Che importa? la moda diceva per Pompeo; egli l'uomo di Roma; nè ad altri che a lui parve potersi commettere una nuova impresa. La distruzione della flotta di Cartagine lasciò libero il mare a' pirati; ed un'accozzaglia di Cilicj, Siri, Ciprioti, Pamfili, Pontici, Isaurici, altri fuggiaschi dell'Asia superiore parea congiurasse a vendicare sopra l'Italia i ladronecci che i pubblicani faceano nella loro patria. La trascuranza di Roma per la marina, e le sue guerre interne ed esterne, gli aveano cresciuti in baldanza; Mitradate li stipendiava perchè bezzicassero i Romani; e con essi s'accolsero molti di quelli che dalla regia flotta egli avea congedati dopo la pace.

Quando le provincie erano malcontente dell'Italia, l'Italia disgustata di Roma, facilmente ogni rivoltoso trovava seguaci. Vedemmo i servi, vedemmo Sertorio e Spartaco, ora i pirati: e non solo feccia si aggregava con questi, ma persone bennate e benestanti sembravano farsi un vanto d'andare in corso, la maschera politica togliendo vergogna alla bassezza e al delitto. E s'imbellivano di parer generosi, come quelli fantasticati da Byron. Una banda s'accostò alla villa dove Scipione Emiliano viveva ritirato, ed egli s'accinse a difendersi: ma i capi se gli fecero innanzi disarmati, dicendo che unica loro ambizione era il veder davvicino il grand'uomo; e introdotti presso di lui, si prostrano sulla soglia della casa come davanti ad un tempio, e vi depongono donativi, come si soleva agli Dei[51]. Volevano per tal modo non tanto onorare il grand'uomo, quanto rinfacciare l'ingratitudine di Roma per esso.

I pirati aveano arsenali, porti, vedette; i più esperti rematori e piloti; d'ogni foggia navigli, magnifici quanto terribili, con poppe d'oro, remi inargentati, tappeti di porpora. Omai più di mille legni infestavano il mare; e non accontentandosi di schiumar questo (77), più di quattrocento città aveano prese, taglieggiandole a oltranza; profanarono tempj fin allora inviolati; l'Italia stessa molestarono; e gli oratori romani doveano arrossire nel montare sulla ringhiera ornata coi rostri tolti ai Cartaginesi, mentre codesti scorridori da Miseno, da Gaeta, da Ostia, anzi dalle ville suburbane rapivano il bello e il buono, portavano via fanciulle e personaggi per ritrarne grossi riscatti, e fin due pretori ghermirono colle insegne e coi littori, e li menarono in beffardo trionfo. V'era qualche catturato che, per ottenere rispetto, allegasse — Io son romano?» se ne mostravano compresi, gli chiedevano umili scuse, gli restituivano calzari e toga, poi dicendogli se ne tornasse pur libero alla famosa sua città, lo costringevano a discendere per la scala in mare, ed affogarsi.

Publio Servilio sconfiggendoli (73) ottenne il soprannome d'Isaurico, ma non per questo li frenò. Marc'Antonio, figlio dell'oratore, affrontatili presso Creta, perdette molti vascelli (70), e vide i suoi guerrieri appiccati alle antenne colle catene ch'egli aveva predestinate ai corsari.

Vie maggior noja ne derivava a Roma, perchè costoro servivano d'anello fra' suoi nemici dall'Atlantide alla Meotide, e interrompendo le comunicazioni coll'Africa, potevano affamare l'Italia, che ormai vivea solo coi grani di là. Il tribuno Gabinio (67) pertanto propose che, all'uopo di sterminarli, si desse per tre anni a un capitano assoluta autorità su tutto il mare fin alle Colonne, e su quattrocento stadj fra terra; levasse soldati e ciurma quanta credeva necessaria; spendesse del pubblico senza render conto.

Tutti compresero che Gabinio aveva in vista Pompeo. Il popolo basso, nojato della tirannide degli oligarchi, propendeva ad adagiarsi sotto un capo purchè non si chiamasse re; e dopo aver favorito i Gracchi, Mario, Silla, ora impazziva di Pompeo. Arringhe di oratori, proteste di consoli, rimostranze di savj non valsero a persuadere del pericolo di cotesti comandi smisurati; il console Calpurnio Pisone, il quale disse a Pompeo, — Se aspiri a divenir un Romolo, bada che potresti anche incontrarne la fine», ebbe pena a salvarsi dal furor popolare; e a Pompeo, cui la ventura pioveva in grembo, si decretò il proconsolato del mare con cinquecento vascelli, cenventimila fanti, cinquemila cavalieri, per luogotenenti venticinque senatori già stati comandanti di eserciti, due questori, e l'anticipazione di duemila talenti attici. Qual cosa più lo rattenea dall'imitare Silla, e dal farsi despoto della repubblica? la sua mediocrità.

