Questo non vi badò, ma come si fu trasferito coll'esercito in Asia, la fazione sua soccombette, e Cinna rialzò la causa italiana, riproponendo di ripartire i Socj fra tutte le trentacinque tribù, il che equivaleva a dar loro la prevalenza. Ottavio, incorrotto fautore del senato, vi si oppose; e per prova del quanto fosse rigoroso osservatore della giustizia, Plutarco narra che, stimolato in quel pericolo a rendere la libertà agli schiavi, protestò: — Come! vorrei far partecipi della patria i servi, io che dalla patria respinsi Mario per tutelare le leggi?»

Fino alle armi si corse, e le vie di Roma inondò sangue d'Italiani: diecimila si dice perissero, gli altri con Cinna e con sei tribuni dovettero uscire di città. Il senato dichiarò destituito Cinna, il quale presentatosi all'esercito supplichevolmente e in aspetto di martire della violenza, e corifeo della causa de' Socj, ebbe dall'Italia uomini e denaro tanto da formare trenta legioni, e richiamò i fuorusciti. Mario approda a Telamone, festosamente accolto dagl'Italiani; chiama gli schiavi a libertà, arruola i più forzosi contadini, i quali fatti liberi dalla legge Giulia, mentre sognavano tutti i beni della libertà, si erano trovati poveri, costretti alla milizia, ai tributi, alle requisizioni; del che incolpando il senato, insorgeano volontieri contro di esso. Mario si congiunge con Cinna, e difilasi su Roma pur ricusando ogni titolo e distinzione, e camminando dimesso, come attrito da inenarrabili patimenti.

Sotto Roma, affrettatamente munita dal senato, con fierezza battagliarono cittadini contro cittadini: di due combattenti l'uno ferì l'altro a morte, poi nello spogliarlo il conobbe per suo fratello, onde abbracciandolo, e raccogliendone l'estremo anelito, esclamò: — I partiti ci divisero, ci congiunga il rogo», e si trafisse colla spada fratricida[36]. Tremendo simbolo della sorte di noi Italiani.

I consoli trincerati sul monte Albano erano poco atti alla difesa: Pompeo Strabone, richiamato dalla guerra che faceva agl'insorti in riva all'Adriatico, operò così in tentenno, che si dubitò mirasse a lasciar disanguarsi le due parti onde erigere se stesso; poi morì dell'epidemia allora sviluppatasi. Fu dunque spedito ordine a Metello Numidico, che alla meglio terminasse la guerra contro i non ancora domi Sanniti, e venisse. Ma quando stava per istipulare, Mario propose ai Sanniti più larghe condizioni, talchè s'avventarono di nuovo nell'armi, e Metello dovè tornare senza esercito.

Crescevano le diserzioni dalle file senatorie; e Mario, prese o avute le città marittime ed Ostia, bloccò Roma, che estenuata da fame, contagi, sollevamenti di schiavi, dovette rendersi. Cinna non volle entrare prima d'essere riconosciuto novamente console. Mario s'arrestò alla porta, dicendo: — Non s'addice a me misero proscritto il penetrarvi»; ma non ancora tutte le tribù aveano votato il suo richiamo, ch'egli fu dentro, ordinando a una scorta di schiavi uccidessero tutti quelli cui rendeva il saluto.

Allora cominciò orrido macello, quasi una vendetta de' ragunaticci Italioti contro di Roma. Ottavio console e i senatori di miglior fama furono trucidati: Catulo, reo d'aver avuto merito principale alla vittoria sui Cimri, coll'avvelenarsi tolse all'invidioso Mario la voluttà d'ucciderlo: Cornelio Merula console e flamine di Giove, nel tempio deposte le sacre bende e seduto sulla cattedra pontificale, si fece aprir le vene, e spruzzandone gli altari con tremende imprecazioni, morì. L'oratore Marc'Antonio, meraviglia del suo tempo, riparò alla villa d'un fedele amico, il quale, lieto di tanto ospite, mandò il servo alla bettola pel miglior vino: quest'imprudente non tacque all'ostiere chi fosse ricoverato dal padrone, e l'ostiere il denunziò: e i satelliti di Mario, benchè un istante rattenuti dall'eloquenza e dalla maestà di lui, lo decollarono. Mario abbracciò il manigoldo che gli portò quella testa, e la fece esporre sui rostri, ove tanti anni avea difeso il giusto, e dove poco dipoi doveva sospendersi quella d'un altro sommo oratore. Sovra i padroni gli schiavi sfogavano le covate vendette: solo quelli di Cornuto lo trafugarono in villa, impiccando in sua vece e insultando un cadavere. I generali posero fine alle stragi: pure la banda etrusca di Mario ogni giorno usciva dal campo a saccheggiare e uccidere, poi tornava a prendervi riposo; finchè Sertorio con un branco di Galli la tagliò a pezzi.

