La Spagna erasi sottomessa, non indocilita al giogo, e tratto tratto lo scoteva sanguinosamente. Il console Tito Didio compresse barbaramente i Celtibéri, (98) e insospettito de' natìi che poco prima erano stati in colonia menati a Colenda, promise collocarli sopra altre terre; ma quando gli ebbe colle famiglie nel suo campo, li fece scannare, e Roma approvò la slealtà. Invocato dai Lusitani, Sertorio con ottomila uomini respinse successivamente sei generali sillani, e ingrossatosi coi malcontenti e coi popoli desiderosi di libertà, costituì nella Lusitania una repubblica; dagli Italiani rifuggiti al suo campo, sceglieva i migliori per consiglio suo e per magistrati, e paragonando il fermo e indipendente suo senato al romano servile a Silla, diceva: — Roma non è più a Roma, ma dove son io». Pretensione consueta ai fuorusciti.
Scarco delle basse passioni dei demagoghi, nè voluttà nè paura nè vendetta lo trascinavano od ammollivano; lauto nel ricompensare, ponderato al punire, eroe al combattere; cinto di splendidissime armi, assediava gli assediatori, recideva le marcie al nemico, ne molestava gli accampamenti, e talora vi si presentava provocando a duello il generale, talora gli attraversava mascherato. Nessuno Spagnuolo conosceva meglio di lui ogni tragetto, ogni scenderello; niun cacciatore lo vinceva nel correre le montagne; niun capitano sapea meglio appropriare la tattica al terreno ed al nemico, evitare gli scontri inopportuni, seguire l'avversario, indurlo nell'imboscata; con un pugno di prodi tenere in bilico gli eserciti, finchè li traesse in luogo dove alla grave e stabile legione mancassero acque, viveri, liberi movimenti. Sono le arti con cui, anche a' nostri giorni, la Spagna diede l'esempio del come possano resistere gl'insorgenti ad eserciti ordinati, e vincere colle squadriglie i vincitori dei re.
Gli Spagnuoli conciliavasi Sertorio colla dolcezza, coll'esimerli dagli alloggi, col far giustizia, fornendoli di belle divise e denari, vestendo, parlando, credendo com'essi. Ad Osca ( Huesca ) radunò i figli de' principali, preziosi ostaggi e futuri legami tra la civiltà romana e l'ibera, mentre i loro genitori godevano di vederli raffinarsi nelle arti ingenue. Manteneva rigorosissima la disciplina; e saputo che una Spagnuola aveva cavato gli occhi a un soldato che tentava farle violenza, e che la coorte di lui pretendeva vendicarlo e ne imitava la brutalità, Sertorio condannò tutta questa a morte, solenne lezione agli altri. Spacciò d'avere scoperto le ossa del libico Anteo, alto sessanta cubiti; e ricevuto da Diana una cerva, dalla quale si facea rivelare ciò che sapeva da buone spie, e suggerir ciò che la sua prudenza avea conosciuto conveniente. Altre volte colle parabole colpiva le menti vulgari: e volendo persuadere che la guerra a spizzico val meglio che l'arrisicar ogni cosa in giusta battaglia, ad un soldato de' più robusti ordinò strappasse la coda ad un generoso puledro; e come quegli vi si fu affaticato indarno, da un debole vecchio gliela fece crine a crine svellere tutta; e ne conchiuse che col persistere si riesce meglio che colla violenza.
Silla portò nel sepolcro il dispiacere di non aver potuto dissipare quel ricovero di suoi nemici, al quale teneano l'occhio i malcontenti che da tutte parti sorgevano contro Roma; imperciocchè l'Asia tornava a strillare dalle concussioni de' senatori, che, fatti arbitri de' giudizj e sicuri d'impunità, malmenavano le provincie; pirati infestavano le coste; gli schiavi faceano sonare tremendamente le loro catene. A frangenti tali doveva opporsi il senato, rifuso pur testè da Silla, e gradito al popolo come un'amministrazione civile che succede alla prepotenza militare. Non erano più quei nomi illustri per tradizione: ma sebbene traforatisi in quel consesso per via di bassezze, s'investivano dello spirito di esso, adottavano quell'altero patriotismo ch'era tirannide fuori, dignità dentro, e che pretendeva dovesse il mondo chinarsi ai cenni di Roma. Ma dacchè la violenza militare avea preso campo, l'autorità civile doveva cercare appoggio in qualche guerriero che volesse accettarne i consigli; e tale parve Gneo Pompeo.
Il costui padre, buon capitano, per l'ingordigia divenne odioso ai soldati, che fecero giura per ucciderlo: l'accorta pietà del figlio lo campò, ma non potè impedire che, morto, gli sdegnati ne malmenassero il cadavere. Da padre esoso venne l'idolo del popolo romano (n. 106). Silla lo blandì come buono in guerra e opportuno ad attirargli fautori, senza mettergli ombra; e giovanissimo gli consentì il titolo d'imperatore: ma quando, spedito contro i Mariani in Africa, uccise Domizio Enobarbo e fece prigione il numida re Jarba, il vecchio Silla ne ingelosì, e gli ordinò che tornasse. Pompeo obbedì senza esitare; di che il dittatore si chiamò così soddisfatto, che gli conferì il titolo di Magno. Si opponeva però al trionfo di lui; ma avendogli Pompeo ricordato che «al sole nascente guardasi più che all'occidente», Silla si piacque di quella franchezza, ed esclamò — Trionfi, trionfi».
