274. Questa strana ignoranza che mandò a fascio le cose, Plutarco l'attribuisce alla Provvidenza, che ordinò così perchè allo stato di Roma era ormai necessaria la monarchia. Avanti la battaglia, sullo stendardo della prima legione si fermò uno sciame d'api; un centurione sudò un umore oleoso che sapeva di rosa, e che per quanto s'asciugasse non cessò mai; i primi usciti dal campo scontrarono un Etiope, e presolo per mal augurio, l'uccisero; due aquile combatterono di sopra dei due eserciti, sinchè quella dal lato di Bruto non prese la fuga. È sempre il savio Plutarco che parla.275. Eum jus fasque esset occidi, neve ea cædes capitalis noxa haberetur.276. La giornata di marzo dovette essere giudicata variamente sinchè vissero coloro che vi aveano preso parte. Cicerone sulle prime partecipò all'entusiasmo comune; professava che tutti i buoni aveano cooperato a quell'azione; che si vergognava di tornare in una città, donde Bruto era uscito; e che dopo ucciso il dittatore, avea veduto quest'eroe eretto per la coscienza d'un ottimo e bellissimo fatto; nulla del caso suo, molto dolente di quel della patria. Philipp. I. 4. E in senato diceva: — O senatori, se voi abbandonate Bruto, qual cittadino mai sosterrete? Tacerò io la pazienza, la moderazione, la tanta tranquillità nelle ingiurie, la modestia di Bruto? il quale, benchè pretore urbano, stette fuor di città, nè rese giustizia, egli che la giustizia aveva ricuperato alla repubblica; mentre poteva esser cinto dal presidio di tutta Italia e dal quotidiano concorso dei buoni che maraviglioso a lui traeva, volle piuttosto esser difeso assente dal giudizio dei buoni, che presente dalla mano: nè di presenza solennizzò i giuochi Apollinari, come conveniva alla dignità sua e del popolo romano, per non aprire adito alla audacia de' malvagi. Ma in fatto quali giuochi mai, quali giorni furono più lieti di quelli? Ad ogni verso il popolo romano con gran clamore ed applauso esaltava la memoria di Bruto: non eravi la persona del liberatore, ma v'era la memoria della libertà, nella quale credeasi vedere l'effigie di Bruto». Ivi, X. 3.
Ma fuor della retorica, dichiarava quella una follìa, compita eroicamente. Però negli Uffizj, ponendo che i doveri d'uomo devano essere sagrificati a quei di cittadino, scrive: — Non è reo chi uccide un tiranno, foss'anco suo amico; anzi il popolo romano considera quest'azione come uno sforzo di virtù. Non si dà relazione possibile fra noi e i tiranni; e, come tagliasi un membro quando pregiudica il corpo intero, così bisogna dalla specie umana rescindere queste bestie feroci che d'uomo hanno soltanto l'aspetto». Quest'uscita violenta doveva fare più senso in libro di principj medj e di fredda analisi, talchè dovette operare potentemente sopra la gioventù d'Atene, fra cui era diffuso, e valse, senza dubbio, a guadagnare molti alla parte dei tirannicidi.
Sottentrata la monarchia, l'uccisione di chi l'aveva introdotta doveva sembrare inutile, se non ribalda; ma d'altra parte la tirannide di quegli imperatori facea giudicare merito l'aver ucciso chi ad essi aveva aperto il calle. Ogni pensiero contro la vita e fin sulla vita dell'imperatore essendo lesa maestà, per contrasto si volgeano le lodi sovra Bruto e i suoi; qui faceasi sfoggio di retorica, qui di sofistica; ogni maestro di scuola, ogni verseggiatore trattava questo soggetto, tanto più che gl'imperatori non l'impedivano. La filosofia stoica, prevalsa in quel tempo, glorificava il suicidio e il regicidio; e le lodi date agli uccisori di mostri, come Caligola o Domiziano, ridondavano sopra gli uccisori del primo Cesare. Così venner di moda le lodi di quell'eroismo, e il medioevo le adottò, e più ancora i moderni. Il dramma servì moltissimo a corrompere la verità storica per migliorare le condizioni drammatiche, dando quel delitto come figlio della giustizia e della necessità. Shakspeare e Voltaire esaltano Bruto; ancor più l'Alfieri, partigiano spiegato dei regicidi.
