Pompeo domandò che il senato ratificasse con un solo decreto quant'egli aveva operato in Asia, e distribuisse terreni a' soldati di lui: e deh qual rimase allorchè si vide disdette le domande! Le fece riproporre al popolo da un tribuno; ma il ricordo di quel ch'erano divenuti per Silla gli accasati veterani, suscitò opposizione tumultuante; e quando il tribuno arrestò il console Metello Celere (60), il senato si alzò unanime dicendo, — Lo seguiremo tutti alla prigione»; talchè Pompeo glielo fece rilasciare. Eppure, già lo vedemmo, egli medesimo servivasi dei ribaldi per sommuovere la quiete, acciocchè gli onesti, affine di ripristinarla, esibissero a lui il supremo potere; si collegò con un gran facinoroso, Publio Clodio, e gli fece ottenere il tribunato; col che disgustò molti buoni, e si ridusse ad avere per unico appoggio le fazioni di piazza.

Ormai ogni passo eragli attraversato da potenti emuli, quali Lucullo, che non gli sapea perdonare d'avergli in Asia rapito gli allori tanto faticati; Cicerone, della cui inaspettata altezza egli mostrava ingelosire; Crasso, al quale aveva strappato il trionfo nella guerra servile. Questi s'era tenuto con Mario sinchè, avendogli esso ammazzati padre e fratello, si rivolse a Silla, e gran vantaggio gli recò, grande ne ritrasse. Perocchè nelle costui proscrizioni comprando i beni confiscati, i trecento talenti ereditati dal padre avea cresciuti fino a settemila (40 milioni), dopo sparpagliatine otto o dieci in largizioni e banchetti; e pensava non potersi dir ricco chi non bastasse a mantenere del suo un esercito. Teneva cinquecento architetti e muratori schiavi, e nei frequenti incendj e diroccamenti d'allora comprava le aree, fabbricava e rivendeva a vantaggio, oppure dava a nolo essi schiavi per lavoratori, come altri per banchieri, scrivani, amministratori, bifolchi. Dacchè vide che Pompeo volea tutti per sè i vanti della guerra, benchè glorioso delle vittorie sopra Telesino e Sparisco, si procacciò nominanza in altre guise. Casa sua sempre aperta agli amici, che trattava con frugalità pulita e gioconda cortesia; se avessero mestieri di voti nel cercare le magistrature, gli ajutava; prestava denari senza usura, benchè al giorno assegnato li ripetesse con bancaria puntualità. Sempre in movimento, pratico delle trafile degli uffizj, delle triche avvocatesche, dei brogli del fôro, metteva la sua mediazione e l'abilissima eloquenza a disposizione di chiunque avesse uopo d'un patrono; e qualora Cesare, Marc'Antonio, Cicerone, Ortensio se ne scusassero, egli si levava ad arringare. Per tal modo erasi formato un grosso seguito di clienti; alla guerra molti l'accompagnarono per pura benevolenza; in pace servivangli di battaglione volante, con cui egli, nè stabile amico, nè irreconciliabile nemico, dava prevalenza nei comizj e ne' tumulti a questo o a quel personaggio. Ragione eccellente per farsi corteggiare.

Di mezzo alla corruttela d'allora come un rudero antico campeggia Cajo Porcio Catone. Degno discendente dell'antico censore, aveva irrigidita la patrizia inflessibilità colle dottrine stoiche; considerò come suprema virtù il rispetto alle leggi e alle tradizioni romane, come primo dovere la coerenza e l'unità, aborrendo que' temperamenti, a cui l'onestà di molti si acconcia. Ancor fanciullo, gli ambasciadori de' Socj Italici lo sollecitano acciocchè interceda per la loro causa presso suo zio Druso, ed egli non risponde; insistono, ed egli ancora muto; minacciano buttarlo dalla finestra, anzi ve lo tengono sospeso, ed egli zitto; talchè gli ambasciatori dissero: — Fortuna ch'e' sia ancor fanciullo; se no, la domanda nostra ci sarebbe infallibilmente negata». Non facile ad imparare, ma tenacissimo di quel che una volta avesse imparato, ebbe la fortuna d'aver a maestro Sarpedone, che al continuo interrogare di esso rispondeva non con pugni, ma con ragioni. Vedendo portarsi fuor della casa di Silla teste d'uomini insigni, Catone chiese al maestro: — Ma non si trova nessuno che uccida cotesto tiranno?» e rispostogli che era ancor più temuto che odiato, — E perchè non dare una spada a me onde liberare la patria?»

