A malgrado di tanti danni, quell'isola era tuttavia il fiore delle provincie. Prima ad infondere ai Romani il gusto del comandare ad altre genti[72], coi porti e colle vettovaglie sue aveva agevolato la conquista dell'Africa, onde Publio Scipione Africano in ricompensa le avea restituito le spoglie rubatele dai Cartaginesi. Il commercio la stringeva agl'Italici: ricchi e industriosi terrazzani prendevano a fitto estesissimi poderi, e v'impiegavano a gran vantaggio grossi capitali. Roma la guardava come suo granajo, e nella guerra Sociale ne trasse tele, frumento, cuoj, oltre mantenerle, vestirle, armarle eserciti. In paese così portuoso talmente fruttava l'un per venti delle merci importate, che dal solo porto di Siracusa in pochi mesi Verre ricavò dodici milioni di sesterzj[73]. Che ghiotto boccone alla gola de' magistrati romani! che bell'arricchirsi in provincia tanto ubertosa, e per soprappiù così vicina da potere considerarsi un suburbano di Roma! Ma quel paese che aveva avuto una letteratura emula della greca, medici e naturalisti insigni, filosofi, matematici, artisti, tutto avea perduto coll'indipendenza; e dimentiche le antiche grandezze, era caduto in quel fondo di oppressione, dove nè tampoco rimane il coraggio di querelarsi e la forza di fremere[74].

Verre, ottenutone il governo (73-71), se la gratificò collo sterminare le reliquie dell'esercito di Sertorio che cercavano un asilo e da vivere in quell'isola; poi sbrigliatosi ad ogni peggior talento, le nocque più che la guerra cartaginese o le servili. Calpestate e le leggi romane e le paesane consuetudini, in quei tre anni fece traboccare a sua voglia le bilancie della giustizia: egli cavillava ogni testamento finchè nol si satollasse di denaro; egli obbligava i contadini a contribuire più di quello che raccoglievano, talchè molti campi rimasero abbandonati; egli saccheggiava città, o le obbligava a mantenere le sue bagascie; egli assoldava accusatori, citava, esaminava, sentenziava. Possessi aviti furono aggiudicati altrui; cassati testamenti e contratti; alterato il calendario per vantaggiare gli appaltatori[75]; fedelissimi amici condannati come avversarj; cittadini romani messi alla tortura, o mandati al supplizio; gran ribaldi assolti per denaro; onestissime persone accagionate assenti, e condannate; porti e città dischiuse ai pirati; uccisi i capitani, le cui squadre s'erano lasciate vincere perchè egli tardava le paghe; perdute o vendute ignominiosamente opportunissime flotte; e tiriamo un velo sulle violenze al pudore.

I Romani mai non mostrarono nè disinteressato culto nè retto gusto per le belle arti[76]; però dalle grosse somme che costavano agli amatori, e dal dispiacere che le città greche palesavano al vederseli rapiti, avevano imparato ad apprezzare i capi d'arte, a crederli un glorioso trofeo nella città, un signorile ornamento ne' palagi. Pisone proconsole dell'Acaja (per tacere le imposte gravezze, le prepotenze, le libidini, a cui matrone e vergini non si sottrassero che gettandosi nei pozzi) spogliò Bisanzio delle moltissime statue, conservatevi gelosamente anche in mezzo ai pericoli della guerra mitradatica; e da ogni tempio, da ogni sacro bosco della Grecia tolse simulacri ed ornamenti[77]. Mummio fece altrettanto a Corinto; Paolo Emilio nella Macedonia e nell'Acaja.

Ricchissima di capolavori era la Sicilia, greca ella stessa e forse maestra alla Grecia, corte di re possenti e generosi, e madre di segnalati artisti. Parve dunque a Verre d'avere un bel destro onde radunarsi una galleria che non iscapitasse dalle più vantate di Roma; e già prima di porvi piede s'era informato ove giacessero i capi più stimabili; indi, o a prezzi determinati da lui medesimo, o più sovente colla frode e colla violenza, ne spogliò il paese. — Prima della costui pretura (dice Cicerone), in Sicilia non v'avea casa per poco doviziosa, dove, se anche altro argento non si trovava, mancassero questi capi, cioè un grande vassojo con figure e intagli di divinità, una patera da servirsene le donne ne' riti sacri, un turibolo, e tutti di lavoro antico e di squisito artifizio: onde si può argomentare che un tempo i Siciliani anche delle altre cose tenessero in proporzione; e sebbene la fortuna ne avesse rapite di molte, pur conservassero quelle che appartenevano alla religione.