Eppure quel giudizio vulgare non era comune. A Seneca, stoico e declamatore, in tutt'altro proposito sfugge una notevole osservazione: — Il divo Giulio fu ucciso men da nemici che da amici, de' quali non aveva adempito le inesplebili speranze. Ed egli il volle; e nessun mai più liberalmente usò della vittoria, nulla traendone a sè fuorchè la podestà del distribuirla. Ma come bastare a tanti improbi appetiti, quando ognuno agognava per sè solo tutto quello ch'egli poteva dare? Vide dunque attorno al suo sedile i pugnali de' suoi commilitoni, Cimbro Tullio caldissimo suo partigiano poc'anzi, ed altri che erano divenuti pompejani quando Pompeo non c'era più». Anche nel libro II De beneficiis, pur levando a cielo Catone e Bruto, tipi della sua filosofia, disapprova l'uccisione come inopportuna: — Grand'uomo in ogn'altra, Bruto parmi errasse grandemente in questa cosa, sperando piantar la libertà ove tanto era l'allettamento del comandare e del servire, e stimando la città potesse nella primitiva forma ridursi dopo perduti i costumi, e che tornerebbe la eguaglianza, il diritto civile e la forza delle leggi dove tante migliaja d'uomini avea veduti contendere non se obbedire, ma a chi: quanto ignorò la natura delle cose e della città sua chi, ucciso uno, credette dovesse mancare altri che volesse lo stesso!»
Nel medioevo, Dante colloca Bruto e Cassio nel maggior fondo degli abissi, insieme con Giuda. Alla virtù di Bruto diè gravi stoccate il Gibbon; ma costui discrede sempre alla virtù anche pura. Drummond, nella Vita di Cesare, rivela i moventi della congiura in modo da torle l'ammirazione. E i serj narratori oggimai tutti concordano seco, lasciando ai fanciulli ed ai retori ammirare l'eroismo di apparato, sconnesso dal suo oggetto.
277. Ce lo rivela un sucido epigramma d'Augusto, conservatoci da Marziale, xi. 20.278. Svetonio in Augusto, 15. — Dione ( XLVII. 14) dice quattrocento.279. Mecænas, atavis edite regibus. Orazio, lib. 1. — Ingeniosus vir ille fuit, magnum exemplum romanæ eloquentiæ daturus, nisi illum enervasset felicitas, imo castrasset. Seneca, Ep. 19. — Lion, Mecænatiana, sive de C. Cilnii Mecænatis vita et moribus. Gottinga, 1824.280. Τήν τε τόχην τὴν μεγίστην ὀπότε τὶ ὀμνύουσι ποιέσθαι, τὸ ἐν τῷ Καπιτολιῳ δικάσαι. Dione.281. Massime dall'incontro d'un asinajo chiamato Bonaventura (εὐτυχὼς) che cacciava un somaro detto Vincitore (νικῶν). È il solito Plutarco.282. Δυστυχὼν ὸμοιότατος ἐν ἀγαθῷ: nella sventura somigliante a ottimo. Plutarco.283. Che ne fosse dei due maschi partoritigli da Cleopatra, nol sappiamo: la fanciulla Cleopatra Selene fu educata dalla virtuosa Ottavia, e maritata con Giuba II re di Mauritania. Delle due Antonie generategli da essa Ottavia, la maggiore partorì a Ottaviano Lucio Domizio Enobarbo, padre di Gneo Domizio che generò Nerone imperatore: la minore sposò Druso figliastro d'Ottaviano, e n'ebbe Claudio imperatore, e Germanico padre dell'imperatore Caligola.284. Ὤς καὶ πλεῖον τὶ, ἤ κατὰ ἅνθρωπος, ὥν. Dione, liii. Ma Augusto che cosa significa? Festo lo stiracchia da avium gesta, o avium gustata; altri da augurium; chi da αὐγή splendore; e chi da augeo in senso di consacrare la vittima, onde Augusto varrebbe quanto sacro: del che Ovidio canta nei Fasti, I. 614: Sancta vocant augusta patres; augusta vocantur
Templa, sacerdotum rite dicata manu.
Hujus et augurium dependet origine verbi,
Et quodcumque sua Jupiter auget ope.
I più lo traggono da augere in senso d'aumentare; onde in una lapide ad onore di Giuliano, e ne' panegirici di Massimiano e Costantino troviamo semper augustus, che fu adottato dagl'imperatori di Germania, e che da essi traducevasi per Mehrer des Reichs, cioè aumentante l'impero.