Uno di casa Bruto, cominciando la carriera oratoria dall'accusare, pose cagione al ricco e illustre cittadino Marco Licinio Crasso, massime col mettere a confronto due passi di arringhe ove questi si contraddiceva. Crasso di rimpatto fe recitare gli esordj di tre dialoghi del padre di Bruto, ove descriveva una sua villa; poi chiese all'accusatore che ne avesse fatto di quella, prendendo da ciò le mosse ad un'invettiva violenta contro gli scialacqui di quel garzone. Volle il caso che dal fôro passasse allora il funerale d'una matrona; e Crasso cogliendo al volo quest'incidente, si volse all'avversario, e — Che fai costì seduto? Cosa vuoi riferisca quella vecchia a tuo padre? cosa a coloro, di cui vedi portate le effigie? cosa a Giunio Bruto, il quale campò questo popolo dalla regia dominazione? Cosa dirà che tu fai? in quali interessi, in qual gloria, in qual virtù t'adopri? In aumentare il patrimonio? ciò non s'addirebbe alla nobiltà: pure tel comporterei; ma se omai nulla t'avanza, se tutto dissiparono le lascivie! Nelle cose militari? ma se mai non vedesti i campi! Nell'eloquenza? ma se non n'hai di sorta, e voce e lingua non usasti che a questo turpissimo commercio della calunnia! E tu osi goder la luce? tu guardar noi? tu stare nel fôro, tu in città, tu al cospetto dei cittadini? Non hai sgomento di quella morta, di quelle immagini cui non serbasti luogo, non che d'imitarle, nè di riporle tampoco?»
Anche Marc'Antonio vantavasi d'aver salvato Norbano, imputato di sedizione, non già per raggiri, ma col destare gli affetti[60]: e nella difesa d'Aquilio stracciò a questo le vesti d'in sul petto, e pianse, e commosse al pianto[61]. Il quale Antonio è da Cicerone lodato per la vigoria d'animo nel recitare, l'impeto, il dolore espresso cogli occhi, col volto, col gesto, col dito, con un fiume di gravissime ed ottime parole.
In rinomanza salirono pure Muzio Scevola pontefice massimo, profondo nella scienza del diritto, e squisito parlatore; Aurelio Cotta, florido e purgato nel dire, acuto nel trovare, sano e sincero nel gusto, e che determinava i giudici a forza d'abilità, sebbene il fievole petto gl'impedisse di gridare e movere gli affetti; Sulpizio Rufo, grandioso e tragico, voce al bisogno or viva or soave, gesto leggiadrissimo nè mai eccedente.
Più di trecento oratori ricorda Frontone, ma tutti si eclissano nello splendore di Marco Tullio Cicerone. Nacque in Arpino (106) nella regione dei Marsi, l'anno stesso che Pompeo, da buona famiglia equestre, ma segregata dagli affari. Suo padre, attento ai campi ed alle lettere, diresse con premura e senno l'educazione di Tullio, che si segnalò sulle scuole, nelle quali gli esercizj faceansi in greco, giacchè la lingua natia credevasi bastasse impararla dal quotidiano conversare e dai pubblici dibattimenti. Il primo che aprisse scuola di retorica in latino fu un Lucio Plauzio, e la gioventù vi traeva in folla come alle novità; ma il giovane Tullio n'era dissuaso da gravissimi personaggi, che pretendevano all'ingegno porgessero ben migliore alimento le greche esercitazioni[62]. Quelle scuole però diventavano palestre di dispute vane, d'artifiziale verbosità e di sfrontatezza; talchè i censori Domizio Enobarbo e Lucio Licinio Crasso credettero bene riprovarle, come contrarie all'uso dei maggiori.
Di ventisei anni Cicerone fece la prima comparsa nel fôro a difendere Roscio Amerino; e piacque agli uditori quell'eloquenza immaginosa e pittoresca, che più tardi egli trovava soverchia. Anzichè addormentarsi sopra gli allori, facilmente condiscesi a un principiante, andò a viaggiar la Grecia e l'Asia, a farsi iniziare ne' misteri eleusini, e a perfezionarsi in Atene e a Rodi sotto i retori famosi, giacchè i maestri di pensare si erano ormai ridotti a maestri di parlare. Molone Apollonio di Rodi castigò in esso la ridondanza, che non sempre è buon segno ne' giovani; e udendolo declamare, — Ahimè! (disse) costui torrà alla Grecia il vanto unico rimastole, quello del sapere e dell'eloquenza».
