Quei precetti intorno al simulare ciò che farebbe naturalmente chi esprimesse i proprj sentimenti, a noi, cambiata lingua e modi, riescono disutili; talvolta neppure intelligibili i suoi suggerimenti sulla disposizione delle parole, la consonanza dei membri, la distribuzione de' periodi, l'alternare delle sillabe lunghe e brevi, e finir col giambo piuttosto che collo spondeo; nè partecipiamo alla sua ammirazione pel dicorèo comprobavit: ma queste che a noi somigliano frivolezze, aveano somma importanza fra un popolo dove Gracco parlando alla tribuna faceasi dar l'intonazione da un flautista, e dove a una frase ben compassata di Marc'Antonio sorsero applausi fragorosi. Pure Cicerone fu appuntato di troppa arte nel contornare il periodo; e a noi stessi non isfugge quanto egli prediliga certe chiuse sonanti, e il frequente ritorno della cadenza esse videatur.
Sì gran maestro di tutti i secreti della parola, era argutissimo nel notare i meriti e i difetti degli emuli e de' predecessori suoi, che tutti superò. Contemporanei fiorirono Giulio Cesare, Giunio Bruto, Messala Corvino, Quinto Ortensio Ortalo. Quest'ultimo a diciannove anni (113-49) si mostrò al pubblico con un'arringa in favore degli Africani, e fu come un lavoro di Fidia che rapisce i suffragi degli spettatori al sol vederlo[67]. Memoria sfasciata, bel porgere, somma facilità il rendevano arbitro della tribuna, e facevano accorrere i famosi attori ad ascoltarlo, mentre la fluidità asiatica, l'ornamento, l'erudita accuratezza ne rendevano piacevole la lettura. Egli introdusse di dividere la materia in punti, e di riepilogare al fine; ottimo spediente a far bene abbracciar la causa e dar nerbo alle prove condensandole. Nulla di lui ci rimane, ma sappiamo che nessuno de' coetanei potè reggergli a paro, fin quando non rallentossi e sviò dal fôro per viver bene e placidamente in compagnia di letterati, fra magnificenza di case e giardini e vivaj di pesci squisiti. Sacrificò anche al suo secolo collo scrivere versi licenziosi; patteggiò con Silla, e si oppose a coloro che, distruggendone le leggi, spianavansi la via alla potenza; contraddisse a Pompeo quando rintegrò la potestà tribunizia e quando chiedeva missioni straordinarie; fece condannare Opimio già tribuno; e torna a suo onore l'essersi conservato amico di Cicerone, benchè di parte opposta ed emulo, e l'averlo a capo de' cavalieri protetto in giudizio.
L'eloquenza politica non era però la principale e più studiata in Roma; e Cicerone stesso, re della tribuna, la riguarda come un trastullo a petto alla giudiziale. In questa di fatto si trattava di render flessibile la rigida formola e il testo letterale delle leggi; vi si mescevano le passioni politiche; destavano commozione lo squallore del reo, i gemiti della famiglia, le suppliche dei clienti; sicchè era una delle più ghiotte curiosità l'osservare il modo con cui l'oratore saprebbe a tutto questo far prevalere la giustizia e la propria opinione.
Perocchè l'arte dell'avvocato non limitavasi, come dovrebbe, a scoprire la ragione e dimostrarla; bensì a far parere tale ciò che non è, sparger veleno e sarcasmi sopra atti incolpevoli, ad un racconto ingenuo tramezzar bugie e calunnie, sapere colla ironia sostenersi ove non si potrebbe cogli argomenti, affettar gravità e morale nell'enunziare dogmi machiavellici, profondere la beffa sull'avversario, solleticare la vanità, la paura, l'interesse, l'invidia......; arti che possono vedersi analizzate con compiacenza da Marco Tullio. Il quale pure scrisse una Topica, indicando i luoghi comuni da cui desumere le ragioni; perocchè il trovare argomenti doveva essere speciale magistero là dove l'eloquenza mirava meno a chiarir la verità, che a far trionfare una parte, una causa, un uomo.
Educatosi nelle arti giuridiche sotto Lucio Licinio Crasso, gran sostenitore del senato, Cicerone non sciorinò bandiera, ma velando il suo modo di pensare, si bilicò in quel giusto mezzo, che porta innanzi, sebben non porti alla sommità. Un liberto di Silla volea far reo di morte Roscio Amerino, per gola di spogliarlo; e Cicerone, già l'accennammo, ne assunse il patrocinio: e sebbene in questo caso nessun pericolo corresse, e blandisse moderatamente il dittatore apponendo alle troppe sue occupazioni se lasciava prevaricare i dipendenti suoi, piacque però il veder un giovane alzarsi in favore dell'umanità che sì rado trovava campioni, e rinfacciare l'iniquità a coloro che fecero loro pro della proscrizione, e che trionfavano, beati di ville suburbane, di case adorne con vasi di Corinto e di Delo, con uno scaldavivande che valeva quanto una possessione, con argenterie e tappeti e pitture e statue e marmi, oltre una masnada di cuochi, di fornaj, di lettighieri; piacque l'udirgli dire: — Tutti costoro che vedete assistere a questa causa, reputano che si deva riparare tale soperchieria: ripararla essi non osano per la nequizia dei tempi».
