Parte dell'insana vendetta cadde sulle città italiane chiaritesi contro di lui; quali smantellate, quali multate esorbitantemente, di quali proscritti tutti gli abitanti. A Preneste dodicimila Italiani erano periti; altri a Norba incendiata; Populonia restò distrutta. Volterra, forte sul suo monte scosceso e per le mura ciclopiche, diè rifugio a molti proscritti e a veterani etruschi, sostenne l'assedio due anni, alfine capitolò onorevolmente, e il vincitore non osò toglierle il diritto di cittadinanza. Il resto dell'Etruria, immune fin allora da colonie, rimase preda degli avidi soldati. A Spoleto, Interamna, Fiesole furono confiscati tutti i beni; e per emulare Fiesole, piantossi in val d'Arno una nuova città, la quale, dal nome arcano di Roma, fu chiamata Florenzia. Contro il Sannio principalmente, perchè più bellicoso, s'accannì Silla; diroccava le fortezze, demoliva tempj e case, ripetendo che Roma non sarebbe sicura finchè i Sanniti non cessassero d'esser nazione: e l'ottenne, poichè il fiorente paese non offrì in breve che squallore e ruine, e quel popolo dimenticò tutto, fin l'odio contro i Romani. Silla e sua moglie Metella arricchirono assai delle spoglie di tanti uccisi; n'arricchì Crasso, n'arricchirono molti suoi ligi; e un Crisogono suo liberto per duemila sesterzj ebbe le sostanze di Roscio, che ne valeano sei milioni.
Sgomentati i Romani con tanti supplizj, Silla si ritirò in campagna, commettendo al senato di eleggere un interrè. Fu scelto Valerio Flacco creatura di lui, il quale propose di affidare a Silla la dittatura, onnipotenza da cenvent'anni dimenticata. E il tremante senato lo acclamò dittatore, col diritto di vita e morte anche senza giudizj, di far leggi, di confiscar beni e spartirli, edificare o distruggere città e colonie, dare e toglier regni; s'avrebbe per rato ogni atto di lui presente e futuro; e tale podestà durerebbe finchè la repubblica fosse costituita, cioè finchè a lui piacesse. Nel fôro, dove sanguinavano ancora i teschi di tanti illustri cittadini, gli alzò una statua equestre, per tal modo solennizzando come il trionfo di Roma sopra Italia, così quello de' nobili sopra i ricchi.
Nè, come nelle leggi agrarie, cambiavansi soltanto i campi pubblici, ma possessioni private erano tolte ai legittimi padroni onde rimunerare i soldati. I quali soldati più non erano cittadini che, al bisogno, abbandonassero la campagna per l'armi; e quando si trattava non della difesa della patria, ma delle ambizioni d'un generale, l'avventurar la vita in lontane spedizioni non era più dovere di cittadino, e tanto meno il combattere contro altri cittadini. Fu dunque duopo allettarli con largizioni. E già, dopo conquisa Cartagine, il senato ai veterani d'Africa e Spagna avea distribuito due jugeri di terra per ogni anno di servizio; primo saggio di colonie militari. Col promettere altrettanto avea Silla cercato fautori, e con ciò si era messo nella necessità di sterminare i prischi possidenti. Le immense fortune che aveano accumulate i cavalieri collo smungere le provincie, andarono preda di combattenti di ventura o di senatori, che gli uni colla spada, gli altri coll'intrigo sostennero le ridestate pretensioni dell'aristocrazia. Se non bastava che intere città perissero per sempre, nella campagna fu sterminato quel che restava di libera popolazione, onde distribuire i beni a centoventimila soldati.
In dieci anni di guerra accannita, cencinquantamila Romani erano periti di spada, forse altrettanti Italiani: nè v'era cittaduola che non avesse patito ruine e strazj. Roma erasi assicurato il primato in Italia, e a tutte dava le sue leggi, la sua lingua, i suoi magistrati; ma al mancare di tanti centri di particolare civiltà, doveva affluire a Roma un gentame povero, turbolento, che ai comizj si stivava non per dare il voto al più degno, ma per venderlo al più danaroso.
