Morì in quel tempo Nicomede III re di Bitinia (75), istituendo eredi del suo regno i Romani; e Mitradate colse il destro per invadere quel paese. Roma vide inevitabile lo sguainar di nuovo le spade; e poichè la prima guerra avea fuor di misura arricchito Silla e i suoi, molti ambivano il comando di questa, e più di tutti Lucio Licinio Lucullo. Costui nella prima spedizione mitradatica avea mitigata a sua possa la severità di Silla, il quale, tornando in Italia, l'aveva lasciato in Asia per riscuotere le contribuzioni di guerra, e morendo gli commise la tutela di suo figlio, uffizj di cui s'acchetò decorosamente. Studioso, onesto, splendido, illibato, protettore di tutti i Greci a Roma, e maestro quivi di delicature, come di guerra s'era mostrato per dieci anni sui campi, guadagnò la cortigiana Prezia, la quale usava i suoi vezzi a pro degli amanti, e che gli guadagnò Cajo Cetego, arbitro allora della repubblica, pel cui mezzo conseguì l'ambito comando. Il senato decretò tremila talenti per l'armata di mare (74); ma Lucullo assicurò che le navi degli alleati basterebbero per nettar il mare. Nel tragitto leggeva Polibio, Senofonte, altri scrittori d'arte bellica, dai quali io non so quanto profittare potesse, ma fu assai se ne desunse l'arte di pazientare.
Un'accozzaglia così eterogenea dovea ben presto mancare di viveri e disciplina, e scomporsi; onde bastava il codiarla e impedirle di nuocere: ma il farlo era difficile con un esercito più avverso all'indugio che al pericolo, e che Fimbria e Murena aveano avvezzato all'indocilità e al furto. Accolto con gran festa dall'Asia, non ancor dimentica della mostratale bontà, Lucullo si applicò a svellere gli abusi introdotti, frenare la voracità dei pubblicani moderando l'interesse all'un per cento il mese, proibendo di cumulare al capitale i frutti, e cassando quelli che eccedevano il capitale, finchè in quattro anni i beni si purgarono dalle ipoteche. Con questo e colla generosità verso i vinti molte città ritornò volontarie in dovere, a grave scontento de' suoi soldati che si vedevano sottratta la voluttà del sangue e la lautezza del saccheggio.
Mitradate, forte di cencinquantamila pedoni, dodicimila cavalli, cento carri falcati, quattrocento navi, da varie parti aggrediva i nemici, ridotti inoperosi dalla sproporzione; e più d'una volta mandò in rotta gli ajutanti di Lucullo. Questi, risoluto di tenersi sulla difensiva, non si lasciò mai trarre a battaglia se non quando fosse sicuro della vittoria. Una insigne (73) ne riportò a Cizico, donde snidò il re uccidendogli a migliaja i soldati; poi lo inseguì nell'Ellesponto, e l'avrebbe anche preso se quegli ad arte non avesse forato i sacchi dell'oro, portati dietro il suo cammino, per raccogliere il quale i soldati romani e i galati perdettero il tempo, che in guerra è tutto.
Mitradate rifuggì a Tigrane II re d'Armenia (71), suo genero, che era divenuto il più potente sovrano dell'Asia occidentale, e che nelle marcie e alle udienze tenevasi accanto quattro re; e ne ottenne sedicimila cavalli per ripristinare la sua fortuna nel Ponto. Ma Lucullo con quindicimila uomini varca il Tigri e l'Eufrate, è nel cuore dell'Armenia, e come avea vinto il gran re colle lentezze, così vince Tigrane colla rapidità (70), e con quella mano di prodi disperde ducentomila Barbari, fra cui diciassette mila cavalieri vestiti di ferro: alle città ridona l'indipendenza; col rispettare le terre e le vite si amica i Barbari; poi presso Artaxata raggiunge Mitradate e Tigrane ch'eransi rifatti in forze, li sbaraglia, e poteva annichilarli, quando l'esercito s'accordò a ricusargli obbedienza (69). Invano egli passava di tenda in tenda pregandoli uno a uno. — Che guerreggiare è mai questo (gli diceano) dove nulla si guadagna?» e mostrandogli le vuote borse, — Fate la guerra voi solo, che solo ne vantaggiate».
E forse è vero che Lucullo ritraesse ingenti somme dalle città cui risparmiava il saccheggio; ma certo i pubblicani a Roma esageravano la rapacità di quello che avea frenata la loro, tanto che il senato pensò dargli lo scambio. Il tribuno Cajo Manilio propose Pompeo (67), Marco Tullio Cicerone lo sostenne contro Quinto Ortensio, suo emulo d'eloquenza; il popolo lo nominò, per quanto i nobili si opponessero, e per quanto Catulo esclamasse: — Senatori, più non vi resta che fare in una città talmente cieca sui pericoli della propria libertà. Cercate qualche rupe Tarpea, qualche monte Sacro, dove possiate ricoverarvi e restar liberi».
Lucullo, dicendo che quel fortunato, simile ai corvi, calava ai cadaveri degli uccisi, tentò rimandarlo come da impresa finita. Quindi nacquero dissapori: il giovane invidioso non lasciava alcuno accostarsi a Lucullo, ne abrogò tutti gli atti e gli concesse appena milleseicento soldati per ritornare a Roma. Quivi a fatica ottenuto il trionfo, indispettito di vedersi carpita la omai sicura vittoria, si ritirò dagli affari, e mal capitato di sua famiglia, gettossi ad un lusso che rimase proverbiale; nè in senato più compariva se non per istornare qualche mira di Pompeo, il quale riuscì a farlo cacciare di città.
