Per verità Roma avea fedeli i Latini, gli Etruschi, gli Umbri, che poteano somministrarle ventimila combattenti; la Gallia Cisalpina lasciavale levar truppe, cavalli i re numidi, fanti il re Bocco; le darebbero navi Marsiglia e Rodi; nel tesoro due milioni di libbre d'oro; nel senato quella prudenza, ch'è la dote più necessaria e più rara ai sollevati. Pure i nemici ch'essa dovea combattere erano disciplinati da lei, conscj delle arti e de' secreti di essa; combattevano la terribile guerra di montagne; e se la vittoria avesse arriso ai rivoltosi, tutti i popoli soggetti sarebbero insorti per ridur Roma a' suoi umili cominciamenti, gli schiavi mal compressi avrebbero aggiunto legna al fuoco. Essa dunque pose in opera tutta l'abilità ferma e ardita del senato; moltiplicò eserciti e generali; il console Lucio Giulio Cesare fu spedito nel Sannio, (90) dandogli per ajutanti Pompeo Strabone padre del Magno, Quinto Cepione, Marco Perpenna, Valerio Messala; l'altro console Publio Rutilio nei Marsi con Publio Lentulo, Cornelio Silla, Tito Tidio, Licinio Crasso e Marco Marcello; quanti insomma godeano fama di avvisati e provveduti in fatto di guerra; e ciascuno col titolo di proconsole comandava una divisione, con arbitrio di operare come e dove gli paresse, dandosi però mano a vicenda nel dirigere centomila legionarj. Al contrario, gl'insorgenti ancor più che a Roma volean male ai magistrati proprj o ai coloni, onde in parziali vendette consumavano l'ardore, e crescevansi il numero de' nemici vicini. Pure cominciarono prosperamente, e i marsi Pompedio Presentejo, il sannita Vettio Scatone respinsero Pompeo da Ascoli, sconfissero Cesare nel Sannio, fugarono Perpenna, dell'esercito consolare uccisero ottomila uomini e Rutilio stesso.

A tal nuova, e al ricevere i cadaveri del console e di tanti senatori portati dagli schiavi, Roma prese il lutto, i magistrati deposero le insegne di loro dignità, si raddoppiarono le sentinelle e munirono le vie, tutti vestirono il sago, cioè l'abito da guerra. L'esercito di Rutilio fu diviso tra Cepione e Mario, che reduce a Roma viveva inoperoso. Pompedio coi figli e con casse d'oro venne a Cepione in aspetto di rendersi; ma quell'oro era piombo, e i figli due schiavi: ingannato dai quali, Cepione lasciò condursi in una gola, dove al grido di Viva Italia rimase sconfitto e morto. Mario in quella guerra mostrò una lentezza, che però non si osa imputargli a viltà o a spossamento; forse non gli reggeva l'animo di combattere questi Italiani, insorti per ottenere a forza quel ch'egli voleva concesso di grazia; fatto è che si teneva sulle difensive, e quando Pompedio gli diceva: — Se tu sei quel gran generale che ti reputano, discendi a combattere», egli rispondeva: — Se tu sei quel gran generale che ti reputi, costringimi a combattere mio malgrado»; e presto a titolo di malattia rassegnò il comando.

Crescevano intanto colle vittorie i Socj, e il nome d'Italia risonava più estesamente; Umbri ed Etruschi dal parteggiare con Roma passarono a far parte coi rivoltosi; ed avendo Aponio liberato Acerra, dove Oxinta figlio di Giugurta era tenuto prigioniero, il trattò regalmente, sicchè i Numidi disertavano a frotte dall'esercito romano, tanto che fu forza mandare in Africa la loro cavalleria. Roma ebbe ajuti dai principi d'Oriente; un corpo di Galli le fu condotto da Sertorio; armò anche in dodici coorti i liberti per guarnire le città marittime, e così potè accampare tutte le legioni contro gli Umbri e gli Etruschi, e vincerli. Ma a grave costo, giacchè, come in tutte le guerre di principj, combattevasi accannitamente. Un corpo di Romani, scontento del generale, gli s'avventa e lo trucida, poi per espiazione si precipita sui nemici, e ne sbaraglia diciottomila; un generale, vinto dai Romani nel Piceno, convita gli amici, e si trucida con essi: quattromila accerchiati sull'Appennino, anzi che cedere, si lasciano morire dal freddo. Giudacilio d'Ascoli viene a soccorrere l'assediata patria; e benchè i cittadini nol secondassero com'era combinato, a capo di otto coorti s'apre la via, entra, passa pel filo delle spade tutti i fautori de' Romani, si difende ostinato; e quando più non può reggere, dà un banchetto sotto il vestibolo del tempio, bee il veleno, si adagia sul letto; i soldati gli accendono sotto il rogo, «ove bruciare il più prode Ascolano e gli Dei della patria».