Ch'è peggio, restò dato l'esempio d'un generale, che col solo diritto del più forte sovvertiva le leggi della patria. Perocchè allora, in incontrastato dominio, Silla professò voler ripristinare la repubblica antica, sodare le prische leggi, e prevenire nuove scosse; e nei due anni di dittatura rintegrò il predominio del Governo, a scapito di ciò che la plebe aveva in tanti secoli acquistato, volendo riformare col tornar indietro, e credendo che l'aristocrazia, che Roma bastassero a sorreggere un edifizio sempre più gigantesco. Al senato, decimato dalla guerra e dalle proscrizioni, trecento membri aggiunse; e perchè restasse cardine dello Stato, gli restituì i giudizj e la discussione delle leggi e l'elezioni de' pontefici. Ai tribuni tolse la facoltà legislativa col ridurre a nulla i comizj per tribù, e vietò che parlassero nè pro nè contro la legge proposta; fece anche meno ambita quella magistratura coll'ordinare che chi l'avea coperta non potesse ad altra aspirare. De' cavalieri, di cui non trovava traccia nell'antica costituzione, e che da mezzo secolo ringrandivano, non tenne verun conto. Soppresse la censura, come istituzione recente, che mettea freno al senato. Per evitare i brogli e le continue agitazioni elettorali, prefisse condizioni di eleggibilità alle primarie magistrature; e stabilì a otto i pretori, a venti i questori; non salga alla pretura chi non fu questore, e solo per la pretura si arriva al consolato. Chiunque attentasse all'onore e alla sicurezza dell'impero, violasse il veto d'un tribuno, o arrestasse un magistrato nell'esercizio delle sue funzioni, e così il magistrato che in queste trascendesse, era punito coll'interdizione dell'acqua e del fuoco.
Ma il ripristinare l'aristocrazia sentiva troppo difficile dacchè n'erano perite la frugalità e la modestia, e invano vi opponeva severe leggi penali, massime per restringere gli arbitrj e le esazioni de' governatori nelle provincie; e pene contro i falsarj, i parricidi, gli assassini, i falsi testimonj, l'abuso del divorzio, gli eccessi del lusso. Ai Latini e alla più parte delle città italiche negò l'agognato diritto di cittadinanza, mentre, per riparare ai tanti periti nelle guerre civili, o piuttosto per mettersi attorno gente devota, ed equilibrare i tanti ammessi nelle tribù, conferì la libertà e la cittadinanza a diecimila schiavi, che tutti portarono il suo cognome di Cornelj: di modo che egli oligarco, non meno de' democratici Mariani, estendeva la città.
Anche alla religione provvide: riedificò più pomposo il Giove Capitolino, arso nella guerra civile; ed essendo in quell'occasione andati in cenere i Libri Sibillini, mandò nelle città d'Eritrea, di Samo, d'Ilio a raccorne frammenti, di cui formò una nuova compilazione, affidata a quindici personaggi.
Le sue riforme, quali si fossero, conveniva seguirle. Trovando un giorno qualche opposizione, narrò questa parabola: — Un villano, sentendosi molestato dal fastidio, cavossi la giubba, e uccise le bestiuole; tornando esse a pizzicarlo, ne ammazzò assai più della prima volta; finalmente, sentendosi prudere ancora, le gettò colla veste al fuoco. Badate non sia il caso vostro». Ofella, raccomandato da importanti servizj resigli, osò contraddirgli; ed egli dal suo tribunale ordinò ad un centurione d'andare a mozzargli la testa. Di fatto non era egli dittatore, eletto dal popolo e dal senato nelle forme legali? come tale, non era arbitro della roba e della vita? Mario s'appassionava per impeti, e avventavasi sul nemico come il mastino provocato: Silla, Robespierre aristocratico, ammazzava con regola e legalità, per concetto logico, per ragion di Stato, per amor di virtù.
Poi, quasi insultando alla Provvidenza rimuneratrice, s'intitolò Felice; e natigli due gemelli, li nominò Fausto e Fausta; indi, per ultimo spregio all'umanità conculcata, abdicò la dittatura, (79) e da privato visse in mezzo a un popolo ch'egli avea decimato.
Ne faremo anche noi le maraviglie come d'un atto di coraggio?