Strozzare prigionieri era facile, non così il domare nemici armati. Si propose dunque di richiamare dall'Asia Pompeo; e poichè ciò torrebbe a Cicerone la gloria d'avere spento quell'incendio, Cesare sostenne la proposta con tal vivezza, che, secondato dai tribuni, strappò dalla ringhiera Catone che si opponeva. Per castigo furono cassati i tribuni e tolta la pretura a Cesare, il quale col sottomettersi docilmente alla punizione meritò che il senato gliela condonasse.

Nè Catilina dormiva (62). Pretesseva a' suoi tentamenti il nome di emancipazione d'Italia, di salute degli oppressi; ma da buon romano e da orgoglioso patrizio non contava fra questi gli schiavi, e li respingeva dai suoi stendardi, acciocchè non paresse accomunar la causa di cittadini con quella di servi: e con una massa tumultuaria, armata di bastoni aguzzi e di giavellotti, dall'Etruria difilavasi verso la Gallia Cisalpina, che anche allora fremeva sotto il giogo. Ma il pretore Metello Celere appostollo nella montagna pistojese sulla via che mette a Modena lungo il vallone della Maresca, fra i monti del Crocicchio e dell'Orsigna a settentrione, e quei della Capanna del Ferro e del Bagno a ostro: Marco Petrejo luogotenente del console Antonio sorgiunse alle spalle, sicchè chiuso fra due fuochi, egli dovette accettare la battaglia. Fu accannita oltre ogni dire; Catilina medesimo ferocemente combattendo perì, e seco tremila congiurati, con valore degno di causa migliore. Ma con lui cadde tutta la macchina; e la facilità con cui tutto si acquietò, ci porta a credere che quello non fosse un partito con idea determinata, bensì una cospirazione attorno a un capo, il quale i susurri di molti malcontenti accettava come mezzi di riuscita. La parte oligarchica del senato parve un tratto ripigliare il sopravvento, ma per soccombere ben tosto ai forti che la dominavano, agli scaltri che la raggiravano.

Non mi chiedete se Cicerone crebbe di vampo. Magnificava la sua impresa, e diceva: — Cedano le armi alla toga! O fortunata Roma, me console nata!.... Quinto Catulo, preside di quest'Ordine, me in pienissimo senato chiamò padre della patria; Lucio Gellio, uom chiarissimo, disse dovermisi una corona civica; il senato mi rese testimonianza non d'aver bene amministrata, ma d'aver conservata la repubblica, e con ispeciale supplicazione aperse i tempj degli Dei immortali. Quando deposi la magistratura, interrompendomi il tribuno di dire quel che avevo preparato, e solo permettendomi di giurare, giurai senza esitanza che la repubblica e questa città furon salve per opera di me solo. Il popolo romano tutto in quell'adunanza, dandomi non la congratulazione di un sol giorno ma l'immortalità, un tale e tanto giuramento approvò ad una voce»[102].

È certamente bello il poter fare questi vanti, e più volentieri corrono al labbro di chi soffre dall'ingratitudine cittadina; ma difficilmente ottengono perdono, e Cicerone col ripeterli attizzava l'invidia, quanto più remota diveniva la paura: vedendolo glorioso d'aver congiunto senatori e cavalieri a comprimere la democrazia, l'invidia dei malevoli lo chiamava il terzo re straniero dopo Tazio e Numa, e aspettavano tempo e luogo per fargli scontare i suoi meriti.

CAPITOLO XXV.
Gli storici. — Cesare. — Primo Triumvirato. — Spedizioni contro le Gallie e i Parti.

Lo storico, che conosce primo suo dovere lo scoprire e manifestare la verità, e che la verità sente come primo bisogno, dopo che uscì da tempi in cui procedeva a tentone fra scarsissimi ricordi, difficoltà non minori imbatte nei tempi splendidi della letteratura romana, qualora si accinga a spiegare e ragionare quel che gli antichi hanno dipinto. Raggiungere la bellezza artistica degli antichi nessun moderno speri mai; ma a questa sacrificano essi tutto, fin il vero, meno intenti a quel che dicono che non al modo di dirlo. E quando uno vuole ai loro racconti applicar la ragione e l'intelligenza, se non bastano le tante oscurità, dipendenti in gran parte dall'ignorare noi i costumi e le condizioni di una società così differente, avvolgesi in un labirinto di contraddizioni; nè soltanto fra i varj narratori, ma fra il loro racconto, l'indole umana e la natura delle cose.

