Cicerone aveva dato prova di coraggio nell'affrontare un nemico, i cui partigiani prevedeva lo assalirebbero appena rientrasse nella vita privata; insieme avea blandito alle passioni senatorie, e voluto risparmiarsi l'aggravio d'aver condannato alla morte un patrizio, del quale del resto la presenza in Roma poteva riuscire pericolosa a lui console, più che non alla repubblica la fuga di lui. Subito convoca il popolo nel fôro, e con altro tono e con celie plebee sberta i complici di Catilina, gentaglia sol destra a sonare, ballare, mangiare, trincare, donneare; non si tema una sollevazione dei gladiatori, persone meglio animate che non i patrizj; non si temano proscrizioni nuove e dittature, che ormai neppur le bestie tollererebbero un dittatore.

Buttata giù la visiera, Catilina sbucò dalla città con pochi complici[95], lasciando raccomandato ai rimasti di tor di mezzo i più accanniti avversarj e Cicerone pel primo, finch'egli ritornasse dall'Etruria con un esercito da far tremare i più audaci. Il senato (63) pronunzia Catilina e Mallio nemici della patria, e decreta che rimanga a tutela della città Cicerone, il quale compariva in pubblico con una gran corazza[96] per ripararsi dagli stiletti che da ogni parte immaginava; l'altro console Antonio Nepote proceda contro i rivoltosi. L'unirsi a questi era un caso di Stato: eppure molti v'accorsero, sebbene non congiurati, tra cui il figlio di Aulo Fulvio, venerabile senatore, il quale inseguitolo ed avutolo, in forza della paterna autorità lo condannò a morte.

Catilina, assunto il comando dell'esercito d'Etruria e le insegne del potere, cresce ogni giorno di seguaci; i pastori schiavi son dai padroni sollevati nel Bruzio e nell'Apulia; le vette dell'Appennino si coronano d'armi; armi somministrano i veterani di Silla agli spodestati contadini: — povera Italia, che non inalberava più lo stendardo nazionale, ma quello d'un tristo cospiratore, e non affidavasi nella riscossa popolare, ma nei coltelli di assassini! I congiurati rimasti in Roma e discordi fra loro sul modo d'azione, mentre gli uni spingeano ad atti di subitanea violenza, gli altri miravano a lunghe provvidenze e a far rispondere a quel movimento la Gallia. Pertanto agli ambasciatori, ch'erano stati spediti dai bellicosi Allobrogi a impetrare un alleggerimento d'imposte, fecero istanza acciocchè sommovessero i loro paesani: e quelli, bilicatisi alquanto fra il desiderio di libertà e la speranza di ricompensa, non solo rivelarono la cosa a Cicerone, ma per consiglio di lui acconciandosi al vile uffizio di spie, proseguirono la pratica finchè cavarono ai congiurati un accordo, colle firme dei principali. Cicerone, che fin allora non aveva potuto aver in mano prove certe, si vale di questo documento per far arrestare Cepario, Gabinio, Statilio, il timido Lentulo Sura, il violento Cetego, in casa del quale si scoprono armi e materie da incendio[97]; e come si solea delle persone di riguardo, sono affidati a qualche magistrato o cittadino. Lentulo, che come pretore non poteva subire atto di forza, fu per mano condotto da Cicerone nella curia, ove confessò sua la lettera agli Allobrogi, fidato nella legge Sempronia, per cui ad un cittadino romano era permesso di prevenire la sentenza capitale coll'esigliarsi volontario: ma Cicerone insiste perchè, come di perduelle, se ne prenda l'ultimo supplizio. I senatori aderivano al consiglio di lui e della paura, ma Giulio Cesare esortava andasser piano ai mali passi: — Triste consigliere sono l'ira e la pietà. Badate meno alla colpa di Lentulo, che alla dignità vostra; meno al dispetto, che alla reputazione. Cotesti avvocati v'han dipinto a colori oscuri le conseguenze della guerra civile: a qual pro? forse è mestieri parole per rendere più sensibili alle personali ingiurie? Delle persone minute appena si ricordano le violenze: ma chi è posto in alto dee guardarsi da ogni eccesso. Quanto a me, non v'è castigo di cui non creda degni i cospiratori: anzi non so perchè la semplice morte siasi decretata contro costoro, la quale in fin de' conti non è che il termine de' mali, e non siasi aggiunta la flagellazione. Forse perchè la legge Porcia il vieta? ma altre leggi voi violate, le quali a rei siffatti concedono di esigliarsi da sè. Ma a che servono tante paure quando tante armi ha il console nostro preparate? Vi ricordi che ogni mal esempio derivò da buoni principj: quando Silla fece strangolare Damasippo e simili lordure, n'ebbe lode universale; ma quello fu principio voi sapete di che macello».

