Nel senato aveva nicchiate trecento creature sue: in Roma accasati diecimila schiavi, per una sola parola mutati in cittadini: per Italia erano sparsi cenventimila veterani, da lui guidati prima alla vittoria, poi resi possessori, e interessati a conservare una vita da cui dipendeva ogni ben loro: la popolaglia giaceva sgomentata o avvezza al giogo. Di che dovea egli dunque temere? e fu mera scena quando, raccolto il popolo, disse: — Romani, l'autorità che m'avete conferita senza limiti, ecco ve la restituisco, e lascio vi governiate colle vostre leggi ordinarie. È fra voi chi voglia conto della mia amministrazione? glielo renderò». E congedati i littori, passeggiò come semplice cittadino, senza che alcuno osasse fargli ingiuria. Solo un garzone gli disse villania, alla quale egli esclamò: — Questo scapato farà che d'or innanzi nessuno più si spogli della dittatura».

Nel ritiro, diviso fra lo studio e le voluttà, compilò un codice per gli abitanti di Pozzuoli; ed egli, riformator de' costumi, promulgatore di leggi suntuarie, con Roscio comico, con Sorice buffone, con Metrobio che faceva da donna nelle commedie, consumava i giorni e le notti a sbevazzare, a consultar indovini, a celebrare i riti frigj, e peggio. Gli si risvegliavano tratto tratto l'indole feroce e la voglia di mostrare che aveva abdicato sol d'apparenza; e tardando Granio questore a rendere i conti, lo fece appiccare accanto al suo letto. Continuava intanto a scrivere le proprie memorie, e l'ultimo giorno (78) vi notò: «Stanotte ho visto in sogno mio figlio morto testè, che mi stendea la mano, e mostrandomi Metella sua madre, esortavami a lasciare una volta le brighe, e andar con loro a riposarmi in eterno. Io finisco i miei giorni come i Caldei hanno predetto, annunziandomi che avrei sorpassata l'invidia colla gloria, e morrei nel fiore della prosperità».

Strana sicurezza di coscienza di chi s'era satollato di sangue! mirabile fermezza in chi era consunto da' pidocchi! tutto inesplicabile per chi crede che ogni cosa finisca col sepolcro.

Vincitore di Mitradate, aveva egli menato per due giorni un trionfo, in cui si portarono quindicimila libbre d'oro e centoquindicimila d'argento, rubate alla Grecia e all'Asia; altre tredicimila d'oro e settemila d'argento, salvate da Mario nell'incendio del Campidoglio e ricuperate a Preneste: ed istituì giuochi tanto pomposi, da restarne deserti quelli d'Olimpia. Di nuovo trionfo ebbero aspetto i funerali: sopra magnifico feretro, portato da quattro senatori, con attorno i collegi de' sacerdoti e le Vestali, e dietro il senato e i magistrati colle insegne di lor dignità, quindi i cavalieri e i veterani suoi, tragittò da Cuma a Roma, in mezzo a lodi cantategli a muta, a piagnucolamenti e omei e profumi, a corone d'oro spedite dalle città, dalle legioni, dagli ammiratori; e fu sepolto nel campo Marzio, come gli antichi re, di cui non gli era mancato che il nome. Il sepolcro volle chiudesse non il corpo ma le ceneri sue, e vi si scrivesse: — Mai non si lasciò sorpassare o da nemico nel nuocere, o da amico nel beneficare».

Ricco d'insigni qualità, uom della guerra e della pace, della sommossa e del consiglio, suo deliberato proposito fu il ripristinamento dell'aristocrazia: ma vivo ancora, egli vide antiquarsi molte sue leggi; appena terminate le esequie, l'edifizio suo civile andò a fascio, la vita politica da lui compressa risorse colle sue lotte, e scompose l'unità che la sua mano di ferro avea ricondotta. Vôlto sempre al passato, non avea tenuto conto dei tanti elementi nuovi, insinuatisi nella costituzione; agli schiavi non provvide; gli Italiani volle tener servi; al popolo tolse la podestà legislativa. Col trasferire questa ai comizj centuriati, avea creduto favorire i patrizj: ma chi erano costoro? plebe di fresco nobilitata, e già cancerosa nelle ossa, superba di quell'aristocrazia del denaro che è la meno salda, attesochè la mobilità di quell'elemento non lasci assodarsi l'opinione. Non avea scorto la necessità d'un elemento intermedio, che coll'equilibrio potesse mantenere la pace; nè conobbe la via d'istituirlo, la libera industria.

