Segnalato fra i nobili per sangue e costumi, al popolo fu caro come nipote di Mario; ed egli in fatti pettoreggiò i Sillani, ed aprì sua carriera coll'accusare di denaro distratto Cornelio Dolabella, già governatore della Macedonia, console, trionfante. Dolabella avea rubato quanto bastasse per trovar difensori due valentissimi avvocati, Quinto Ortensio e Aurelio Cotta, i quali lo fecero assolvere: ma i letterati ammiravano l'ingegno e la coltura del giovane Cesare; il popolo applaudì al suo coraggio di proteggere la giustizia contro i sicarj di Silla, sebbene comandati dal dittatore; i Greci e gli altri provinciali lo sperarono sostenitore dell'umanità contro la tirannide privilegiata di Roma.

Perocchè, di genio ordinatore al par di Silla, divisò un sistema ben diverso dal costui; l'uno respingeva verso un irremeabile passato, l'altro avviava all'avvenire, cercando ciò che paresse effettibile; l'uno escludeva checchè non fosse romano, l'altro abbracciava checchè il mondo barbaro potesse tributare all'annosa civiltà, e dilatava le gelose barriere della città romana, che ben presto dall'Impero e dal cristianesimo dovevano essere spalancate a tutti. Coadjuvò le colonie latine nel ricuperare i diritti cincischiati dal dittatore; anche ai Barbari, anche agli schiavi estendeva le attenzioni sue; chi avesse soprusi da frenare, miglioramenti da chiedere, a lui ricorreva; le città lontane abbelliva; essendo edile, spese, anzi prodigò quant'altri mai; risarcì la via Appia quasi tutta del suo; distribuzioni al popolo e feste; e perchè fossero comodamente veduti i giuochi Megalesi, fabbricò un teatro amplissimo di legno coi sedili, lo che, unito alla splendidezza dello spettacolo, pensate quanto il crebbe nel pubblico favore: ma sebbene offrisse trecenventi coppie di gladiatori, non lasciava al popolo l'atroce soddisfazione di vederli spirare.

Benchè, secondo la vetusta costituzione, le donne romane fossero riverite in famiglia, nulla per la città, pubbliche esequie egli rese alla moglie Cornelia e alla zia Giulia vedova di Mario, recitandone in piazza il funebre elogio; e in quell'occasione richiamò memorie care al popolo, e tra le effigie domestiche presentò anche quella proscritta di Mario; poi vistosi fiancheggiato, una mattina fece trovare ricollocati la statua e i trofei di questo nel Campidoglio, donde al tempo di Silla erano stati rimossi. I dilettanti ammiravano la finezza di quei lavori, il popolo ne piangeva di dolcezza, i nobili fremevano di questo nuovo genere di broglio, accusando Cesare d'aspirare ad egual potenza; Catulo, il cui padre era caduto vittima di Mario, diceva in pien senato: — Non più per mine secrete, ma per aperto calle Cesare assalta la repubblica»; e Cicerone: — Io prevedo in lui un tiranno; eppure, quando lo miro con quel capolino così acconcio, e grattarsi col dito per non iscomporre la chioma, non so persuadermi che uom siffatto pensi a rivoltare lo Stato».

E veramente le soldatesche canzoni il rinfacciavano di turpe corrispondenza con Nicomede re di Bitinia; Curione in pubblico discorso lo chiamò marito di tutte le donne e moglie di tutti i mariti; e quando entrò vincitore, i soldati cantazzavano: — Romani, ascondete le mogli; questo calvo salace comprò le femmine della Gallia coll'oro rubato ai mariti». Ma tacciandolo un senatore di effeminato col dire che una donna mai non potrebbe tiranneggiar uomini, egli rispose: — Ti sovvenga che Semiramide soggiogò l'Oriente, e le Amazoni conquistarono l'Asia».

