Nun v’azzardati a veniri ’n Sicilia
Ch’hannu juratu salarvi le coria (uccidervi).
E sempre ca virriti ’ntra Sicilia
La Francia sunirà sempri mortoria.
Oggi a cu’ dici scisciri ’n Sicilia
Si cci tagghia lu coddu pri so gloria:
E quannu si dirà qui fu Sicilia
Finirà di la Francia lu mimoria.
Il canto ha tutta l’aria d’essere contemporaneo dei famosi vespri, ma via via s’ammodernò: pure attesta che avevasi una poesia alla moderna, e che vi s’adoperava il dialetto corrente.
Il Giambullari, il quale, nel Gello, sostiene un’opinione conforme alla nostra, dice che Guglielmo Ragonesi affermava essere stato Beltrano Ragonesi di Gaeta il primo che innestò il siciliano col toscano: ma ch’egli attribuisce tal merito a Lucio Drusi. Perocchè «que’ nostri antichi terminavano la maggior parte delle parole con lettere consonanti, ed i Siciliani, per l’opposito, le finivano con le vocali; Lucio, considerando la nostra pronunzia e la siciliana, e vedendo che la durezza delle consonanti offendeva tanto l’orecchio, cominciò, per addolcire e mitigare quell’asprezza, non a pigliare le voci de’ forestieri, ma ad aggiugnere le vocali nella fine delle nostre. Il che, sebbene per allora non piacque molto se non a pochi, dopo la morte di esso Lucio, conoscendosi manifestamente la soavità e la dolcezza di tal pronunzia, cominciarono i Toscani a seguir la regola detta, e non solamente nelle composizioni rimate, ma nelle prose ancora e nel favellare ordinario dell’uno con l’altro. Di qui venne questa pronunzia».