I soldati, cui egli avea appreso a diventar ricchi colla spada e a sostenere i generali contro la patria, crebbero il numero di coloro che, tuffati nei debiti e nella dissolutezza, amavano le cose in aria e una nuova guerra civile, ove rubare e proscrivere. Alle tante famiglie impoverite tardava di sommovere lo Stato, per rifarsi delle perdite sofferte. Le immense ricchezze affluite dall'Asia invogliavano di tornare a succhiarla coi governi o a predarla colle armi. Giovani arditi e di fortuna, come erano Lucullo, Crasso, Pompeo, Cesare, alzavano le ambizioni, dacchè l'esempio del dittatore gli avea chiariti che Roma era capace di sopportare un padrone.

CAPITOLO XXII.
Sertorio. — I gladiatori. — I pirati. — Pompeo.

Gagliarda riscossa del passato contro l'avvenire, della politica d'isolamento contro quella d'espansione, la riforma di Silla fu abile, non opportuna, nè quindi durevole, se non in quanto la sosteneano gl'interessi che implicava, e quello sgomento delle rivoluzioni, ch'è il più possente ausiliario delle riazioni.

Appena egli chiuse gli occhi, (78) il console Emilio Lepido, fedele alle tradizioni de' Gracchi, tenta abrogar le leggi del dittatore, far restituire agli Italiani i campi confiscati, e rialzare il partito italico. Ma egli sapeva sommuovere non dirigere: il senato, deplorando che si scompigliasse la pace così faticosamente restituita dal dittatore, gli oppone gli schiavi liberati, i guerrieri, il fervore di Lutazio Catulo suo collega, onesto e leale partigiano dell'aristocrazia. Sentendosi soccombere in città, Lepido si ricovera a Volterra, nido de' proscritti; fra la turba che in Etruria, balzata dal servaggio alla libertà sprovveduta, era malcontenta degli aristocratici come de' popolani, molti arruola, e con essi e coi veterani di Silla si presenta a Roma a chiedere la conferma del consolato, e l'abolizione delle leggi Sillane. Il momento meno opportuno a ridestare una rivoluzione è quando essa fu appena soffogata. Degl'Italiani i prodi erano morti, i capi erano divenuti romani, sicchè Lepido non fu che mediocremente sostenuto; vôlto in fuga da Catulo e Gneo Pompeo, passa nella Sardegna, e meditava trasportare la guerra in Sicilia; se non che morendo sciolse gli aristocratici dal timore. Anche Giunio Bruto, che secondandolo aveva sollevato la Gallia Cisalpina per la causa italica, fu preso in Modena da Pompeo, e in onta delle convenzioni decapitato; talchè i Sillani si poterono lusingare d'essersi assicurato i possedimenti e i privilegi, e non abusarono della vittoria.

Mancavano però di chi sapesse capitanarli, intanto che la parte di Mario rigalleggiava nella Spagna per opera di Quinto Sertorio, il quale destramente vi annestò la causa dell'italica indipendenza. Nato plebeo (121) a Nurzia ne' Sabini, educato attentamente dalla madre, cui ripagò con indelebile affetto, egli cominciò come tutti i giovani patrocinando cause, poi combattendo; nel campo de' Cimri ardì entrare come esploratore, e per l'ardir suo si fece prediligere da Mario; campeggiò con gran lode nella Spagna; poi questore nella guerra degli Alleati, perdette un occhio, e venne accolto con sonori applausi nel teatro di Roma. Fra il parteggiare cittadino favorì i Mariani, e vedendoli chinare, tornò in Ispagna onde disporvi un rifugio agli amici; e perchè alcuni l'appuntavano d'avere a denaro comprato il libero passaggio dagli Alpigiani, rispose: — Non è mai pagato caro il tempo da chi medita disegni grandiosi».