Parole al vento: la sicurezza dello Stato, ovvero la paura, diventava suprema giustizia. Cajo Porcio Catone, pronipote del censorio, e severo guardiano pur esso degli antichi costumi, rimproverò cotesta intempestiva pietà verso i sovvertitori della patria, rinfacciò a Cesare i suoi dubbj sulla postuma vita, e ritorse l'accusa contro di lui, quasi col difenderli desse indizio d'aver mano coi congiurati. Per vero, la somiglianza di costumi e l'amicizia con Catilina già aveano sparso qualche sospetto; l'elastica interpretazione di alcune carte sarebbe bastata per azzeccargli un processo, se Cicerone non avesse temuto che i troppi amici di Cesare, nel voler campare questo, non sottraessero anche gli altri. Allora dunque che Cesare usciva dal senato, que' giovinetti che vogliono costituirsi necessarj salvatori della patria allorchè il pericolo è lontano, e che si erano proferti difensori dell'aristocrazia e del console, gli corsero addosso colle spade nude; ma Curione Scribonio lo coprì colla toga, benchè suo nemico capitale, e Cicerone fe' cenno il lasciassero passare. Anche a Crasso era stata data accusa; ma forse per la stessa ragione fu lasciata cascare.

Degli altri, sovra proposta di Catone, fu sentenziato che il nemico della patria non era cittadino; dunque morissero. Poco tempo prima Cicerone avea confessato la debolezza del potere normale, dicendo a Catilina: — Son venti giorni che un decreto fu reso contro di te, e ciascuno ha diritto d'ucciderti; eppure tu sei libero»[98]: ora nell'illimitata attribuzione, il console potea tutto. Benchè, quando si levò l'adunanza, fosse ora tarda, temendo che nell'intervallo non si preparasse qualche colpo per salvarli, il console si recò (63) al carcere Tulliano dov'erano stati ridotti, per assistere al loro supplizio: compito il quale, annunziò egli stesso che erano vissuti; e fra le torcie e le vie illuminate, corteggiato, applaudito qual salvatore e padre della patria, tornò alla sua casa; poi il domani potè assicurare i Quiriti che «la repubblica, la vita di tutti, i beni, le fortune, le spose, i figli, stanza del chiarissimo impero, la fortunatissima e bellissima città, per ispeciale amore degli Dei immortali, con fatiche, con senno, con pericolo proprio, dalla fiamma, dal ferro, quasi dalle fauci della morte avea strappata e restituita a loro».

