. Sol proverebbero che un vulgare esisteva, e in fatto un rituale del bretone Augerio, che fu il primo vescovo di Catania, prescrive le formole pel battesimo degli adulti, soggiungendo che, si nescit literas, hæc vulgariter dicat. Si ha un atto di permuta di case fra Leone Bisinianos ed Effimio abate di Santo Nicola di Xurguri, scritto in greco, che a tergo della pergamena è tradotto in vulgare, che da buoni argomenti credesi contemporaneo[159]. E comincia: «Eu Leon Bisinianos cum la Madonna mia mugleri et Nicolao lu meu legitimo figlo, cum lu nomu di la santissima cruchi, cum li manu nostri propri scriviamo insembla cum lu meu figlo Nicolao cum tutta lu nostru bona voluntati et intentioni senza dolo alcuno lu presenti cambiu et permutationi chi fazo cum li nostri possessioni, li quali suno siti et positi a la citati vechia a Palermo a la rimini menzo di Ximbeni di la parti di fora di la porta de Xaltas chi confina cum lu muro, etc. etc... A li misi di ottubre a lo sexto jornu di lo dicto misi di la seconda indictioni in tu annu milli e sexantadui.
Questa data, impastata dell’êra romana e della bisantina, risponde al 1153; e l’essere nel testo indicato soltanto l’ottobre, e non il giorno come nel transunto, fa credere che questo sia contemporaneo[160].
Di un anonimo siciliano il Trucchi pubblicò un frammento cavato dal Libro reale della Vaticana, nº 3793, giudicato della prima metà del millecento, quando a Palermo fiorivano nel palazzo reale le manifatture di seta, dalle quali nel 528 dell’egira, 1133 di Cristo, fu lavorata l’insigne dalmatica di re Ruggero. In esso frammento si legge:
Levasi allo mattin la donna mia
Ch’è vie più chiara che all’alba del giorno:
E vestesi di seta caturìa (di Catura)
La qual fu lavorata in gran soggiorno
Alla nobile guisa di Soria
Che donne lavorarlo molto adorno.