Amava tanto il fratello Cepione, che a vent'anni non aveva mai senza lui cenato, mai fatto viaggio, neppur ronzato in piazza. Studiava l'eloquenza, ma non ne facea pompa; e a chi gli dicea che del tacer suo lo biasimavano i cittadini, rispondeva: — Purchè non mi biasimino del viver mio», e — Comincerò a parlare quando saprò dir cose che meritino di non essere taciute». Per imitare gli antichi, camminava a piedi, mentre il suo seguito veniva a cavallo, e accostandosi ora a questo ora a quello, introduceva discorso; traversava la piazza in farsetto, sebbene pretore; a piè scalzi come uno schiavo andava a sedersi in tribunale; e colà e fuori implacabilmente severo, continuo era sul rimbrottare il terzo e il quarto, anche in materie di piccolo rilievo. Per la sua via procedeva dritto, senza badare a chi urtasse, amici o nemici secondo credeva sostenessero il giusto o l'iniquità. Cicerone, avvezzo a bordeggiare per evitar gli scogli mentre Catone vi dava di cozzo, deplora più volte l'inflessibilità di costui, che «parlava come vivesse nella repubblica di Platone, non in mezzo alla feccia di Romolo», e la severità stoica ne canzonò arringando per Murena; ma esso, come l'ebbe udito, non fece altro se non esclamare: — Che console ridicolo abbiamo!»[113].

Quanto si forbisse dall'universale corruttela ne diede prova il popolo allorchè, ai giuochi Floreali, volendo chiedere una danza oscena, aspettò ch'egli fosse uscito da teatro; e in proverbio correva, «Non lo crederei se lo dicesse Catone». Svergognò il ribaldo Clodio talmente, che questi se ne andò dalla città; della qual cosa ringraziandolo Cicerone, egli rispose, — Ringraziane la città, per cui solo vantaggio io opero». Eletto questore, di una carica che prima si ambiva per l'opportunità del depredare, fece un impiego dignitoso: pagò quanto il pubblico doveva a privati, ma riscosse fino a un quattrino quel che privati doveano all'erario: e trovate le quietanze de' sicarj e degli spioni al tempo di Silla, li denunziò, e costrinse a riversare il denaro. Concorrendo al consolato, sdegnò fare i soliti brogli, ed ebbe un rifiuto; onde Cicerone lo rimproverava che, mentre la repubblica sentiva tanto bisogno di un tal uomo, egli non si fosse adoperato abbastanza per collocarsi in un posto ove le potea giovare. Un'altra volta andandosene di città, scontrò Metello Nepote, tristo arnese che veniva a brigare il tribunato: e tosto egli si volse indietro a domandarlo per sè, e giurò di accusare qualunque desse un soldo per comprar voti.

Metello Nepote era creatura di Pompeo, e voleva indurre a richiamar questo coll'esercito per chetare la città, allora agitata da Catilina: ma Catone, avvedutosi che si volea rendere onnipotente Pompeo col mostrarlo necessario, adoprò le dolci per dissuadere Metello, poi giurò che mai non lascerebbe passare la proposta. Invano senatori e parenti s'interposero; invano trovò il fôro pieno d'armati e gladiatori; egli s'avanza intrepido, a Metello strappa di mano le tavolette, e perchè si ostinava a parlare, gli chiude la bocca. Allora Metello fa segno agli accoltellatori; i cittadini voltansi in fuga; Catone rimane esposto a sassi e bastoni; al fine arriva chi lo difende, ed egli salito in ringhiera, si congratula col popolo che non avesse dato ascolto al tribuno fazioso e micidiale alla libertà.