Delle oscillazioni causate dallo scambio si giovò Mitradate per rientrare nel Ponto, e riaprire ai Barbari la via del Caucaso; e guaj a Roma se più facili comunicazioni gli avessero consentito d'unirsi co' pirati e con Spartaco, che ancora osteggiavano la repubblica! ma la fortuna voleva serbarsi fedele al mediocre Pompeo. Un figlio di Tigrane, ribellato, si buttò coi Romani, e si offrì lor guida in Armenia. Tigrane, venuto nella tenda di Pompeo, in presenza dello snaturato figliuolo confessò gli era di consolazione il vedersi vinto da tanto eroe; il quale in compenso gli restituì l'Armenia, purchè pagasse seimila talenti; e colui, dichiarato amico e socio de' Romani, non solo sospese d'assistere Mitradate, ma promise cento talenti a chi gliene recasse la testa.
Anche Mitradate chiedeva patti al Magno: ma i Romani che s'erano messi al soldo di lui, tenendosi sacrificati, attraversavano ogni accordo. Vinto poi (65) in riva all'Eufrate, abbandonato dai suoi, fuggì la notte tutto solo; e ricoverato nella Crimea, senza aver perduto dramma dell'antico coraggio, sollecitava alle armi le popolazioni caucasee. Pompeo agevolmente sparpagliò le mal accozzate turbe: poi reduce e credendo morto Mitradate, in una spedizione somigliante a corsa trionfale acquistò la Siria e la Giudea con Gerusalemme (64), e fece sventolare le insegne romane tra le foreste odorose e i boschetti di balsamo e d'incenso dell'Arabia[54].
Mitradate però non era morto; e vecchissimo, e roso da un'ulcera che lo costringeva a celarsi agli occhi altrui, meditava sommovere tutto il mondo barbaro contro di Roma. Ricomparso nel Ponto, ricuperò molte città e spedì le sue figlie ai principi sciti per farsene generi ed alleati: ma queste, tradite dalle scorte, furono consegnate ai Romani. Pel Bosforo Cimmerio, traverso alla Scizia e alla Pannonia condurre un esercito nella Gallia, e colle orde che vi comprerebbe piombare sull'Italia, nuovo Brenno, Annibale nuovo, era il suo divisamento: ma gli uffiziali lo giudicarono temerità, e ricusarongli obbedienza; e Farnace, il dilettissimo de' suoi figliuoli, indettatosi coi Romani, si fece gridar re. Allora Mitradate, caduto di speranza e di cuore, avvelena se stesso (63), le concubine, e due sue figlie fidanzate ai re di Cipro e d'Egitto. Quelle perirono; ma egli s'era talmente abituato coi controveleni, che dovette alla spada d'un soldato ricorrere per finir la vita e un regno di sessantun anno. Pompeo ricevette da Farnace il cadavere del suo nemico, il quale quanto fosse grande lo attestano la gioja dell'esercito e del popolo romano. Gli storici non rifinano di enumerare le ricchezze trovate ne' tesori di lui: trenta giorni occuparono i commissarj della repubblica a inventariare i vasi d'oro e d'argento, e briglie e selle guernite di diamanti; la sola città di Telaura porse duemila coppe d'onice legate in oro; altrove si rinvennero statue d'oro massiccie, e un damiere fatto di due sole pietre fine, largo tre e lungo quattro piedi, coi pezzi pure di gemme, e sovr'esso una luna d'oro, pesante trenta libbre.
Pompeo rimpastò a suo talento l'Asia, premiando chi l'avea favorito, formando le nuove provincie della Bitinia, della Cilicia e della Siria, la quale fu sottratta per sempre alla dinastia de' Seleucidi; e dal Ponto Eusino al golfo Arabico non rimaneano più che vassalli di Roma. Vincitore dell'Europa, dell'Asia, dei mari, Pompeo menò il terzo suo trionfo (82), il più splendido di cui fosse memoria. Non bastò la processione di due giorni per ispiegare sugli occhi del popolo le spoglie e i nomi dei vinti; il Ponto, l'Armenia, la Cappadocia, la Paflagonia, la Media, la Colchide, l'Iberia, l'Albania, la Siria, la Cilicia, la Mesopotamia, la Fenicia, la Palestina, la Giudea, l'Arabia, i corsari; presi più di mille castelli, poco meno di novecento città, ottocento navi di corsari; trentanove città ripopolate; cresciute le pubbliche rendite da cinquanta milioni di dramme a quasi ottantadue; versati nell'erario ventimila talenti, non computando millecinquecento dramme distribuite a ciascun soldato. Oltre gli ostaggi, Pompeo menava trecenventiquattro prigionieri di grado, fra cui il capo dei pirati, il figlio traditore di Tigrane colla madre, la moglie e la figliuola, Aristobulo II re degli Ebrei, la sorella di Mitradate con cinque figliuole e molte Scite. Invece di far trucidare tutti questi infelici alla romana, li rimandò alle proprie terre, salvo Aristobulo e Tigrane. Quai lodi sarebbero state bastanti? A concorde voce gli fu confermato il titolo di Magno, sebbene la fortuna sua l'avesse meritato, non egli, che non dovea saper conservarlo[55].