Per avidità di dominare l'Italia, Silla espilava l'Asia, imponendole una contribuzione di ventimila talenti (100 milioni), mandando soldati a vivere a carico di chiunque erasi mostrato ostile; ed amicavasi i soldati chiudendo gli occhi sull'ingordigia e la libidine loro. Espilati i tempj di Delfo, d'Olimpia, d'Epidauro, essi godeano le suntuose mollezze d'Asia, i palazzi, i bagni, i teatri, gli schiavi, le donne: e mentre la flotta congedata da Mitradate erasi sbrancata in squadriglie che corseggiando desolavano il litorale, i Sillani dandola per mezzo ad ogni crudeltà, rapina, lussuria, occhieggiavano all'Italia per farne altrettanto strapazzo.

E a questa alfine si dirigeva Silla, preceduto da formidabile rinomanza, accompagnato da soldati ingordi di preda e da fuorusciti ingordi di vendetta. Finchè stette oltremare, spacciava non voler che rimettere l'ordine, e rintegrare i senatori nelle prerogative: ma approdato che fu a Brindisi (83) con cenventi navi, quarantamila veterani e seimila cavalli, parve gli si affacciassero tutti i danni e le persecuzioni sofferte; scrisse al senato enumerando le sue imprese, e — Qual premio ne conseguii? La mia testa fu messa a prezzo, uccisi gli amici miei, mia moglie costretta coi figliuoli a ramingare dalla patria; demolita la mia casa, pubblicati i beni, cassate le leggi del mio consolato. Poco ancora, e mi vedrete alle porte di Roma con un esercito vincitore, a vendicar gli oltraggi, punire i tiranni e i loro satelliti».

Roma tremò, e spedita indarno una pacifica ambasceria, adunò centomila uomini sotto i consoli Giunio Norbano e Cornelio Scipione: ma l'esercito del primo restò sconfitto, quel dell'altro disertò a Silla, al quale pure si congiunse il giovane Gneo Pompeo coi numerosi clienti che tenea nel Piceno; e perchè vinse tre eserciti oppostisi al suo passaggio, Silla onorò il fortunato garzone col titolo d'imperatore, per blandire la fazione de' nobili, di cui era rappresentante.

I Mariani, (82) vedendo ogni dì le truppe e il fior de' cittadini accorrere a Silla, perdevano il consiglio, per quanto Carbone, Norbano, Mario faticassero a raddrizzar la nave col soccorso degl'Italiani, esortati d'ogni banda a sostener quella ch'era causa loro. Ma gl'Italiani non sentivansi più riscossi dal grido d'indipendenza, sibbene calcolavano dove ci fosse a lucrar maggiormente, nel campo dei consoli o in quel di Silla. Il quale, leone e volpe, sbaragliando e seducendo, mette in pieno scompiglio i popolari: il giovane Mario si salva in Preneste, dov'è assediato; Norbano a Rodi, e temendo esser tradito s'uccide; Carbone in Africa, poi nell'isola di Cosira, donde fu menato a Pompeo, che, o dimentico, o troppo ricordevole degli antichi benefizj, lo umiliò, poi lo fece scannare, benchè a molt'altri consentisse la fuga. La Sicilia, abbandonata da Perpenna, si arrese a Pompeo.

Silla, vincitore da ogni parte, entrato in Roma di primo lancio, radunò il popolo lagnandosi di quanto aveva patito, nelle cariche surrogò amici suoi a quelli di Mario, e senz'altro che minacce tornò alla guerra. Era sangue italiano che da una parte e dall'altra si versava; e i Sillani, quanti più nemici sterminavano, sapevano che più terreno ed oro resterebbe al lor generale per compensarli. I Sanniti non si erano piegati alla fortuna di Roma, e alla testa di quarantamila Ponzio Telesino aveva profittato delle discordie di questa per occupare tutto il Bruzio; e col lucano Lamponio accorse per salvare dai Sillani Preneste, ove il giovane Mario avea radunato i magazzini e l'oro e le statue di Roma.

