In tutto ciò Mario, che poco valeva agli intrighi, adoperava la violenza; ad Apulejo Saturnino che chiedeva il tribunato, prestò i suoi soldati, coi quali in mezzo al fôro uccise il competitore Nonio, fugò gli avversarj, e si fece proclamare. Mario, Saturnino e il pretore Cajo Glaucia formarono allora un dispotico triumvirato, (100) che riaffacciò la legge dei Gracchi, non tanto per favorire ai popolo, quanto per contrariare a Cecilio Metello il Numidico, di cui già cliente e beneficato, era allora capitale nemico. Questo, a capo della fazione senatoria, malcontenta anche de' tolti giudizj, repulsò pertinacemente la legge agraria; ma vedendosi soccombere, andò volontario in esiglio, sperando che un giorno la patria ravveduta il richiamerebbe: e la parte di Mario volse e sconvolse la repubblica, colla forza padroneggiò i comizj, assassinò gli oppositori, usurpò i diritti del popolo sotto pretesto di tutelarli, sicchè restava disonorata la causa degli Italiani.
Mario, scarso d'intelletto politico, lasciavasi menare dai due colleghi, che, stile degli arruffapopolo, non cessavano di accaneggiare la corruttela e le tirannie degli aristocratici sovra la povera plebe. Saturnino fece prorogarsi di nuovo il tribunato, e con un assassinio tolse di mezzo Memmio che competeva il consolato con Glaucia, anzi s'impossessò del Campidoglio. Proruppe allora la comune indignazione, (99) e conferito ai consoli autorità assoluta come nelle congiunture più pericolose, Glaucia e Saturnino furono lapidati, richiamato Metello: Mario, che nelle zuffe di piazza mancava dell'intrepidezza mostrata in campo, e che aveva abbandonato i due suoi complici, perdendo così autorità presso gli amici e nemici, si ritirò nella Galazia sotto pretesto di sciorre un voto alla Dea Madre, sentendo che le giornate sue erano le campali, e paragonandosi ad una spada che nella pace arrugginisce.
La riazione allora infierì secondo il solito; e perchè i Socj d'Italia, i quali col domiciliarsi a Roma ne acquistavano la cittadinanza, servivano di stromenti alle sedizioni dei tribuni, Licinio Crasso e Muzio Scevola fecero stanziare che quelli di essi che dimoravano in Roma senz'averne la cittadinanza, tornassero alle patrie antiche, niun riguardo avuto ai legami di parentela, di affari, d'abitudine, contratti da una generazione.
A tutelare i Socj in una riforma pacifica si adoperò il tribuno Livio Druso, uomo destro, eloquente, netto, lontano dalle violenze dei capipopolo, rimasto sempre superiore alla calunnia in una superbia che non lasciavalo mai mancare di dignità. Promettendo l'architetto costruirgli la casa in maniera che veruna vista la dominasse, — Costruiscila piuttosto (rispose egli) tale che le mie azioni rimangano esposte agli sguardi di tutti». Come gli ambiziosi non vulgari, credea bisognasse rinforzare il potere, onde sosteneva il senato contro della plebe e dei cavalieri, ma purchè il senato obbedisse a lui. Ai mali della patria pensò riparare emendando la proposta dei Gracchi. Costoro aveano voluto ridurre i cavalieri, e formare un terzo stato, attribuendo loro i giudizj; ma coll'iniquità di questi eransi disonorati: ond'egli, per consolidare i conservatori, (92) propose che i giudizj fossero restituiti al senato, compensando i cavalieri coll'ammettervene trecento. Come succede nei partiti moderati, Druso scontentò gli uni e gli altri, e sorse rumore: egli fece arrestare il console, poi, a conciliarsi la plebe, propose si distribuisse il pane necessario agli indigenti col tesoro del tempio di Saturno che conteneva 1,620,829 libbre d'oro.
Lui aveano scelto a patrono i Socj italici; e poichè ogni partito vuol sempre incarnarsi in una persona, lo gridavano italianissimo, speranza della nazione; una volta che ammalò, tutta la penisola echeggiò di voti solenni; ed egli domandava obbedienza cieca, in ricambio della potente protezione. Quando però propose che ai Socj si comunicassero tutti i privilegi di cittadino, si trovò contraddetto da senatori e cavalieri, e dalla plebe stessa, indignata di veder attentarsi di nuovo all'onore patriotico col convertire i sudditi in cittadini. I Socj, che in folla da tutta Italia erano accorsi a Roma per sostenere il voto del loro protettore, come lo videro respinto, tornati a casa colla vendetta nel cuore, sparsero il dispetto e l'indignazione, l'oltraggio parve nazionale, e venne a divampare la guerra degli Alleati appunto al tempo che tutti pareano scuotere le catene di Roma, gli schiavi, la Spagna con Sertorio, l'Asia con Mitradate.