Dopo tanto carcerare, fucilare, appiccare che s'è fatto a' dì nostri a titolo di lesa maestà; dopo che quell'accusa servì di pretesto ai macelli degli imperatori antichi, fa meraviglia il ribrezzo prodotto dal processo contro i complici di Catilina, e spiace che rimanga avvolto nel mistero il delitto non meno che la procedura. La costituzione romana proclamava altamente che la salute della patria è legge suprema; e ne' casi più urgenti il senato vi provvedeva con mezzi, di cui era impossibile prefiggere anticipatamente l'estensione. Nei tumulti di Cajo Gracco e di Saturnino, il senato mosse le armi contro i sollevati: ma erano piuttosto casi di guerra rotta, ove si uccide per non essere uccisi. Qui invece i cinque rei stavano in arresto; la città non facea moto, e n'era impedita dalle truppe; da più giorni erasi affidato il potere discrezionale al console; ed egli che non se n'era valso per ritenere Catilina, ora l'adopra per uccidere i detenuti. Eppure Cesare stesso, difendendoli, non fa veruna objezione contro l'erigersi il senato in tribunale speciale; solo vorrebbe si limitasse all'indagine, e che, riconosciutili rei, li mettesse in arresto perpetuo in qualche municipio. Ciò mostra che la competenza del senato era incontestata: rimane a vedersi se esistesse la necessità di applicarla.

I Romani distinguevano la lesa maestà dalla perduellione: nella prima incorreva chi intaccasse qualsiasi parte della repubblica, e scontavasi coll'esiglio; l'altra era il volerla rovesciare, e il perduelle consideravasi nemico, fuor della legge, e passibile della croce in campo Marzio e dell'infamia indelebile. La legge Cornelia qualificava i delitti di lesa maestà; erano numerosissimi, e tra questi il corrispondere secretamente coi forestieri, come avea fatto Lentulo cogli Allobrogi: ma nè occorreva tribunale speciale, nè poteasi infliggervi l'arresto preventivo. Il delitto di perduellione, memoria antica ormai dimenticata, erasi testè fatto rivivere nel processo di Rabirio, e si vede che Cicerone intendeva applicarlo ai congiurati: lo stesso Cesare li ritiene per legge passibili di morte. Ma quest'accusa era talmente insolita, che s'ignoravano le guise di procedura: ad ogni modo è strano che, sì nell'accusa che nella difesa, si considerasse uno già perduelle prima d'esser convinto e condannato dal popolo.

Inoltre non v'ha caso ove un Romano sia privato della provocazione, cioè dell'appello; diritto antico quanto la storia degli Orazj e Curiazj, non dovendo un cittadino esser colpito che dall'autorità sovrana, cioè dall'assemblea del popolo. Le XII Tavole non riconosceano magistratura senza appello[99]; e nel 305 di Roma i consoli Valerio Publicola e Orazio Barbato promulgarono una legge, che permetteva di uccidere chiunque istituisse una tale magistratura[100], eccettuati i militari. Anzi quand'anche il condannato non si valesse dell'appello, al popolo spettava la conferma del giudizio capitale[101]. Anche testè a Rabirio era bastato il dire «Provoco, mi appello» per sospendere il castigo. Qui invece gli accusati non appellarono, nè pare siasi loro intimata la sentenza.

Puossi egli credere che si riconoscesse nel senato il diritto di dichiarare la patria in pericolo, e che in tal caso non fosse luogo ad appello? La potestà tribunizia che a tutto interveniva, avrebbe potuto interporre il velo, se non altro per esaminare l'opportunità dell'applicazione: eppure nè l'accusatore nè il difensore ne fan cenno; e appena il senatoconsulto è proferito, Cicerone va e fa strozzare i condannati; nè i tribuni si mostrano, in un caso ove la loro autorità restava tanto compromessa. Potrebbe pensarsi che tutti fossero sbigottiti dai cavalieri che fuori strepitavano armati, e che irruppero anche nella curia minacciosi. D'altra parte sarà parso un gran che il sopire col sangue di pochi una sommossa, la quale avrebbe potuto divenir micidiale come quelle di Gracco e di Saturnino.

Ma la morte di cinque tristi soggetti non potea certo nè salvar la patria, nè soffocare la congiura di Catilina; e sarebbesi potuto interrogarli, convincerli, presentarne il processo ai comizj, che gli avrebbero condannati. Il senato però coglieva quel destro di rifarsi del colpo avuto col processo di Rabirio, nel quale erasi condannato uno, reo d'avergli obbedito; laonde in pari pericolo mostrava vigore col ripigliare l'autorità di disporre delle vite de' cittadini.