A trecentomila si sommano i periti in quella guerra; ma Roma conobbe che la forza non basterebbe a troncare le teste rinascenti dell'idra. Lucio Giulio Cesare pertanto fece confermare una legge, per cui fossero ascritti alla cittadinanza romana tutti i Latini ed Umbri rimasti in fede; laonde molti si staccarono dalla federazione, e viepiù dacchè la vittoria le si mostrava infedele, e rinasceva in tutte le città la fazione romana, rimasta sopita; onde gli Alleati, non vedendo più sicuro Corfinio, (89) trasportarono la capitale ad Esernia nei Sanniti. Già a Servio Sulpicio e a Pompeo Strabone eransi sottoposti i Marrucini, i Vestini, i Peligni, tradendo il loro capo Vettio. Questi era condotto prigioniero al console, quando un suo schiavo rapisce una spada, lo trafigge dicendo, — Ho liberato il mio padrone; ora a me», e uccide se stesso. I Marsi furono sottomessi, e Pompedio non si sosteneva che a capo di ventimila schiavi redenti, finchè perdè la vita, e dopo tre anni di dura lotta l'Italia soccombea di nuovo a Roma.

Essa affettò di chiamar quella la guerra de' Marsi, come chi chiamasse guerra del Piemonte quella del 1848; e credendo poter essere generosa quando più non parea farlo per paura, sulla proposta del tribuno Silvano Plauzio concesse la cittadinanza a tutte le città italiane che godevano il titolo di federate.

Concessione illusoria. La legge Giulia erasi proclamata nel caldo della guerra, e pochi erano che volessero venir di lontano a Roma, com'essa imponeva, per farsi inscrivere: soli vennero i vicini, de' quali i ricchi speravano gli onori, i poveri le largizioni attribuite a' cittadini romani. Le città federate poi, cui rifletteva la legge Plauzia, eran poche in numero, e neppur tutte ottennero il privilegio. Non ne derivò dunque se non un affluire a Roma di gran turba di poveri, e il senato intervenne ancora colle sottigliezze legali, e fece che i nuovi cittadini fossero accumulati in otto tribù, le quali votavano per le ultime, e quindi il più spesso non erano sentite, giacchè si sospendeva la votazione appena si fosse ottenuta la maggioranza.

Che monta? l'equità avea trionfato del rigido diritto, e su quel cumulo di cruente ruine era proclamata l'eguaglianza di tutti gl'Italiani; non v'ebbe più ostacoli a passare da federati a cittadini, e ridurre a verità il diritto nominale. Marsi, Umbri, Etruschi, che desiderosi d'esercitare l'acquistato diritto accorrevano dai loro municipj ad empiere il fôro o il campo Marzio, vedendosi o non consultati o non valutati, fremevano, e domandavano che la concessione divenisse un fatto. Li blandiva Mario o per sentimento italiano o per ambizione, e da Publio Sulpicio tribuno fece proporre che gl'Italiani, i quali avevano ottenuto la cittadinanza, (88) fossero ripartiti fra tutte le trentacinque tribù, e per conseguenza pareggiati agli altri cittadini. Cornelio Silla accorse per impedire la legge, distraendo all'uopo il popolo con solenni feste: Sulpicio però, armati satelliti, entrò nel tempio di Castore ove stava raccolto il senato, e lo disperse: Silla si rifuggì in casa del nimicissimo Mario, il quale non gli usò oltraggio, ma volle promettesse di sospendere le acclamate ferie. Tolte queste, a Sulpicio riuscì facile di far passare la legge, per la quale Mario salì in gran favore.

Questa nuova turba, non di cittadini corrotti e svigoriti, ma di campagnuoli robusti, dovea diventare un'arma terribile in mano dei demagoghi; e non avendo nè le tradizioni avite, nè la venerazione per le costumanze romane, nè l'esecrazione pei re, spianava il calle a coloro che omai aspiravano a cangiare radicalmente la costituzione.

Non sembra che Roma sevisse contro i vinti; e quantunque penuriasse a segno da dover vendere alcuni terreni attorno al Campidoglio, che da tempo immemorabile lasciavansi ai pontefici ed agli auguri, non confiscò il territorio de' Socj, eccetto quello degli Ascolani, nè mandò al supplizio che alquanti capi. Il pericolo di veder soccombere Roma prima ch'ella compisse la provvidenziale sua missione di unificare il mondo civile in una sapiente amministrazione, era schivato. L'Italia restavale ancora sottomessa, ma non più schiava, e i migliori cittadini verrebbero a questa da altri paesi. Un nome solo abbracciava coloro che prima chiamavansi Latini, Etruschi, Sanniti, Lucani; un solo linguaggio parlavano; e mentre quel di Roma corrompeasi per l'affluenza di tanti forestieri, restava come fisso l'idioma del Lazio. L'avvenire nazionale sarebbe potuto dirsi assicurato, se fra breve questa fusione dell'Italia con Roma non si fosse pur fatta di tutto il mondo coll'Italia, togliendole l'originalità, il vigore, l'attività, facendo che sparpagliasse lontanissimo la vita, invece di concentrarla in sè; per modo che, quando un cozzo esterno ne staccherebbe le provincie, ella, cessando d'essere signora del mondo, neppur rimanesse paese uno e compatta nazione.

CAPITOLO XXI.
Silla. — Mitradate. — Prima guerra civile. — Restaurazione aristocratica.