Gl'Italiani erano divisi d'interessi; e se l'oppressione in qualche città riusciva insopportabile, in altre era lenita da privilegi e dalla bontà de' magistrati. A mezzodì i bellicosi Sabellici pareano essersi naturati al giogo: il Lazio godea di molti vantaggi, pur non mancandogli ragione di lamenti: Umbri ed Etruschi sentivansi fiaccati, e riconoscevano Roma perchè aveali difesi da' Cimri e teneva in soggezione i Galli confinanti. Nel cuore stesso di ciascuna città cozzavano due partiti, patrizj e plebei, in qualcuna ancora i fautori de' Cartaginesi; e troppo sappiamo come i dispetti parziali impaccino le speranze comuni.
Allora però s'intesero, si diedero giuramenti e ostaggi; il Sannio, la Lucania erano nell'accordo, e non solo tutto il mezzodì, ma perfino città latine alle porte di Roma. — Per Giove Capitolino (era il lor giuramento), pel sole e la terra, per gli Dei penati di Roma, per Ercole suo patrono, e i semidei che la fondarono, e gli eroi che la crebbero, io non avrò altri amici e nemici che quelli di Druso; nulla risparmierò pel vantaggio di lui, nè padre, nè madre, figliuoli, vita; se per opera sua divengo cittadino, terrò Roma per patria e Druso pel suo maggior benefattore».
Questo i moderati, speranti in un pacifico componimento: ma dietro ad ogni capopopolo trae sempre uno stuolo che spingesi più innanzi; e i giovani arrisicati, e i militari vecchi, soliti confidar soltanto nella spada, tramano di scannare i consoli di Roma nelle Ferie Latine sul monte Albano. (91) Druso, avutone fumo, ne avvisò il console Marzio Filippo, benchè suo nemico; e questi ripagandolo d'ingratitudine, il fece assassinare. Spirando egli esclamava: — Chi più tutelerà la patria con intenzioni pure quanto le mie?» I cavalieri ne menarono tripudio; ottennero fossero derogate le leggi di lui, come fatte contro gli auspizj; chiamati in giudizio i presunti suoi fautori, ch'erano il fior del senato; e dichiarato fellone della patria chiunque in avvenire proponesse di comunicare la cittadinanza ai Socj italiani.
A questi dunque, dopo che l'aveano per quarant'anni chiesta invano legalmente, non restava che ottenerla colla sommossa. Lusingati dai demagoghi, già avevano estesa una gran rete d'intelligenze, le quali alla morte di Druso proruppero. Il senato, avuto qualche sospetto, mandò qua e là senatori a chiarirsene: fra questi il pretore Servilio ad Ascoli, sospesa la festa nazionale e prorompendo in superbi rimproveri, esacerba tanto i cittadini, che trucidano lui e quanti Romani colgono, sorprendono le guarnigioni, invadono le armerie e i magazzini, liberano i carcerati che inveleniscono alle vendette. Coi Picentini si uniscono Marsi, Marrucini, Frentani, Peligni, Campani, Irpini, Apuli, Lucani, e principalmente i Sanniti, non fiaccati da venti sconfitte, e dal pretore fin al mandriano cupidi di vendicare il lungo servaggio: aveano capitani prodi e accorti, abituati alle fatiche del campo non meno che ai maneggi del fôro, primi dei quali erano pei Sanniti Papio Mutilo, e pei Marsi Pompedio Silone. Costui, il più operoso in que' preparativi, con diecimila uomini s'avvia per sorprendere Roma e saccheggiarla; ma lasciasi arrestare a mezza strada dalle preghiere di Gneo Domizio.
Le inveterate divisioni del nostro paese aveano convinto gl'insorgenti che non è possibile formare uno Stato solo, e doversi piuttosto congiungerne i varj in salda federazione. Unironsi dunque nel nome d'Italia, che allora s'estese a più lungo tratto di paese, fu scritto sulle loro bandiere[33], ed appropriato a Corfinio, città nei Peligni, munita per capitale, col fôro, la curia, cinquecento senatori, e dove gli Alleati deposero ostaggi, accumularono armi, e doveano eleggere annualmente dodici generali e due consoli. Così il vitello de' Latini opponevasi alla lupa di Roma in una guerra dichiarata giusta fin da uno scrittore romano[34].