A tutti Verre fe togliere le incrostature, gli emblemi, i lavori fini; poi da cesellatori e vasaj, che aveva in abbondanza, per sei mesi fabbricare vasi d'oro, e in essi incastrare i pezzi levati ai turiboli e alle patere, in maniera che sembrassero fatti apposta. — In quella sì antica provincia (parla ancor Cicerone), di tante città, tante famiglie, tante ricchezze, v'assicuro a stretta precisione di termini, non esser vaso d'argento di Corinto o Delo, non gemme, non lavoro d'oro o d'avorio, statuette di bronzo, di marmo o d'altro, non pittura o in tavola o in tessuto, ch'egli non abbia esaminata per portarne via quel che gli garbasse. Siracusa perdette più statue allora, che non uomini nell'assedio di Marcello»[78].

Anche su altre preziosità spingevasi la sua ingordigia, tappezzerie ricamate d'oro, ricche bardature da cavallo, vasi probabilmente di quelli che noi chiamiamo etruschi, tavole grandiose di cedro[79]; e poichè in Sicilia abbondavano fabbriche di tele e d'arazzi, e tinture di porpora, esso le obbligava a lavorare per suo conto. Riceve una lettera coll'impronta d'un bel suggello, e manda di presente pel possessore, e ne vuole l'anello. Antioco, figlio del re di Siria, dirigendosi a Roma per sollecitare l'amicizia del senato, recava per donare a Giove Capitolino un candelabro, degno per arte e per ricchezza del posto cui era destinato e alla suntuosità del donatore. Fermatosi il principe in Sicilia, Verre l'invita a cena, sfoggiando una magnificenza reale; e Antioco in ricambio invita il pretore, e ostenta le splendidezze asiatiche che seco traeva, vasellame di metallo fino, una coppa stragrande d'una gemma sola, una guastada col manubrio d'oro. E Verre a maneggiare e lodar que' lavori, e prega il re voglia prestarglieli da mostrare agli orefici suoi. Antioco il compiace senza un sospetto, non sa tampoco negargli quell'insigne candelabro che con gelosia custodiva: ma quando si tratta di restituirli, il pretore lo rimanda d'oggi in domani, poi glieli chiede sfacciatamente in dono; e perchè il principe ricusa, Verre talmente insiste, che Antioco per istracco gli dice: — Tenetevi pure il restante, ma restituitemi il dono destinato al popolo romano». Ma Verre garbuglia non so quali pretesti, e gl'intima che esca dalla provincia avanti notte.

Veneravasi a Segesta una Diana bellissima, rapita già dai Cartaginesi, ricuperata da Scipione. Verre ne pigliò vaghezza, la chiese, e ricusato, vessò gli abitanti e i magistrati fino a impedirne i mercati e i viveri; ond'essi pel minor male dovettero acconsentire che se la prendesse. Con tal devozione però era guardata, che nessuno a Segesta, libero o schiavo, cittadino o forestiero, avrebbe osato porvi mano; onde Verre chiamò dal Lilibeo operaj stranieri, che ignari della venerazione, a prezzo la trasportarono. Che fremito degli uomini! che pianger delle donne! che desolarsi de' sacerdoti! la spargeano d'unguenti, la cingevano di corone, l'accompagnavano con profumi sino al confine; e poichè non cessavano di querelare fosse rimasto solo il piedestallo con iscritto il nome di Scipione, Verre ordinò di portar via anche quello. Più sacra a tutta l'isola era la statua di Cerere in Enna, la dea dirozzatrice della Sicilia, e che in quei campi appunto avea visto rapirsi dal dio Plutone la figlia Proserpina. Che monta? il pretore se la tolse, e agli oppressi insultava col volerli plaudenti; e alla festa con cui commemoravasi la presa di Siracusa per opera di Marcello, ne fece sostituir una al proprio nome.

