Altri orrori ci rivela Costantino Magno là dove, guidato dai nuovi lumi della religione dell'avvenire, proibisce di appiccare gli schiavi, di precipitarli dall'alto, d'insinuare il veleno nelle loro vene, nè di bruciarli a lento fuoco, o lasciarli basir dalla fame, o putrefare dopo sbranatine i corpi[9].

Per le donne vi andava connesso il prostituirsi o ai brutali signori, o agli indistinti consorti, o ai dissoluti nei lupanari, aperti come un altro guadagno avventizio dei padroni. Il severo Catone avea prefisso una tassa per gli amplessi delle sue schiave. E dopo che giovani erano state esibite alle ubriache voluttà dei convitati; vecchie, s'insultava al loro obbrobrio, imprimendo osceni motti sul seno avvizzito. Inoltre esse doveano sopportare i capricci delle dame: e mentre queste s'adornavano, molte tenevansi loro attorno, nude sin a mezzo il corpo, intenta ciascuna ad un particolare ornamento; la signora aveva in pronto un aguto, col quale pungerle nelle braccia o nel seno ad ogni lieve mancamento, o quando l'arte loro non fosse da tanto d'emendarle i difetti della natura o di rinverdirne la bellezza.

Quella monotonia di patimenti era interrotta una volta all'anno, quando, nell'orgia de' Saturnali, gli schiavi ricuperavano una momentanea libertà, quasi per sentire più grave la severa disciplina abituale.

Eppure questi infelici, dalle istituzioni, dai pregiudizj e dalla consuetudine posti fuor della legge civile e dell'umana, erano la parte attiva delle nazioni antiche, indispensabili alla sussistenza di tutti. Scrittori e statisti s'accordano a riguardare come qualcosa d'ignobile e disonorante il lavoro e l'industria: Cicerone trova indegna d'uom libero qualunque professione laboriosa, a mala pena eccettuando la medicina e l'architettura; il commercio tollera sol quando rechi ingenti guadagni: fin l'agricoltura non ischermiva dal disonore gli operaj dipendenti. La classe attiva era dunque tutta di schiavi: Varrone classifica gli stromenti dell'agricoltura in vocali, cioè gli schiavi, semivocali, cioè le bestie, e muti, cioè le cose inanimate; Aristotele vi dice che «il bue tien vece di schiavo al povero»[10]; Catone, che per coltivare ducenquaranta jugeri d'oliveto si richiedono tredici schiavi, tre bovi, quattro asini»[11]. Gli schiavi cavano le miniere, lavorano negli opifizj, son noleggiati perle costruzioni; ne hanno i tempj, ne hanno le città e le corporazioni; essi adempiono gli ordini dei magistrati, curano gli acquedotti, le vie, gli edifizj, remano sulle flotte, prestano servizj negli eserciti; tanto più necessarj quanto men conosciuti sono i soccorsi della meccanica; ed usati ed abusati colla negligenza che si ha per cose nè rare nè di prezzo.

Che più? il servo e il liberto erano gli amici, i confidenti, il tutto. Gli amici non s'incontravano che al fôro o nella gozzoviglia; venerate non amate erano le mogli: lo schiavo, al contrario, era un animale istrutto, fedele, intelligente meglio ancora del cane; seguiva il padrone in ogni dove, gli prestava mille servizj da cui un libero rifugge, il ricreava colle buffonerie, gli componeva le orazioni con cui farsi applaudire in piazza o al senato, gli radunava i testi con cui vincere le cause, i passi di cui compaginare un libro; e così aspirava all'affrancazione. Fatto liberto, ottenuto il berretto, poi la toga, poi l'anello, riusciva ancora più utile al suo padrone, che gli aveva comunicato il proprio nome, che lo considerava come interamente devoto al suo vantaggio o ai capricci suoi negli uffizj domestici, ne' pericoli, nei piaceri, nelle faccende proprie e dei clienti.

