Dalla Macra e dall'Utente cominciava l'Italia propria, che possiam dividere in Etruria, Umbria, Piceno, Sannio, Lazio, Campania.

Nel paese fra il mar inferiore, il Tevere, gli Appennini e la Macra erano disposti i dodici popoli etruschi in modo, che a levante verso la frontiera umbra s'incontravano gli Aretini, fortemente situati alle falde dell'Appennino, i Cortoniati, i Clusini, i Perugini, i Volsinj; a ponente verso la costa i Volaterrani, i Vetulonj, i Rusellani, i Cosetani; nella parte meridionale più angusta, al sud della fatale foresta Ciminia fra i laghi Ciminio e Vulsinio, i Falerj, distrutti i quali dai Romani, furono surrogati i Cosetani; poi i Vejenti al sud-est, ad occidente i Ceretani, al nord di essi i Tarquinj sulla Marta. Luna fra la Macra e l'Arno era porto e mercato frequentatissimo; Pisa era stata fondata dai compagni di Nestore al vertice dell'angolo formato dal confluire dell'Arno col Serchio[28]. L'Elba già lodavasi come insula inexhaustis chalybum generosa metallis[29].

Gli Umbri un tempo si stendeano oltre il Tevere sino alla foresta Ciminia e al Clani, sulle cui rive aveano fabbricato Aarna ( Bargiano ), mentre i Senoni possedeano molte città fra l'Utente e il Rubicone; ma poi i Romani limitarono l'Umbria fra il Rubicone al nord, il Tevere e il mare all'ovest, l'Esi al sud, l'Adriatico all'est, percorso dalla via Flaminia[30].

Essa Umbria, la Sabina, il paese de' Marsi e de' Vestini chiudendo a occidente il Piceno, dall'Esi a settentrione fino al Matrino ( Piomba ) a mezzodì, chiamando propriamente Agro Piceno la montagna, Adriano il litorale, Pretuziano la pianura. Ancona, colonia siracusana, servivagli di porto; Osimo di fortezza; Tiora di oracolo sacro a Marte[31].

Al sud dell'Umbria e del Piceno cominciava il montuoso Sannio, comprendendo quattro popoli fra gli Appennini e l'Adriatico, quattro negli Appennini e nella pendice occidentale. Ed erano i Vestini, colle città di Amiterno e Priverno; i Marrucini, con Aterno ( Pescara ) e Teate ( Chieti ); i Peligni, con Corfinio ( Pellino ) e Sulmona; i Frentani sul Tiferno, con Lavino, Istonio ( Vasto d'Amone ), Ansano; i Sabini, con Fidene, Nomento, Crustumerio sopra il colle da cui piove l'Allia, Correse presso al Tevere, Regillo, Trebula sul Velino, Reate, e la fredda Nurza presso le sorgenti del Clitunno; i Marsi, a levante del lago Fùcino, con Marruzio, Alba Fucezia, Carseoli e Cliterno; gli Irpini sulle colline che scendono ai piani della Puglia, con molte città, fra cui Avellino, Aquilonia ( Cedonga ), la fortissima Romulea, Compsa, Malevento; infine i Sanniti proprj, nel paese alpestre al sud de' Peligni, federazione composta dei Pentri con Telesia, Esernia, Alifa, Boviano; dei Caraceni fra le sterili alture dell'Abruzzo Citeriore; dei Caudini sul dorso occidentale del Taburno; e degli Irpini e Frentani già detti.