Pei primi Romani la storia non era uno studio di esporre artifiziosamente i fatti, bensì una tradizione ai figli, una filosofia pratica, una maestra della vita, dei portamenti civili e militari, delle virtù di cittadino e di uomo. Questo carattere conservò essa sempre, mantenendosi una lezione, una dimostrazione: per ciò scegliere le circostanze, e quali tacere, quali esporre a gran luce, quali ridur nell'ombra; perciò le arringhe de' personaggi, nelle quali si manifestano non gli atti soltanto, ma la ragione degli atti. Anelanti di passione politica, e propensi alla morale valutazione personale più che al giudizio storico, gli autori latini mancano della calma da cui traggono grandezza i greci. Gracco, Silla, Mario, e ben tosto Lepido, Cesare, Pompeo erano idoli o demonj de' partiti; laonde la fama ne esagerava gli atti, ne svisava gl'intenti; e quei che lasciarono memoria di loro, nè tampoco ebbero il pudore di ridur verosimile il racconto e mascherare la calunnia o l'adulazione. Quelli poi che storie stendeano di proposito, non prefiggeansi la verità, sì bene la retorica; cernivano da altri libri, voltavano dal greco, raccoglievano dalla tradizione non ciò che avesse prove o verosimiglianze maggiori, ma ciò che meglio si acconciasse al concetto prestabilito, e servisse alle esigenze dell'arte.

Cajo Crispo Sallustio senatore (86-38), nato da un d'Amiterno divenuto cittadino romano nell'ultima emancipazione, raccontò la guerra di Giugurta e la congiura di Catilina; ma come contemporaneo e partecipe, piglia assunto di farne una satira, a tale scopo atteggiando i personaggi e gli eventi. Il popolo svilito e corrotto, il senato vendereccio, i cavalieri speculanti sulle lagrime e sulla giustizia, calpeste le antiche virtù, il diritto delle genti posposto all'utilità o al favore, la repubblica non reggentesi più per le proprie istituzioni, ma pel merito di alcuni grandi che ustolavano d'appropriarsela, Catone colle leggi, Cicerone colla facondia, Crasso coll'oro, Pompeo colla popolarità, Cesare colle armi, era lo spettacolo che s'offriva al pennello di lui, ed al suo acume lo scorgere come quei vizj rendessero possibile un Catilina, e nel mediocre Giugurta preparassero a Roma un cozzo duro quanto nel grande Annibale.

Ciò che n'avanza ci fa viepiù desiderare quel che andò perduto; tanta è la vigoria con cui scolpisce i caratteri, la sobrietà degli ornamenti, l' immortale brevità, l'efficacia della parola, per istudio della quale ripescò termini già al suo tempo antiquati, e traslati audaci, e frasi affatto greche[103]. Si direbbe che anche in ciò si foss'egli proposto di ritirare la sua patria verso i prischi tempi, siccome nel racconto non rifina d'encomiare i vecchi religiosissimi e sobrj, che ornavano i tempj colla pietà, le case colla gloria, ai vinti non toglievano se non di potere far male; sinchè la vittoria di Silla non ebbe abituato ad ogni mollezza, a cercar leccornie per mare e per terra, a dormire prima del sonno, e alla parsimonia, al disinteresse, al pudore surrogati lo scialacquo, l'avidità, la sfacciataggine.

Udendolo nol diresti un Fabrizio, un Cincinnato? Ma quella che credi virtù è acrimonia contro gli oligarchi, è il dispetto che un intelletto colto prende della propria vergogna: perocchè ci consta che fu un facinoroso; emulo nel lusso di quel Lucullo cui dedicò le sue storie, fabbricò in città e in villa; e i suntuosi giardini che ritennero il nome suo e coprivano gran parte della valle che separa il Quirinale dal colle opposto ( collis hortulorum ), parvero degni di soggiornarvi gl'imperatori, e di là furono dissotterrati il gruppo del Fauno e il vaso Borghese, mentre la sua casa a Pompej mostrò ricchezza e squisito gusto. Da Milone côlto in adulterio con Fausta, dovè subire le sferzate e l'ammenda[104]: collocato a governo della Numidia, la rovinò colle concussioni e colla prepotenza, indi pagò a Cesare un milione per comprarsi un complice illustre: basti dire che, in città così corrotta, fu depennato dall'album de' senatori. Oltre le materiali inesattezze di tempo e di fatto, ci lascia al bujo sul vero intento di Catilina, e con quali arti si traesse dietro tutta Italia, egli fradicio d'ogni bruttura: eppure di mezzo a' suoi rimbrotti lo fa grandeggiare, mentre non altra lode che la meschina d'ottimo console e di buon dicitore attribuisce a Cicerone. Ma di questo si sa ch'era nemico; di quello forse complice.