La legge dovette porre limiti all'affrancazione: richiedeva che lo schiavo avesse almeno trent'anni, e venti il padrone: chi possedesse dieci schiavi poteva emanciparne solo la metà; un terzo chi n'avea da dieci a ventisette; da ventisette a cento, un quarto; al di là di quel numero soltanto un quinto, e in niun caso più di cento[12]. Nè l'emancipazione veniva da sentimento di eguaglianza morale o di umana fraternità, ma da capriccio, da orgoglio, da corruzione: le schiave compravanla coll'arti che oggi rendono infami le libere; i liberti diventavano ministri di sedizione, di brogli, di misfatti ai ricchi, codazzo ai loro passeggi, ornamento ai loro funerali.

Tanti erano questi infelici, che nelle case più grandi stipendiavasi un nomenclatore per tenerne a mente i nomi. Crasso possedeva cinquecento muratori che noleggiava a opera; un avvocato andando ad arringare, traevasene dietro un nembo; nel campo di Cepione, su ottantamila soldati contavansi quarantamila schiavi; in coda alle legioni di Cesare nelle Gallie ne venivano tanti, da metterle un giorno a pericolo; Cajo ne possedeva cinquemila; e se anche esitiamo a credere che moltissimi[13] Romani ne possedessero le dieci e fin le venti migliaja, sappiamo che quattrocento schiavi cedette con una villa al figliuol suo una vedova africana privata, la quale riserbavasi per sè la maggior parte del patrimonio[14]; e ci rimane il testamento ove Claudio Isidoro querelasi che, pel molto perduto nelle guerre civili, non lasciava che quattromila cencinquantasei schiavi, cinquemila seicento paja di bovi, venticinquemila teste di bestiame minuto, e seicento milioni di sesterzj[15]. Erasi una volta proposto di dare agli schiavi un abito particolare; ma i prudenti avvertirono che troppo pericolo sovrastava se essi avessero con ciò potuto vedere quanto pochi erano i liberi[16].

È egli vero che senza industria non può sussistere una società? è egli vero che l'industria deve esercitarsi solo da schiavi? La servitù è dunque un diritto naturale, un assioma politico; non sapevasi figurare un consorzio civile senza questa infelicità; gli schiavi stessi, qualora insorsero, non negavano la giustizia della loro condizione, ma solo protestavano contro gli eccessi dei padroni. Però di tempo in tempo era dovuta una soddisfazione all'umanità, una protesta contro la nequizia, un principio di giustificazione alla Provvidenza.

La Sicilia massimamente reputava sua prosperità l'avere molti servi, i quali erano marchiati con un ferro da cavallo rovente, e oppressi d'ogni peggior trattamento, fuorchè nelle annuali feste Argirie istituite da Ercole. I possessori ricchissimi e superbi, che ne compravano ergastoli interi, per risparmio di spesa gli avvezzavano a rubare, assaltare alla strada, invadere villaggi. Armati con mazze, lance e noderosi randelli, avvolti in pelli di lupo, e accompagnati da grossi mastini, viveano a cielo aperto di ladronaja e di minaccie. I pretori non osavano mettervi freno vigoroso, per rispetto ai loro padroni, che essendo cavalieri romani, e perciò arbitri de' giudizj, avrebbero potuto, chiamandoli a sindacato, fare scontar caro l'adempimento del loro dovere.

Tra quei padroni si segnalava per ricchezza ed arroganza Damofilo di Enna, che possedeva ampie campagne, molto bestiame, moltissimi servi, e «per lusso e crudeltà emulava gl'Italici viventi in Sicilia». Scorreva egli il paese accompagnato da una caterva di servi, di ragazzi, d'adulatori; ed ai primi non risparmiava contumelia veruna, benchè persone nate civilmente, e fatte prigioni in guerra; li marchiava in viso a punte di stilo, alcuni teneva incatenati negli ergastoli, altri mandava a pascolare gli armenti, con pane quanto solo bastasse a prolungarne le miserie, e non passava giorno che non ne facesse sferzare alcuno per punizione od esempio; e fin Megalide sua moglie dilettavasi ai supplizj di costoro e delle ancelle.