Del Lazio assai parlammo, e come si dilatasse dal Tevere fino al Liri. Con esso, col Sannio, colla Lucania e col mar Tirreno confinava la Campania, abitata nella pianura dai Campani, nei monti al nord-est dai Sidicini, dai Picentini in quelli al sud-ovest; ubertose contrade, piene di città, fra cui Baja e Pozzuoli, villeggiature dei Romani, che non paghi di coprir di casini le falde del vitifero Gauro, fin nel mare ne fabbricavano; Ercolano e Pompej, che doveano conservarsi sotto la lava e i lapilli, piovuti per distruggerle; Casilino sul Vulturno, donde i Romani aveano protetto il Lazio contro Annibale che teneva Capua, città primaria a' piedi del monte Tifata; Atella fra questa e Napoli, rinomata per le sue burlette; Nola piazza forte, fondata dagli Ausonj, popolata di Calcidesi, e fabbricatrice di bellissimi vasi[32].

Entravasi poi nella Magna Grecia, divisa in Apulia, Lucania e Bruzio. La prima comprendeva la Daunia, la Peucezia, la Japigia; e Siponto, Salapia, Aufidena, Bario n'erano città fiorenti: dal porto di Brindisi nella Calabria per ducentoventicinque miglia varcavasi in Grecia; poi cedette il luogo a Idrunto ( Otranto ). Verso la Japigia gli Appennini si chinano poc'a poco per rialzarsi verso il paese de' Salentini, ove il promontorio Japigio frange le onde jonie, e sostiene la cittaduola di Leuca. Ad occidente sul seno che s'incurva dal capo Japigio al Licinio, fra molte minori ergevasi la dorica Tàranto. Delle interne meritano ricordo il vasto Canusio sull'Aufido, Canne presso Vergello, Venusia già degli Irpini, una delle meglio fortificate dai Romani, che di là teneano guardata l'Italia meridionale. Nella Lucania sul mar Tirreno si trovavano l'ancor prospera Pesto, e dappertutto quelle colonie greche di cui tessemmo la storia. Il Bruzio, nella punta che s'allunga verso Sicilia presentava Scilleo, fortificata contro i pirati etruschi, e Columna, detta dall'estrema pietra migliaria d'Italia.

Seguitava la Sicilia, che nel 212 era divenuta provincia romana, e a cui si aggregarono anche i paesi dapprima lasciati a re Gerone II.

Non ripeteremo come in tutti i punti opportuni fossero distribuite colonie, e sistemati i popoli con una gradazione di privilegi. Maggiori ne godeano i Socj d'Italia; ma avendo col proprio sangue procacciato la grandezza di Roma, pretendeano essere pareggiati ai cittadini nel dar voto e nell'ottenere gl'impieghi. Era l'unico mezzo di risparmiarsi la poderosa coazione che è necessaria per tenere popoli nell'umiliazione e nella servitù; ed essi l'aveano sperato ora dagli Scipioni aristocratici, ora dai Gracchi demagoghi, ora dal senato stesso: ma ai patrioti conservatori pareva ne patirebbe la costituzione, la metropoli si affollerebbe di gente accorsa a votare, la quale prevalendo pel numero ai pochi cittadini veri, disporrebbe della pubblica cosa, in modo che Roma perderebbe non che la primazia sugli altri, fin la padronanza di sè. Come dunque conciliare la conservazione delle individualità di essa colla formazione d'una grande società italiana?

Questa da un secolo era la suprema quistione, e vedemmo come vi si maneggiasse la politica abilità del senato, mediante le elevazioni progressive. Ma le lente provvisioni spiacciono sempre ai partiti, e Mario riassunse ed esagerò il concetto de' Gracchi. Essendo stato soccorso validamente dagli Italioti nella guerra contro i Cimri, a molti militari concesse gli onori della cittadinanza, e a tutto il contingente di Camerino; e perchè il senato nel querelò, rispose: — Lo strepito delle armi impedì d'intendere le parole della legge». Propose di distribuire ai federati le terre che i Cimri già aveano occupato nell'Italia settentrionale, e che per la vittoria consideravansi divenute di pubblico dominio: a tal modo s'opporrebbe una barriera a future invasioni, e si terrebbero in fede i Lucani, i Sanniti, i Marsi, i Peligni, colà trasportati in colonia.