Tanto permettevasi un pretore in sì breve tempo, e alle porte di Roma; ed ogni anno spediva due navi di spoglie, e si vantava — Ho rubato tanto, che non posso più venir condannato». I Siciliani non osavano richiamarsene direttamente al senato (70), e si raccomandarono a Cicerone, che nell'isola loro avea lasciato buon nome quando vi fu questore al Lilibeo; ma anche dopo insinuata l'accusa, pretori e littori minacciavano chi venisse a riferire, impedivano i testimonj. Non ostante ciò, non ostante che Verre fosse protetto da amici ragguardevoli, e patrocinato dal celebre Ortensio, dai cavilli forensi e dall'onnipotenza dell'oro, pel quale potè far prorogare i dibattimenti fin all'anno seguente, quando era console Ortensio, pretore Metello (69), Cicerone ne assunse l'accusa a preghiera de' Siracusani e de' Messinesi, e assicurato di protezione da Pompeo; girò l'isola a raccorre testimonianze; presentò il libello, facendovi pompa di tutta l'eloquenza e sonorità sua; e più che colle miserie de' Siciliani egli destava il fremito col dipingere come Verre avesse osato di far battere colle verghe nel fôro di Messina un cittadino romano[80]. Tutti inorridivano a tanto eccesso, senza riflettere alle migliaja che giacevano stivati negli ergastoli, sferzati a morte dal capriccio dei padroni o dall'arbitrio dei custodi: — ma costoro non erano cittadini; eran uomini solamente.

Anzi nell'orazione stessa Cicerone narra siccome, essendo pretore in Sicilia Lucio Domizio, uno schiavo uccise un cinghiale d'enorme grossezza; onde il pretore desiderò vedere quell'uomo destro e forzuto. Ma come intese che uno spiedo gli era bastato a quel colpo, non che lodarlo, ne prese tale sospetto, che il fece crocifiggere, sotto il crudele pretesto che agli schiavi era proibito usar arma qualunque. Cicerone lo racconta freddamente; e conchiude: — Ciò potrà parer severo; io non dico nè sì nè no».

E del disprezzo che s'avea per ciò che romano non fosse è grand'indizio la causa stessa che esponiamo. Il senato scorgeva in essa la propria condanna, laonde pensò prevenire lo scandalo che ne sarebbe venuto dalla pubblicità dei rostri; e prima che Cicerone avesse compito il suo libello, condannò Verre all'esiglio, ed a restituire non più di quarantacinque milioni di sesterzj ai Siciliani, che ne avevano domandati cento. Le arringhe girarono manoscritte, e restano a provare le trascendenze dell'aristocrazia, e giustificare l'odio che nelle provincie si portava a questi luogotenenti di Roma. Con una franchezza, di cui vogliamo fargli merito per quanto spalleggiato, Tullio rivelò una folla d'altre prevaricazioni de' nobili che aveano secondato Verre, talchè dava di colpo a tutta l'aristocrazia, la quale riconoscea se stessa in qualcuno almeno de' lineamenti attribuiti a Verre; dimostrava quanto danno derivasse dal lasciar i giudizj in arbitrio del senato; ed elevando la giudiziaria a questione politica, diceva: — La mano degli Dei suscitò questo gran processo per porgervi il destro di cancellare le disonorevoli taccie apposte a voi e alla giustizia romana: chè ogni giorno più si diffonde la voce che nei vostri tribunali mai non possa aver torto il ricco colpevole. Pompeo v'ha detto alle porte della città, Le provincie sono messe a sacco, la giustizia all'incanto; bisogna riparo a questi scompigli. Sì, bisogna; e l'anno venturo quand'io sarò edile, vi porrò sott'occhi con prove irrefragabili la lunga tela degli orrori e delle infamie commesse in questo decennio dai tribunali affidati al senato. Sinchè la forza ve la costrinse, Roma soffrì il despotismo vostro, degno di re; ma dacchè il tribunato recuperò i suoi diritti, intendetela bene, il vostro regno è finito».