Se la giustizia non è una legge eterna, ma deriva da patti sociali e da decreti, non può concernere se non coloro che stipularono; lo straniero sarà un nemico, e ciascuno potrà ucciderlo a voglia; i vinti si manderanno per le spade, se pure non si trovi più utile il servarli ( servi ) pei proprj bisogni, e perchè facciano tutto ciò che al vincitore talenti. Così logicamente veniva stabilita la maggiore delle iniquità, e l'ulcera delle società antiche.
Gli schiavi, come in tutta l'Asia, l'Egitto, la Grecia, così in Roma abbondavano; e conforme alla giustizia suddetta, Dionigi d'Alicarnasso, parlando di Servio Tullio, trova che i Romani acquistavano i servi con mezzi legittimissimi[1], giacchè o li compravano all'incanto, o li riceveano col bottino, od ottenevano dal generale di serbar quelli ch'essi aveano presi in guerra, o li compravano da chi gli avea avuti per le vie predette. Oltre gli acquistati in guerra, alcuni eransi venduti da se stessi per vizio, o dai creditori, o dalla legge ( servi pœnæ ); altri erano nati in casa ( vernæ ); altri raccolti bambini nelle esposizioni, comunissime allora quando ogni padre poteva ricusare di levar di terra il figlio natogli. Estese le conquiste, si portarono schiave a Roma anche persone nobili ed istruite, principalmente dalla Magna Grecia e dalla Sicilia: crebbero poi a migliaja nelle guerre con Cartagine, col'Illiria, colle Gallie. Del farne nascere in casa poco s'avea cura, credendosi questi men robusti, e parendo gittato il tempo in cui si deve lasciar inoperosa la madre, e nutrire il bambino senza frutto.
Lo schiavo non è persona, ma cosa[2]: perciò non ha rappresentanza nel consorzio civile, non può deporre in testimonio, non citare in tribunale, non aver nozze legittime nè figli proprj, non testare; natural suo erede è il padrone, che subentra ad esso negli altrui testamenti. Il proprietario solo potea chieder ragione d'un insulto fatto a' suoi schiavi, e contro lui dirigevasi l'azione per colpe di questi. Poteva il dominio d'uno schiavo appartenere ad uno, ad un altro l'usufrutto; e il padrone a sua voglia batterlo, crocifiggerlo, affamarlo, far ogni infamia del corpo di esso. La legge calcola con ispietata precisione i compensi per la sua perdita o pel deterioramento: — Chi senza diritto uccida uomo o quadrupede domestico appartenenti ad altri, paghi al padrone il valore massimo che questo oggetto ha da un anno. Non si deve solamente tener conto del valer corporale, ma anche se la perdita dello schiavo cagioni al padrone un danno maggiore del valor proprio dello schiavo. Se il mio schiavo fu istituito erede, e fu ucciso prima che per ordine mio accettasse l'eredità, bisogna, oltre il prezzo, pagarmi l'ammontare dell'eredità perduta. Se di due gemelli, o di due commedianti, o di due musici fu ucciso l'uno, deesi valutare e il prezzo del morto e lo scapito che la uccisione di lui portò nel valore del sopravivente, come se s'uccida una mula d'una coppia, o un cavallo di una quadriga. Quello cui fu ucciso lo schiavo, può scegliere fra il procedere in via criminale, o il ripetere un'indennità in forza della legge Aquilia»[3]. Eccovi un'altra contraddizione di quella sapienza legale: comprendere nel diritto di natura le bestie, mentre negava la personalità agli schiavi.
