Ripugna affatto alla natura delle cose che un uomo solo cangi il sistema d’una favella: può bene cambiar qualcosa di ortografia, come fecero il Trissino e Voltaire, ma non il parlare d’un popolo. E tanto più chi veda come i Toscani, neppure i più plebei e più isolati, non soffrano voci terminate in consonante, e anche alle forestiere appiccino una vocale.
Nel dialetto napoletano il Mazzocchi[163] dice che faceansi tutte le iscrizioni del XIV e XV secolo: oggi però o niuna o ben poche se ne trovano. In Napoli, sulla piazzetta di San Pietro Martire, sopra un sepolcreto dodici versi fanno corredo ad uno scheletro portante il falcone in una mano, il logoro nell’altra, e dicono:
Eo so lo morte, chachacio (che caccio)
sopera voi jente mondana
amalata e la sana,
dì e notte la perchaccio
no fugia nesuno ine tana
p. scampare de lo mio lactio
che tucto lo mundo abractio
e tucta la gente umana