Ma che tardano i gladiatori? in istrepito impaziente ondeggia l'aspettante adunanza. Ecco, finalmente compajono. Vedi robustezza di muscoli! vedi attitudine di membra! vedi maestria di pôse! Al popolo romano brilla il cuore pensando che la costoro vita dipende da un suo cenno.

Su via, al fatto. Cominciano con un battocchio di legno, facendo innocua prova di maestria nelle botte e nelle parate: presto dismessa l' arma lusoria, non dicevole alla maestà del popolo romano, brandiscono vere spade, gli animi infelloniscono, rinforzano i colpi, e il popolo con ansietà contempla le ferite, le lividure, il sangue. Sarebbe giudicato mal destro quel che ferisse l'avversario sulla testa in modo d'ucciderlo; è un diritto che il popolo riserva a sè: il popolo, che dintorno fa scommesse, vien fino a baruffe, applaudisce a chi muore compostamente, fischia a chi anela nell'agonia, si lagna di chi mostra morire mal volontieri, credesi ingiuriato da chi rifugge dal morire[45]. Quando dunque uno si sente rifinito, ritraendosi alza il dito in atto di chieder grazia agli spettatori. Si è egli comportato da prode nel conflitto? mostrò generoso disprezzo della morte? il popolo romano gli accorda la vita, perchè possa un'altra volta esporla a suo ricreamento. Se no, o se il popolo vuol conoscere fin dove spinga la costanza, se vuol divertirsi a numerare gli aneliti moribondi e i guizzi d'un corpo che si disanima nel vigore dell'età e nella pienezza della forza, chiude il pugno drizzando il pollice verso il combattente, grida Recipe ferrum, e il vincitore, obbedendo al cenno, lo scanna.

Trascinato coll'uncino allo spoliario, i lanisti terminano d'ucciderlo: qualche epilettico accorre a beverne il sangue zampillante, supposto rimedio alla terribile sua malattia; o se ne cerca il fegato per mediche prescrizioni[46]. Il vincitore ne toglie l'arme e gli abiti, ottiene una corona di lentischio e un ramo di palma, e talvolta la libertà; e l'applauso a lui e a chi provvide lo spettacolo è immortalità, come è morte la disapprovazione[47].

Deh, che società è codesta, dove in politica ci si offrono solo battaglie e sangue, e se ne torciamo, gli spassi ancora ci presentano battaglie e sangue! E questa a noi inesplicabile voluttà del sangue saziavasi in mezzo agli adornamenti della civiltà, sotto velarj di porpora ricamati d'oro che schermissero dal sole, fra statue ed obelischi e vasi profumanti, fra numerose sinfonie; tubi nascosti versavano sugli spettatori acque olezzanti che correggessero il tanfo del sangue e del sudore; bei giovani schiavi accorrevano a smover l'arena per coprire quello versato dal gladiatore; e là accanto v'era il postribolo per chi volesse acuir la ferocia colla lascivia, compagne frequenti.

Cicerone approva tali spettacoli, come proprj ad ispirare disprezzo della morte[48]; se Trasea Peto biasimava in senato l'eccessivo gusto per i giuochi circesi[49], Plinio loda Trajano d'aver dato spettacoli «ove nulla ricordava la mollezza e la viltà, nulla era fatto per infiacchire gli animi, ma tutto per eccitare in noi lo sprezzo della morte, il desiderio di nobili ferite, facendoci vedere sin negli schiavi e ne' condannati l'amor della gloria e il desiderio del vincere»[50].

I serragli di gladiatori erano inoltre un fondo di riserva pei faziosi, i quali aveano dove comprar bande avvezze al sangue, e stranie alla domestica o alla patria pietà. A Capua, principale emporio di questa merce, Lentulo Bariato ne manteneva buon numero. Spartaco, uno d'essi, trace di nascita, numida di stirpe, robusto e coraggioso se alcun n'era, e per dolcezza e senno superiore al suo stato, eletto a dare spettacolo di sè nell'arena (73), disse ai consorti: — Giacchè s'ha da combattere, chè non combattiamo piuttosto contro de' nostri oppressori?» Ducento s'accordano con esso, atterrano i custodi, tolgono spiedi e coltelli alla bottega d'un vendarrosto, e fuggono sul Vesuvio; la fama se ne diffonde, e il desiderio d'imitarli; altri rompendo gli ergastoli, vi s'uniscono, tutta gente fiera e scurante della morte. Le milizie spedite addosso a loro sono sconfitte, sconfitti due pretori romani.