Con tanti mezzi era facile il vincere gente sparsa, e rincacciare in ogni angolo quelle flottiglie. Pompeo ebbe la politica di mostrarsi umano; a quanti s'arresero, assegnò terreni nell'Acaja e nella Cilicia. «Non l'avarizia dal proposto cammino il richiamò alla preda, non la libidine alle voluttà, non l'umana natura ai godimenti, non la nobiltà d'una terra a conoscerla, neppur la fatica al riposo; anzi i quadri e le statue e gli altri ornamenti delle greche città, che gli altri stimavano bene rapire, esso non volle tampoco vedere. Onde dappertutto Pompeo giudicavasi non mandato da Roma, ma piovuto dal cielo; e cominciavano a credere che uomini romani sienvi stati una volta di siffatto disinteresse, cosa che ormai agli stranieri riusciva incredibile»[52]. In meno di due mesi ebbe terminata la guerra, restituita la libertà a tanti prigionieri, la patria a tanti fuorusciti, la sicurezza a tutte le coste: sicchè un concerto universale di lodi sonò quando si videro tornate le navi cariche, e restituire l'abbondanza a Roma.

L'isola di Creta avea sempre in battaglie di mare e di terra vantaggiosamente servito ai Romani, che la ricevettero in alleanza: poi, secondo il loro stile, la querelarono d'ajutare Mitradate e i corsari; e benchè essa mandasse a scagionarsi, in senato si dimostrò non potrebbero mai sbrattarsi i mari dai pirati finchè Creta non fosse ridotta a provincia, e le si decretò guerra. Cecilio Metello sbarcò non impedito (66) alla patria di Giove, e già teneva l'isola, quando gli abitanti, adontati dalla severità di lui, chiamarono Pompeo. Questi, che guardava come sua perdita ogni gloria d'un altro, accorse; bandì essere Creta nella provincia a lui destinata, Metello usurparsi il nome di generale, nè avere autorità di patteggiare. Metello non gli diè ascolto, proseguì la conquista e ridusse l'isola a provincia: ma gli ammiratori di Pompeo faceano ancora riverberar tutto lo splendore di quel fatto sopra di lui che «una tanta guerra sì diuturna, sì in lungo e in largo dispersa, e funesta a tutte le genti e le nazioni, apparecchiò sullo scorcio dell'inverno, intraprese a primavera entrante, a mezza estate ebbe compita»[53].

Nuovi allori preparava in Asia la fortuna a questo suo prediletto. Mitradate aveva accettato dai Romani la pace non per altro che per trar fiato, e allestirsi a nuova guerra (pag. 66). Roma, straziata dalle intestine discordie, non aveva impedito ch'ei si mettesse in attitudine; anzi molti cittadini da essa proscritti andavano offrirgli il braccio, la maestria e l'odio; e le città d'Asia e di Grecia a visiera alzata s'unirono col Barbaro che le richiamava alla libertà (82). Cominciò egli a punire i paesi che si erano dichiarati contrarj, e prima sottomise i rivoltosi della Colchide; armò poi truppe di terra e grossa flotta contro gli abitanti attorno al Bosforo. Ma Murena, lasciato da Silla pretore in Asia, temendo non mirasse ad occupare la Cappadocia, la invase egli primo, per quanto Mitradate protestasse, ne devastò le coste e i confini del Ponto; tentò anche Sinope residenza del re, sperando far tanto male da meritare il trionfo. Ma Mitradate respinse i Romani (81), e gran fuochi accesi sul vertice dei monti annunziarono che la Cappodocia era sgombra di nemici. Allora continuò a sottomettere i popoli circostanti al Bosforo; pare invitasse i Sarmati in Europa; poi irruppe nell'Asia.

Questa provincia, avendo dovuto prendere ad esorbitante usura i ventimila talenti impostile come contribuzione di guerra da Silla, restava alla balìa degli esattori, i quali con raffinata avidità in pochi anni elevarono essa contribuzione a sei volte tanto, cioè a seicento milioni. I debitori impotenti venivano esposti l'inverno nel fango, l'estate al gran sole, sepolti nelle prigioni, stirati sugli eculei; sicchè per satollare i pubblicani vendeano i voti dei tempj, le donne, le fanciulle, i pargoletti, alfine se stessi. In tali estremi un cambiamento qualunque sembra un ristoro, e amico si considera ogni nemico de' nemici nostri: laonde gli Asiani fissavano le speranze sopra Mitradate, che domi ed uniti i Barbari, e ottenuti da Sertorio varj uffiziali e il proconsole Mario, da questo facevasi precedere nelle spedizioni, quasi per giustificarle colle romane divise; alla romana adottò spade, scudi, esercizj, procacciossi buona cavalleria, ed ogni pensiero concentrava nel preparare la riscossa.