Tornato in patria, prese lezioni di bel declamare da Roscio commediante; e si produsse colle arringhe che ci rimangono, tutte sottigliezza e squisitissime forme: ma a divenire grand'oratore, più che la scuola, gli valsero la conoscenza degli uomini, il sentimento del retto, la benevolenza, l'acume, l'immaginazione. Nessuno creda che, quali le leggiamo, fossero veramente recitate le orazioni sue: teneva in pronto alcuni esordj, poi preso calore, s'abbandonava alla foga dell'improvvisare; i suoi schiavi stenografavano que' lunghi discorsi, che egli poi a tavolino forbiva, cangiava, insomma facea di nuovo[63].
Nè vi cercate que' tratti vivaci che, massime nei moderni, colpiscono e fermano; ma piuttosto uno splendore equabilmente diffuso sul tutto, una continua grandiloquenza. Nell'arte di dar risalto alle ragioni, non sia chi pretenda superarlo: ma non s'accontenta a ciò; e vuol recare diletto, s'indugia in descrizioni, digredisce ora intorno alle leggi, or alla filosofia, or alle usanze[64]; celia sopra gli altri e sopra se stesso; singolarmente primeggia nel movere gli affetti. Sempre poi si atteggia in prospettiva, e ad ogni periodo, ad ogni voce lascia trasparire il lungo artifizio: di qui la purezza insuperabile del suo stile, di qui il finito d'ogni parte, e il non produrre mai un'idea se non vestita nobilmente; talchè osiam dire che nessuno abbia meno difetti e maggiori bellezze.
Ma parlando come chi vuol dilettare più che convincere, e non teme essere contraddetto purchè dica bene, non lascia mai risentire lo sforzo, e la rotonda facilità della sua parola non si eleva mai al vero sublime: per lunga pratica e per analisi argutissima conosce tutti gli accorgimenti con cui svolgere, accomodare, invertere le parole, e tutti li usa come padrone; ma t'accorgi che è formato alla scuola, e v'incontri, non i torrenti di luce fecondatrice che versa dall'inesauribile grembo il sole, bensì i riflessi della luna che su tutto diffonde gli armonici suoi chiarori.
E alla luna il dovremo paragonare se ne ponderiamo i sentimenti. Non t'arresti ad una sua sentenza che mostri un risoluto giudizio, un partito deciso, senza che altrove non t'imbatta nel preciso opposto: e viepiù nelle orazioni il calore del discorso o l'intento di piacere gli faceano mettere alle spalle la verità[65]. Sosteneva un assunto quando gli servisse, non rifuggendo dal sostenere il contrario quando meglio gli tornasse. Leva a cielo i poeti difendendo Archia? li vitupera nella Natura degli Dei: encomia i Peripatetici nella difesa di Cècina? li disapprova nel primo degli Uffizj: i viaggi di Pitagora e Platone trova stupendi nel quinto dei Fini, li trova sordidi nell'epistola a Celio: chiama povera la lingua latina in più luoghi, in più altri la fa più ricca della greca, anzi la greca accusa di povertà[66].
Riservandoci a parlare altrove de' suoi scritti filosofici, qui diremo come i segreti dell'arte sua esponesse in dettati di squisito sapore, rilevati da sali e grazie carissime. Chè la critica acquista dignità e grandezza in mano d'uomini i quali fanno scomparire la differenza fra l'arte del giudicare e il talento del comporre, portano una specie di creazione nell'esame del bello per genio istintivo, pare inventino allorchè non fanno che osservare, e possono dire — Son pittore anch'io». La pretensione di dar precetti sul modo d'adoprare ciò che più è personale all'uomo, la sua lingua, l'espressione degl'intimi sentimenti, sa di stolta o ridicola: eppure in Cicerone si leggono volentieri quelle regole, di necessità incomplete ma dedotte da lunga e splendida esperienza, e dall'abitudine di tener conto di tutte le ragioni del favellare, dalle più astruse fino alle minuzie materiali della dizione figurata e del ritmo oratorio. A questi attribuendo le vittorie sue o degli altri, volle analizzarli con una sottigliezza intempestiva, discutendo sul tono di voce conveniente al principio e al seguito dell'orazione, sul battersi o no la fronte, sullo scompor le chiome nel tergere il sudore, ed altre inezie che non tardarono a divenire principali.