Erano questi addotti sul mercato da pirati o da speculatori, che li disponeano in una trabacca ( catasta ) a varj scompartimenti simili a gabbie, ignudi, colle mani avvinte e in fronte un cartello, portante le loro buone e ree qualità[4]. Entro gallerie interne si esibivano i prescelti. I forestieri, di cui non si poteva garantire la docilità, presentavansi con piedi e mani legate e col pileo in capo. Il compratore espone al negoziante: — Mi fa bisogno d'un mugnajo, di un torcoliero, d'un segretario per lo scrittojo, d'una donna pel letto, di un cane per la porta, d'un pedagogo per mio figlio»: guarda, palpa, esamina la forza e l'intelligenza: il venditore è obbligato dichiarare le malattie e i difetti, se riottoso, se solito a fuggire o andar girellone. Più tardi fu stabilita una tariffa secondo l'età e la professione; sessanta soldi d'oro per un medico, cinquanta per uno scrivano, trenta per un eunuco minore dei dieci anni, cinquanta se maggiore[5]. Cittadini di gran virtù speculavano sull'educarli; Catone li comprava meschini ed ignoranti, poi fatti robusti e destri li rivendeva: Pomponio Attico ne formava letterati.
Alcuni erano schiavi pubblici, per lo più fatti in guerra e che appartenevano allo Stato o alla città, con annuo assegno perchè attendessero ai pubblici lavori, ai bagni, agli acquedotti, alle miniere; oppure servissero i generali e i magistrati anche per corrieri, carcerieri, manigoldi. A peggior condizione trovavansi gli schiavi privati, i quali nelle case esercitavano ogni ministero; essi agricoli, essi mandriani, essi pastori, essi canovaj, cuochi, spenditori, barbieri, bagnajuoli, sarti, calzolaj, cacciatori, giardinieri, funamboli, commedianti, architetti, pittori, ragionieri, medici, veterinarj, tutto. Uno si teneva legato alla porta acciocchè, fui per dire, abbajasse al venire di qualche forestiero; altri dovevano gridare le ore, umani oriuoli; altri macinavano, e un gran disco attorno al collo gl'impediva di recarsi alla bocca qualche pugno di grano; quali correano avanti il padrone per istrada a fargli dare il passo; quali annunziavano le visite; questi, ai piedi del padrone, tergevano dai tappeti orientali le sordide traccie dell'intemperanza di esso; quelli servivano da sonatori, da impudichi, da buffoni, al qual uopo alcuni sin da fanciulli erano stretti con cinghie e serrati in astucci per modo che non potessero svilupparsi. Giulia d'Augusto aveva un nanerottolo ed una schiava non più alti di due piedi. Pregiatissimi erano pure gli ermafroditi, talora artifiziali. Seneca ci addita torme di ragazzi che, all'uscire dai banchetti, nelle camere aspettavano oltraggi alla natura. Legioni intere di corrotti, provenienti principalmente dall'Asia e da Alessandria, che somministrava i più famosi per isfrontatezza di costumi e vivacità di spirito, erano disposti secondo il paese ed il colore con tant'arte, che in tutti vedevasi corporatura snella, volto fiorito della prima lanugine, nè mai uno di capellatura liscia confondevasi con quelli di crespa. Alcuni non viaggiavano che col viso bisunto, perchè il sole e il freddo non intaccassero la dilicata pellicina. Plinio e Quintiliano raccontano con quali arti infami si celavano i difetti di quelli destinati ad infimi piaceri, e con quali erbe si ritardavano gl'indizj della pubertà[6].
Uno schiavo robusto fruttava al suo padrone da venticinque centesimi il giorno; e riceveva al mese venti litri di grano e venticinque di vinello, fatto con aceto, acqua dolce e acqua di mare fracida, secondo la ricetta di Catone. Il lavoro degli schiavi era preferito, perchè non come i liberi restavano ogni tratto interrotti dal servizio militare.