Cresciuto a diecimila, Spartaco traversa l'Italia e penetra nella Gallia Cisalpina, patria della maggior parte de' suoi seguaci. Colà ed oltr'Alpi meditava egli piantarsi; ma alcuni, ingordi di saccheggiar Roma, si staccano dal grosso per seguitare un Cuixo, e sono battuti dal console Lucio Gellio. All'annunzio di questa rotta, Spartaco riviene sui proprj passi (72), pettoreggia e sconfigge il console Cornelio Lentulo che lo inseguiva, poi anche Gellio. Inorgoglito dal vedere le invitte legioni e i due capi di Roma fuggir dinanzi a sè schiavo vilipeso, ordina non si dia quartiere a verun Romano; con ventimila uomini devasta la penisola: e accampatosi nella Lucania, v'aduna magazzini pel crescente esercito e medita accostarsi al mare, onde da un lato dar mano ai corsari che aveano formato tra l'acque una nuova Cartagine, dall'altro ridestare in Sicilia la guerra servile.

Licinio Crasso, principale sostegno delle vittorie di Silla, spedito dal senato a codiare Spartaco, conosce sì urgente il pericolo, che domanda si richiamino Pompeo dalla Spagna, Lucullo dall'Asia. Memmio suo luogotenente con due legioni erasi lasciato sconfiggere da Spartaco: ma Crasso accorso con dieci altre, decima cinquecento legionarj che eransi ritirati a fronte de' rivoltosi, distrugge diecimila di questi, e racchiude lo stesso Spartaco in una penisola presso Reggio mentre avviavasi per la Sicilia. Spartaco fa scannare un prigioniero e mostrandolo a' suoi: — Ecco qual sorte v'attende se non resistete»; poi col favore d'una notte turbinosa scivola traverso alle squadre romane, e medita difilarsi su Roma. Ma Crasso lo raggiunge (71) presso il Silaro, lo batte, uccidendo dodicimila trecento insorgenti, tutti feriti davanti, eccetto due soli. Avrebbe il gladiatore voluto trarre gli avanzi nei monti, rifugio delle sommosse e della libertà; ma essi, imbaldanziti da un leggero vantaggio, gl'imposero di attaccar Crasso. Prima della mischia, Spartaco ammazzò il proprio cavallo dicendo: — Se vinco, non me ne mancherà; se vinto, non mi bisognerà». E fu vinto dopo prodigi di valore; quarantamila de' suoi morsero la polvere; egli ferito combattè a ginocchio, prostrando chiunque se gli accostava, sinchè trafitto da mille dardi cadde s'un mucchio di cadaveri.

Cinquemila gladiatori si rannodarono nella Lucania, ove li scontrò Pompeo pur dianzi tornato di Spagna, il quale non durò fatica a rompere quelle reliquie. Tanto bastò perchè, come di guerra vinta, egli fraudasse il merito a Crasso; e come s'un trofeo piantato ne' Pirenei avea scritto d'avere dall'Alpi alle Colonne domato ottocentosettantasei città, così ora scrisse al senato: — Crasso ha sconfitto gli schiavi, io sbarbicata la ribellione»; e quel vanto, echeggiato dai tanti fautori suoi, lo faceva proclamare come l'unico capace di salvar la patria, e per impeto di pubblico favore fu fatto console (70). Queste servilità a un capo d'esercito qual recano sgomento agli amatori della libertà!

Crasso invece, cui veramente competeva il merito di quella vittoria, a grave stento comprò il consolato col distribuire al popolo la decima parte de' suoi beni, imbandire diecimila mense, provvedere di grano per tre mesi ciascun cittadino; onde cominciò da quel punto a contrariare Pompeo, derivandone un gareggiamento funestissimo alla repubblica. Pompeo pretese non dover congedare l'esercito vincitore di Sertorio se non dopo il trionfo; Crasso non volea licenziare il suo, vincitore dei gladiatori, finchè si tenesse in armi il collega, nel quale parea minacciarsi un nuovo Silla: popolo e senato, timorosi di vedere rinnovarsi le guerre civili, pregarono, supplicarono perchè desistessero; intervennero i sogni e gli Dei; Pompeo se ne rese malagevole, idolo avvezzo ad aspettare gl'incensi; Crasso col farglisi incontro stendendo la mano, meritò lode di generosità.