Pompeo secondava la crudeltà del dittatore per imitazione, ma tratto tratto ricompariva generoso. Minacciando egli sterminio agli abitanti di Imera infervorati di Mario, Steno, lor primo magistrato, gli dichiara: — È ingiusto il punire tutti per la colpa d'un solo. — Chi è quest'uno?» domandò Pompeo. — Io, che gli incitai contro di Silla», rispose Steno; e Pompeo gli perdonò. Semplice e frugale nei portamenti, magistrato integro in tempi di scapestrata corruttela, non intinto ne' ladronecci dei Sillani; indurito alle fatiche, bel parlatore, piacevole in tutti gli atti esterni, giusto qualora non fosse traviato da mali consigli e dai capricci d'una fazione, cui però non voleva parere di servire, nè sosteneva francamente il popolo, nè mettevasi ligio al senato, quasi bastasse l'essere Pompeo Magno. Studiosissimo dell'arte bellica, nel guidare un esercito in guerra regolare valse quant'altri; non così allorchè doveasi movere una nazione. Seppe tutte le arti d'acquistare la nominanza, meta de' mediocri; nelle imprese arrivava sempre a tempo di trarre a gloria propria i meriti degli altri capitani; in pace mille voci amiche o stipendiate lo sparnazzavano; per tali guise spianava la via al potere supremo; ma quando si trattasse di afferrarlo, non gli bastava vigore di calpestar la legalità che a mezzo avea violata, lasciavasi mettere il piede innanzi da quelli che seco avea portati in alto, e pascolavasi di fumo, immaginando posta negli onori la potenza, mentre gli emuli suoi sorpassavano alle apparenze per toccare la realtà.
Erasi testè acquistato merito calmando l'insurrezione di Lepido; seppe rattenere i soldati dagli eccessi a cui erano abituati di trascorrere dopo la vittoria; ma quando il console Catulo gli ordinò di congedarli, egli non se ne diede per inteso, e chiese d'essere destinato contro Sertorio. Questi erasi accresciuto d'un esercito, guidatogli da Perpenna, altro prode fuoruscito che Pompeo aveva snidato dalla Liguria; e stringeva d'assedio Laurona, ove udito che Pompeo vantavasi di prenderlo in mezzo, disse: — Allo scolaro di Silla dovrebbe esser noto che un buon generale guardasi più di dietro che davanti». In fatto Pompeo si trovò egli stesso circuito; vide la città presa e bruciata (77) per mortificare i vanti di lui; e ridotto agli estremi, dal senato supplicava uomini e denaro. Anche Metello Pio, che vi comandava un grande esercito, benchè vantasse trionfi, assumesse il titolo d'imperatore (76), e si facesse cantare dai poeti spagnuoli, fu costretto ritirarsi.
Coraggio, Sertorio! alle grandi ambizioni non voglionsi scrupoli: traverso alla Gallia e alle Alpi scendi in Italia, e vi sarai più terribile d'Annibale, perchè accolto dalla simpatia dei popoli per cui tu combatti.
Ma Sertorio amava la sua patria, riveriva la terra che chiudeva la madre sua dilettissima; e desideroso di rientrarvi in pace, mandò che si sottometterebbe congedando le truppe, purchè fosse abolito il decreto di sua proscrizione. La severità romana, che non patteggiava mai se non vincitrice, ricusò d'esaudirlo; e Mitradate, che allora appunto agguerriva l'Asia onde rinnovare il sanguinoso duello, e viepiù dopo morto Silla, spedì ambasciadori a Sertorio che, paragonandolo a Pirro ed Annibale, gli offrissero tremila talenti e quaranta galee in tutto punto, con cui guerreggiare i Romani, mentr'egli in Asia recupererebbe le provincie che avea dovuto cedere nella pace. Sertorio, che volea considerarsi come rappresentante, non come nemico della patria, rispose: — Cessi il cielo ch'io cresca in potenza a detrimento della repubblica. Egli s'abbia pure la Bitinia e la Cappadocia, che i Romani non vogliono disputargli; ma nell'Asia Minore non gli assentirò un palmo di terra di là dei trattati conchiusi».
Mitradate udendo il messaggio esclamò: — Se tanto esige proscritto e fuggiasco sulle coste dell'Atlantico, che farebbe presedendo al senato di Roma?» Pure ne coltivò l'amicizia, gli spedì il denaro e le galee; e Sertorio, colla detta riserva, l'ajutò d'un corpo di truppe. Bastò perchè fosse da Roma dichiarato traditore, e posta sulla sua testa la taglia di cento talenti e ventimila jugeri di terreno.