Del resto Cicerone oggi lo qualificheremmo per un conservatore, un dottrinario: eclettico in filosofia, adotta i nuovi concetti morali che si faceano strada traverso alla rigidezza del prisco sistema giuridico; ride degli auguri, egli augure; esercita l'umor suo gioviale alle spalle de' giureconsulti, aggrappati alle formole, e superstiziosi delle sillabe, dei riti, delle azioni, delle finzioni arbitrarie[68]; antepone l'equità allo stretto diritto, e doversi cercare le vere norme, non nelle XII Tavole, ma nella ragione suprema scolpita nella nostra natura immutabile, eterna, da cui il senato non può dispensare, e che fu da Dio concepita, discussa, pubblicata[69].
Benchè Cicerone versasse l'intera vita negli affari, nulla di nuovo produsse circa a cose dello Stato e alle leggi; e il patriotismo gli toglieva di stimare al giusto gli istituti nazionali al paragone degli stranieri. Nelle Leggi non sa che ammirare le antiche consuetudini romane. Nella Repubblica vanta di dir cose attinte dalla propria esperienza e dalle tradizioni degli avi, e superiori buon tratto a quanto dissero i Greci[70]: eppure non sa far di meglio che tradurre il sesto libro delle storie di Polibio, ove è divisata la costituzione romana; anzichè risalire alle fonti del diritto, accetta il fatto, dando per modello la romana repubblica, blandendola più che non paressero dover consentirglielo i mali di cui era testimonio, e dei quali non ravvisava la ragione nè i rimedj. Fra le costituzioni pospone la democratica, perchè alle persone illustri non dà che una più elevata dignità; e preferisce la monarchia che la turba delle passioni allivella sotto una ragione unica; ma conchiude per un misto delle tre forme[71]. Siffatta gli è d'avviso che sia la repubblica romana, coll'elemento monarchico ne' consoli, l'aristocratico nel senato, il democratico ne' tribuni e nelle adunanze. Ma il potere del popolo vorrebb'egli restringere, e dà consigli sul modo di riconoscergli una libertà apparente, levandogli in effetto il potere.
Appassionato della gloria di Roma e della propria, se era molto acconcio a trattare locali interessi, non comprendeva le quistioni vitali dello Stato, che erano l'assimilazione delle provincie e l'accomunar le franchigie cittadine: e uom di temperamenti e del bene possibile, irresoluto perchè il suo buon senso gli mostra tutte le difficoltà e lo rattiene dagli eccessi, fra i pochi che riescono al despotismo e la folla che trae all'anarchia tende a frapporre una classe media, credendola unica salvaguardia all'integrità della costituzione, e a togliere pretesto alle lotte fra patrizj e plebej, fra provinciali e romani, fra i vincitori e i vinti della guerra civile. Quest'interesse per la classe di cui erasi costituito patrono, è il lato più costante e meglio appariscente del suo carattere; a quel divisamente politico mai non avendo fallito neppur quando sbagliò di mezzi; nè, come il suo Pompeo, se ne lasciò sviare dalla speranza illegittima di ergersi superiore alle leggi, che applicava e difendeva.
Un uomo così eloquente e così popolare parve al Magno Pompeo opportunissimo a ferire l'aristocrazia, e gli porse il destro d'offrire a noi posteri il quadro più parlante della corruzione d'allora.
Cajo Licinio Verre senatore, amico dei Metelli e degli Scipioni, spende la giovinezza nei bagordi; questore di Carbone nella guerra civile, diserta al nemico colla cassa; luogotenente di Dolabella contro i pirati, pirateggia egli medesimo, e la dà per mezzo alle peggiori scelleraggini. Raccoltele tutte in un libello, Scauro gliele presenta, minacciando richiederlo in criminale se non gli rivela per filo le colpe e mancanze di Dolabella: e Verre tradisce il suo capo, anzi sta in giudizio contro di esso. A Scio, a Tenedo, a Delo, ad Alicarnasso ruba le più belle statue: da' Milesj chiede a prestanza una nave, e avuta la migliore, la vende e se ne tiene il prezzo. A Lampsaco invaghitosi della figlia di Filodamo, ordina ai littori di conciargliela; ma i fratelli e il padre repulsano quella brutale violenza; ne nasce un parapiglia, che a gran fatica è calmato dai cavalieri e negozianti romani: poco dopo Verre cita Filodamo al suo tribunale, e il dimostra reo di morte. Venuto a Roma pretore, lasciasi governare da Chelidone cortigiana greca e da un favorito, che fanno traffico delle sentenze di esso. Qual dovea riuscire mandato pretore, cioè arbitro nella Sicilia?