Ma la virtù sua era dottrinale; poneva mente a Roma, non all'umanità; al dovere imposto dalla legge, non a quello che viene dalla natura. Trafficava di schiavi e di gladiatori; al ricco Ortensio cedette Marzia sua moglie, salvo a riprenderla arricchita; perseguitò con satire violente Metello, che lo avea prevenuto nel cercare un'altra moglie. Così erano incerte e a sbalzi le virtù fra gli antichi! Oltrechè il suo attaccamento al passato non gli lasciava intendere i miglioramenti di cui era bisognoso e capace il presente, ed ostinavasi a trascinare a rimorchio la progredita umanità; col che per altro valse alcun tempo a rallentare il moto che colla soverchia foga poteva sovvertirla.

Tutt'altro uomo, e di gran lunga superiore a tutti questi, Cajo Giulio Cesare (n. 100) fu uno de' maggiori personaggi dell'antichità. I più mostravano poco conto di questo giovane, pallido, battuto dall'epilessia, avvolto con affettata negligenza nella lassa toga; però l'atante statura, l'occhio grifagno, un viso che conciliava affetto e ispirava sgomento, valentìa negli esercizj ginnastici non men che negli intellettuali, e una certa naturale alterezza, indicavanlo capace di volere con risolutezza e di riuscir con vigore. Non v'avea soldato più di lui robusto o paziente a domar cavalli, sostenere i soli, il gelo, la fame, il nuoto, e corse di cinquanta miglia il giorno. Portentosa attività, alla quale nulla parea compito se cosa rimanesse ancora a compire[114]; intelligenza agevole, profonda, educatissima; persistenza irremovibile, che espresse fin da' suoi cominciamenti quando, recandosi alle elezioni, disse a sua madre, — Oggi mi rivedrai pontefice o esigliato»; presto gl'inducono la persuasione che l'unico posto a sè conveniente è il primo. D'altra parte, discendendo per padre dalla dea Venere e per madre da Anco Marzio re, quale aspirazione sarebbegli stata temeraria? Ed egli fida nella fatalità, espone ad ogni incontro la vita, anzi che compromettere l'autorità sua.

A diciassette anni trovatosi di fronte a Silla, osò disobbedirlo col non voler ripudiare Cornelia figliuola di Cinna; il dittatore sanguinario lo proscrisse, poi supplicato dai nobili e dalle Vestali, lo graziò, — Ma (disse) in quel garzone sciamannato troverete molti Marj», indovinando il colpo che porterebbe all'aristocrazia. Sdegnando il perdono o diffidando, Cesare passò in Asia, e caduto in mano dei pirati, non che fare da sbigottito, li minacciava, dandosi aria di loro capo non di prigioniero; leggeva ad essi le composizioni in cui esercitavasi, e li garriva di mal gusto perchè non ne comprendevano il merito; tassatogli a venti talenti il riscatto, disse — Troppo pochi; ve ne darò trecentomila: ma libero ch'io sia, vi farò crocifiggere», e mantenne la parola. Nè questo coraggio gli venne meno in molte imprese che allora compì.

Ma nella vita privata, discolo, audace, prediletto dalle dame che seduceva anche per vantaggiarsi della loro ingerenza nella Roma depravata, corritor d'avventure come tutti i giovani nobili d'allora, prodigo più di tutti, vendeva, pigliava a prestito per regalare, per farsi aderenti, tanto che prima d'acquistare veruna carica, si trovò un debito di mille trecento talenti (sette milioni e mezzo di lire). Anzi al sapere far debiti dovette la sua prima fortuna; perocchè concorrendo al sommo pontificato, chiese enormi prestiti, coi quali da un lato comprò i voti dei poveri, dall'altro impegnò i ricchi a portarlo ad un posto che gli darebbe modo di sdebitarsi. E la principale sua astuzia consistette nel far denaro, comunque e dovunque potesse; non già per tesoreggiare, ma perchè sentiva vera la dispettosa esclamazione di Giugurta, e diceva[115]: — Due sono i mezzi con cui si acquistano, conservano e crescono i comandi; soldi e soldati».