Trovandosi da Silla recisa la marcia, Telesino difilò sopra Roma, che sapeva sguarnita, dichiarando: — Non per Mario nè contro Silla intendo combattere, ma per la causa italiana, onde vendicare i trucidati nella guerra Sociale, e sterminare questa tana di lupi devastatori d'Italia». Tutti i cittadini uscirono in armi, ma furono respinti: Silla sopragiunto, dovette voltar in fuga, esclamando, — O Apollo Pitio, non elevasti tanto Cornelio Silla se non per abbandonarlo davanti alle mura della sua patria?» Ma rintegrata la mischia, riuscì vincitore; Telesino fu trovato fra' cadaveri, ultimo eroe della causa italiana. Tremila de' suoi Sanniti offrirono di rendersi, e Silla gli accettò, purchè trucidassero i camerati dissenzienti: essi il fecero, e quando raddoppiati di numero gli tornarono davanti, li condusse a Roma, e quivi serrati nel circo, li fece tutti scannare. Arringava egli intanto i senatori nel vicino tempio di Bellona; e vedendoli susurrare alle miserevoli strida degli sgozzati, disse: — Cheti! non è nulla; alcuni riottosi ch'io fo punire», e continuò il sermone.

Tremendo esordio d'inaudite atrocità. In Preneste il giovane Mario e il fratello di Telesino vollero morire al modo de' gladiatori, combattendo fra sè, spettatori e spettacolo: il Romano uccide il Sannita, ma cade su lui, e si fa uccidere da uno schiavo. Allora Preneste si arrende, e Silla pianta tribunale per giudicare i cittadini a sè contrarj, ascoltandoli tanto per dare qualche aspetto di legalità all'assassinio: poi vedendo trarsi la cosa per le lunghe, ne fa chiudere molte migliaja insieme e trucidare, assistendo egli stesso all'orrendo spettacolo e compiacendosene. Ad uno, della cui famiglia era ospite, voleva perdonar la testa; ma il generoso: — Io non voglio dover la vita al carnefice de' miei patrioti», e si mescolò ai morituri. Quei di Norba in Campania, temendo sorte eguale ai Prenestini, posero fuoco alle case, e si uccisero gli uni gli altri, da uomini di cuore[42].

Con questi macelli terminava la guerra Sociale, non rimanendo più Italiani ma Romani soli. Terminava anche la civile; e Silla tornato a Roma, ove non potè prender sonno per gli applausi del popolo e pel proprio tripudio, adunò i comizj e disse: — Ho vinto. Quei che mi costrinsero ad armarmi contro la città, fin ad uno espieranno col sangue quello ch'io versai».

Espiare con nuove crudeltà le passate! Il dì seguente si videro affisse tavole coi nomi di quaranta primarj senatori e milleseicento cavalieri, devoti al ferro di chi primo gl'incontrasse: ogni assassino riceveva due talenti, fosse pure uno schiavo uccisor del padrone, o un figlio uccisor del padre: confiscati i beni, dichiarati infami i figliuoli sino alla seconda generazione, reo di morte chi salvasse il fratello, il figlio, il padre proscritto. Al domani ducentoventi altri furono scritti sulle tavole, altrettanti il giorno appresso; i tempj non assicuravano da sicarj e dai particolari nemici; e l'avidità ajutò la vendetta, atrocissima e senza scopo. Case, terme, orti, quadri, lauta eredità, bella donna erano il delitto dei più. Uno, incontrando sulle tavole il proprio nome, — Me misero! (esclama) il fondo Albano mi perseguita»; va pochi passi ed è trucidato. Lucio Catilina, senatore che ci darà molto a dire, aveva ucciso il fratello per sottentrargli all'eredità: per iscagionarsene il fa da Silla portar nelle tavole, ed in compenso gli reca altre teste, e consegna Marco Graditano parente di Mario, vergheggiandolo per le vie di Roma fin al sepolcro della gente Lutazia per farne espiazione a Catulo ucciso da Mario: quivi mozzategli mani, orecchie, lingua, e pestegli le ossa, gli tagliò la testa, e dal Gianicolo portolla sanguinante fin alla porta Carmentale ove Silla sedeva. Vedendo Marco Pletorio per compassione svenire, lui pure decollò, e avuto il premio, andò a tergersi le mani nella pila dell'acqua lustrale all'ingresso del tempio d'Esculapio. Le ossa di Mario furono sturbate e gettate nell'Anio.

Tutto ciò faceasi a titolo di rigenerare la repubblica e i costumi col sangue: e dopo uccise novemila persone, fra cui novanta senatori, quindici consolari, duemila seicento cavalieri, Silla dichiarò aver proscritto quei soli de' cui nomi s'era ricordato; agli altri verrebbe la loro volta. Cajo Metello dissegli dunque in senato: — Noi non intercediamo a favore di quelli che tu pensi uccidere, ma ti supplichiamo di togliere dall'incertezza quelli che vuoi salvare»; e avendo Silla freddamente risposto non aver risolto ancora a chi far grazia, Metello soggiunse, — Nomina almeno quelli che non intendi uccidere», e Silla, — Lo farò».