CAPITOLO XXIII.
La costituzione sillana abolita. L'eloquenza. Cicerone. Verre.

Pompeo aveva cominciato la sua carriera politica collo sbrancarsi dai cavalieri per parteggiare coi senatori; onde quelli l'aborrirono come disertore, mentre questi non mostrarono tenerlo in bastante conto; Silla ne lusingò la piccola vanità, pure nè tampoco menzione di esso fece nel testamento, ove nessuno dimenticò dei suoi amici. Periti poi i veterani di Silla, allorchè la causa de' cavalieri e degli Italiani tornò a galla, Pompeo s'accostò a questa; massime vedendosi oggetto dell'entusiasmo del popolo che nulla gli ricusava, si propose di ripagarlo con servizj.

Rintegrare l'autorità dei tribuni, lento acquisto della democrazia cincischiato da Silla, doveva essere il primo passo della riazione; e il console Aurelio Cotta, come riparo alla carestia prodotta dalla guerra dei pirati (74), avea proposto che più non si vietasse a chi era stato tribuno di ottenere altre magistrature. Pompeo console coronò quel voto, facendo passare, a malgrado di Lucullo (70), di Lepido, di Catulo, che i tribuni fossero novamente eletti dalla plebe, e si ripristinassero i comizj per tribù, i quali rendevano al basso popolo il diritto ch'ei suol confondere colla libertà, quello di poterla vendere. La censura anch'essa fu risarcita, e nel primo sindacato si espunsero dall'album sessantaquattro senatori. Trattavasi di ritogliere i giudizj al senato, attribuendoli ai cavalieri; per riuscirvi, occorreva di mostrare al pubblico quanto la tirannide sulle provincie fosse peggiorata dopo che i senatori erano soli giudici de' proprj delitti; e a tal uopo si adoperò il più famoso oratore.

Già ha potuto accorgersi il lettore quanta parte nelle vicende romane esercitasse l'eloquenza, dovendo, come in governo libero, ciascuno persuadere le riforme che proponeva, convincere i cittadini della giustezza dei suoi pensamenti, o della propria innocenza se accusato; e però veniva coltivata fra le precipue arti civili come mezzo d'ingerenza, e come opportuna ad acquistare clienti col patrocinarli. La cognizione della legge restava uno studio sussidiario, un rifugio per coloro che fallissero nella prova dell'eloquenza; mentre coll'accusare, difendere, sostenere, confutare dai rostri, la gioventù romana si facea conoscere dal popolo, e meritevole di cariche e d'onori.

I più antichi oratori a solidità di prove e calore di esposizione non univano delicatezza o coltura scientifica o armonica struttura; e l'austero Catone censorio, che pure stette novanta volte in giudizio, e di cui cencinquanta orazioni s'aveano ancora al tempo di Cicerone, credeva che, ad arringar bene una causa, bastasse il ben conoscerla[56]. Dei Gracchi, cui Quintiliano propone a modelli di maschia dicitura, Cajo è da Cicerone giudicato il più ingegnoso ed eloquente fra i latini[57]; e ne' pochissimi frammenti che ce ne rimangono, sentesi quel virile e posato, che invano si cerca fra l'incessante artifizio di Tullio e di Livio, nè più ricompare che in Giulio Cesare. A Lelio ed al suo amico Scipione Africano Minore la consuetudine coi Greci aveva scemata la scabrezza, non tolta.

E i Greci mostrarono quanto la dialettica giovasse all'eloquenza, insegnarono a formarsi una traccia con un tema unico, una divisione esatta, rigorose dimostrazioni, sobrj e scelti ornamenti, variata invenzione. Più non bastò che l'eloquenza procedesse naturalmente, col corredo delle prove e coll'energia delle passioni, le quali istintivamente conoscono come avvincere l'attenzione, movere gli affetti, insinuarsi negli spiriti; ma si pretese l'oratore avesse «lingua snodata, sonora voce, buon petto», e lungo studio degli spedienti oratorj. Prima dunque d'avventurarsi al tremendo giudizio pubblico, e giovani e adulti si esercitavano nelle scuole o ne' circoli in controversie sopra differenti soggetti; Cicerone declamò fin alla pretura, e vi tornò quando, già carico d'allori, le civili tempeste lo rimossero dal fôro; Irzio e Dolabella venivano da lui ad esercitarsi[58]; Pompeo, prima delle guerre civili, addestravasi a vincere colla parola, quasi presumendo che questa potesse ancora decidere dell'impero in mezzo a tante armi; vi si addestrò Marc'Antonio per rispondere a Cicerone; e ne fe grande studio Ottaviano Augusto durante la guerra di Modena, quasi per rimpatto della sua inferiorità in fatto di battaglie.