— Calvisio Sabino ricchissimo, e dei più inerti ch'io m'abbia conosciuti (racconta Seneca), stava sì male a memoria, che or dimenticava il nome d'Ulisse, or quello di Achille o di Priamo; nè altri mai storpiò tanto i nomi, quanto egli faceva quei di greci e trojani. Volendo ciò non ostante passare per letterato, udite cosa pensò. Comprò due schiavi, uno che imparasse a memoria Omero, l'altro Esiodo, e nove altri che sapessero i nove poeti lirici. Gli costarono un occhio, perchè, non trovandosene d'incontro, bisognò farli apposta. Formatosi questa banda, cominciò a bersagliare i suoi convitati: aveva ai piedi gli schiavi che gli suggerivano de' versi quando gli occorressero, e ch'egli lanciava a ogni proposito ai commensali, per lo più storpiandoli. Satellio Quadrato, gran motteggiatore, ne rise; Calvisio gli rispose ch'erangli costati centomila sesterzj; e questi: A meno compravate altrettante biblioteche. Eppure Calvisio arrogavasi di saper tutto quel che i suoi servi sapevano. Satellio stesso gli propose un giorno di far seco alla lotta ; e perchè Calvisio gli mostrava d'esser pallido e sfinito, Che? replicò l'altro, non avete una turba di schiavi forzosi? »
In qual modo trattati fa orrore il pur pensarlo. Quei che lavoravano i campi, aveano i capelli e le ciglia rase: quei che portavano i padroni nelle eleganti lettighe, trascinavansi dietro le catene[7]. Palla, accusato di complicità con alcuni liberti, dimostrò che non comunicava con essi se non per segni o per iscritto. Antonio e Cleopatra sperimentavano sopra gli schiavi i veleni. Pollione ne fe gittar alle murene uno che gli ruppe un vaso: del che lo rimbrottò Augusto, il quale non pertanto fece appiccare all'antenna uno che gli aveva mangiato una quaglia. Ai lunghi pasti si facevano assistere, digiuni, in piedi, e guai se avessero tossito, starnutato, sospirato, anzi pur mosso le labbra. Alcuni ricreavano le cene con atroci combattimenti, e i padroni applaudivano, fischiavano, e dicevano: — Fatti lontano, canaglia, che il tuo sangue non mi chiazzi la tunica».
Così degradati da inumana severità o da turpi favori, vittime della sensualità prima ancora che si svegliasse l'istinto, senza coscienza d'altro dovere che del soddisfare il padrone, anzi prevenirne i desiderj onesti o infami, cresceano nell'abitudine dell'intrigo, della menzogna, del furto. La notte poi erano chiusi in ergastoli o grotte, su giacigli o per terra ammonticchiati uomini e donne. Fatti vecchi o incurabili, si portavano all'isola d'Esculapio sul Tevere, colà abbandonavansi a morire. Claudio imperatore pensò riparare a quest'ultima crudeltà col decretare che il servo così esposto rimanesse libero: e allora i padroni gli uccisero.
Il senatoconsulto Silaniano dei tempi d'Augusto portava che, quando un cittadino si trovasse ucciso da uno schiavo, tutti gli altri schiavi di lui si mettessero a morte. Essendo Pedonio Secondo, prefetto di Roma, ucciso da uno schiavo per gelosia di un basso amore, quel mandare a morte quattrocento schiavi innocenti eccitò qualche susurro: ma il giureconsulto Cassio, gran conoscitore del giusto e dell'ingiusto, si alza in senato, e rimbrotta cotesti novatori: — E che! cercheremo noi ragioni quando già pronunziarono gli avi, più saggi di noi? Possibil mai che fra quattrocento schiavi nessuno avesse notizia dell'uccisore? eppure nessuno lo rivelò, nè arrestollo. Voi dite che periranno degli innocenti: ma quando un esercito che mancò di coraggio vien decimato, i prodi come i vili non corrono la ventura? In ogni grand'esempio v'è qualcosa d'ingiusto; ma l'iniquità commessa verso alcuni uomini è compensata dall'utilità che tutti ne traggono»[8]. E per tale ragionamento salvata la dignità della legge, quei miserabili furono menati al supplizio fra una doppia ala di soldati e fra le urla del popolo che malediceva la legalità.