Altri schiavi da Mario arrolati tumultuavano pel tardare de' soldi promessi da Cinna; e Mario li fece raccogliere nel fôro, e quivi a migliaja trucidare. Inebbriato di sangue, console per la settima volta com'eragli stato predetto, tentò invano tuffare nel vino i rimorsi e l'invidia contro Silla, cui s'apparecchiava a combattere quando breve malattia il trasse settagenario alla tomba. (86) Mario suo figlio, sottentratogli nel potere, fa scannare quanti senatori fossero a Roma, e nominar console Valerio Flacco sua creatura, il quale si ingrazianisce il popolo col ridurre i debiti a un quarto. Sostenuto dai cittadini nuovi, che divisi fra le trentacinque tribù prevaleano agli antichi e al senato, Cinna, neppur convocati i comizj, dichiarossi console per la terza volta di seguito (85) con Papirio Carbone, e distribuì le cariche cui volle: ma egli medesimo era dominato dalla ciurmaglia che avea preso gusto al sangue, e che al fine ad Ancona lo trucidò. (84)

In questi miseri dissidj struggevasi Roma, mentre all'esterno la minacciava gravissimo pericolo, contro cui stava il proscritto Silla. Questi, sapendo gl'Italiani propensi a Mario, risolve imbarcarsi per l'Asia, onde rendersi devote le legioni col vincere. Va, e come tant'altri ambiziosi, s'appoggia affatto sugli armati; gli abitua a considerarsi del tale o tal capitano, non della repubblica; poi col movere l'esercito contro la patria, spiana la via per cui cammineranno Cesare, Antonio, Augusto, traverso a guerre civili, dove si combatterà non per assicurarsi liberi, ma per darsi un padrone.

Tra i paesi dell'Asia anteriore, sottrattisi alla Persia al tempo d'Alessandro Magno e de' successori suoi, s'avvicendavano guerre e intrighi, e or prevaleva un regno or l'altro, e infine quello del Ponto, il quale traeva nome dal Ponto Eusino che faceagli confine a settentrione, mentre a mezzodì lo chiudeva la piccola Armenia; la Colchide e il fiume Alis dagli altri lati. I Mitradati che lo dominavano, e che di là stendeano la signoria sull'Eusino, stettero ora in guerra ora in alleanza coi Romani, finchè cinse le regie bende Mitradate VII Eupatore, (123) al quale la posterità conserva il nome di grande, sebbene la mancanza di storici nazionali e la superba noncuranza degli stranieri ci riduca soltanto a indovinare la vastità de' suoi divisamenti. Salito al trono di dodici anni, alla orientale fece morire sua madre e i più prossimi parenti; educò il corpo e l'anima all'operosità; sposò la sorella Laodice, che poi condannò a morte come traditrice; e girando l'Asia, studiando costumi, leggi, uomini, formò il proposito di soggettarsela, proclamandosi liberatore contro la tirannide de' Romani, e deliberato di riuscire senza badare per quali mezzi. Già, oltre il Ponto, aveva ereditato la Frigia (93) e pretensioni sui paesi contigui: la Paflagonia occupò, a malgrado dei Romani: la Cappadocia soggiogò, di propria mano scannando il nipote competitore.

Nicomede II re di Bitinia, adombrato degl'incrementi del vicino, mandò a richiamarsene al senato di Roma, il quale decretò indipendenti la Paflagonia e la Cappadocia, (91) destinandovi dei re suoi ligi, e spedì Silla in aspetto d'ambasciatore, per conoscere e sventare i disegni di Mitradate. Ma questi ruppe a guerra, sconfisse i Bitinj e il nuovo re Nicomede III, costrinse i Romani a sgombrare la Frigia, la Misia, l'Asia propria, e tutti i paesi che aveano o sottomessi o amicati sino alla Jonia, e rimandò liberi quanti avea fatti prigionieri. Gli abitanti di Laodicea tradirongli Quinto Appio governatore della Pamfilia, che fu a lui condotto in catene, preceduto per ischerno dai littori e dalle altre onoranze del suo grado. I Lesbj gli menarono Manio Aquilio, che come sommovitore della Cappadocia, egli fece legare piede a piede a un pubblico malfattore, sopra un asino tradurre a Pergamo, ed ivi colargli in bocca dell'oro, a raffaccio della sua ingordigia.