Memoria di ferro occorreva per ripetere le arringhe studiate, senza lasciarsi confondere dalla romba popolare: ammiravansi alcuni che, nel far broglio, sapevano salutare tutti i cittadini a nome, senza bisogno del servo rammentatore: narrano di un tale che, inteso recitar un poema, per celia accusò l'autore d'averlo a lui stesso rubato, e in prova lo ripetè da capo a fondo: Ortensio assistette una giornata intera ad un'asta di mobili, e la sera nominò per ordine ciascun capo, coi difetti, il prezzo, i compratori: più tardi Marco Anneo Seneca ridiceva duemila parole sconnesse, nell'ordine che le aveva intese; e si valse di questa facoltà per raccorre i pezzi uditi negli esercizj di declamazione, e farne un regalo ai figli e alla posterità in dieci libri di Controversie, di cui cinque soli e imperfetti ci rimangono e non si leggono.

Tra questi artifizj, ma non per essi giunse a maturità l'eloquenza con Marc'Antonio e Lucio Licinio Crasso verso la metà del VII secolo di Roma. Il primo, soprannominato l'Oratore e morto ne' tumulti mariani (pag. 58), studiò in Atene e Rodi, ma aveva l'arte di celar l'arte, tanto che si credeva trattasse impreparato le cause che aveva meditate con lunga diligenza; e sebbene non le scrivesse, la grande energia naturale rialzava con un porgere vivacissimo. Solo Crasso gli reggeva a fronte, ricco di cognizioni scientifiche e giuridiche e di politica esperienza, preciso nelle espressioni, di naturale eleganza, grave, eppure ben provvisto di facezie e di lepidezze non scurrili.

Nella costituzione romana gli alti magistrati rimanevano inviolabili, ma prima di assumer la carica e appena deposta doveano rispondere a qualunque accusa loro fosse apposta. Tale indagine non era affidata ad alcun tribunale prestabilito; chicchessia poteva presentarsi come accusatore, e ne seguiva un pubblico giudizio. Queste accuse erano l'esercizio, pel quale i giovani si aprivano la carriera pubblica, assumendo impegno di trarre in giudizio qualche personaggio di grido, e a forza di eloquenza farlo condannare ad ammenda od all'esiglio. Cicerone, fra i mezzi d'acquistar gloria, colloca queste accuse giovanili, sebbene consigli a scegliere piuttosto la difesa, parendo da duro animo il mettere a pericolo di morte un altro, massime se innocente. «Del difendere poi un reo (continua il moralista) non conviene farsi coscienza, giacchè il patrono segue il verosimile, anche quando paja meno appoggiato»[59]. Così dalla calunnia, pessima delle scelleraggini, egli dissuadeva i giovani per mera convenienza; e l'avvocatura considerava mero esercizio di destrezza, per trionfare nel proprio assunto, e deprimere un emulo, il quale poi, cogli aderenti suoi, restava quasi un predestinato e irreconciliabile nemico. Vatinio, sentendosi serrare a mezza spada da Licinio Calvo in queste prove giovanili, proruppe: — Ma che? dovrò io andar condannato perchè costui è eloquente?» Tanto è d'antica data la turpitudine vostra, o giornalisti.

Narrammo come Claudio Crasso esordisse egli pure dall'accusare Carbone, il quale si trovò così vivamente incalzato, che prese il veleno. Pure il giovane per avidità di vittoria non dimenticò l'onestà, giacchè un servo offeso avendogli recato uno stipo contenente le carte di Carbone, egli senza aprirlo glielo rimandò.