In realtà Cesare già avea preso la capitananza del partito popolare, fiaccamente maneggiata da Pompeo. L'orgoglio patrizio riponeva egli nel mettersi sotto cotesti usuraj arricchiti; ma agli inferiori mostrava un rispetto insolito, e alla propria tavola facea sedere anche i provinciali, e servirli coll'istessa qualità di pane. Pompeo, tutto invidiuccie verso Cicerone, non prendeva ombra di Cesare, perchè quegli menava vanto de' fatti suoi, questo no, e possedea la gran politica di far servire gli altri a' suoi propositi. Avendo ottenuto il governo della Spagna ulteriore, i creditori nol lasciavano partire, finchè Crasso (61) non si esibì mallevadore per lui di cinquecentrenta talenti. Andatovi, menò guerra risoluta, spinse le conquiste fino alle rive dell'Oceano, e tornò rifatto a segno, che spense gli enormi debiti. All'ambito onore del trionfo, che il costringeva a rimanersi fuor di Roma finchè l'ottenesse, rinunziò per entrarvi a cercare il consolato; al qual fine barcheggiò in modo d'amicarsi i due capiparte opposti, Crasso e Pompeo. E Pompeo s'accontentava di dimezzar l'impero coll'emulo dacchè più non si vedeva l'idolo del senato; e fra questi tre si strinse una lega, conosciuta col nome di primo triumvirato (60), che ovviando la mutua opposizione, riduceva in loro mano la pubblica cosa, usandovi Crasso il denaro, Pompeo la popolarità, Cesare il genio. Il senato profuse congratulazioni a Cesare che aveva rassettata quella pericolosa nimicizia; ma Catone ripeteva: — Non la nimicizia, ma l'accordo di questi tre toglie a Roma la libertà».

Cesare, ottenuto il consolato (59), bramava a collega Irzio letterato[116], poco destro all'amministrazione: ma Catone, ombroso di questi nuovi potenti, persuase i senatori a lasciar dormire la legge, e comprare voti per Calpurnio Bibulo, il quale prevalse. Ciò non tolse che Cesare esercitasse una specie di dittatura con aspetto di grande popolarità; e dirigendosi a toglier le barriere fra Roma e il mondo, leggi rigorose portò contro la concussione; della Grecia assodò l'indipendenza, fin allora nominale; alla Gallia Cispadana fece comunicare la romana cittadinanza, e alla Transpadana il diritto latino, e vi stanziò numerose colonie; di modo che un territorio barbaro restava annesso alla pelasgica Roma, e a popoli interi conferivasi un privilegio che prima non era concesso se non a singoli. Molte terre pubbliche rimanevano nella Campania, ed egli propose si dividessero fra cittadini poveri che avessero almeno tre figli; se queste non bastavano, se ne comprassero dai privati coi tesori riportati dall'Asia; cosicchè da una moltitudine oziosa ed affamata venissero ridotti a frutto campi deserti. Aggiungeva non darebbe verun passo senza il senato, al quale lascerebbe la scelta dei commissarj.

Talmente erano ragionevoli e moderate le proposte, che i senatori non poteano disdirle apertamente, ma trascinavano d'oggi in domani: del che lamentandosi Cesare, il conservatore Catone gli cantò, — Al senato non garba di vederti comprare la moltitudine colle ricchezze del pubblico». Tale risposta infuse coraggio ad altri padri per rifiutar la legge, col pretesto che non convenisse introdurre novità nell'amministrazione. Cesare indispettito convoca il popolo, espone il fatto, indi voltosi a Pompeo e Crasso, ne domanda schietto e preciso il parere; ed essi: — Non solo approviamo, ma siam disposti a sostenere anche colla spada la tua legge». Il popolo vi prese calore; al console Bibulo, che incaparbiva nella resistenza, furono infranti i fasci, maltrattati i littori, ferita la persona; gli altri spaventati tacquero. Solo Catone persisteva nel niego, benchè minacciato di prigione e d'esiglio; ma Cicerone l'imbonì col dirgli: — Se tu puoi fare senza di Roma, Roma non può fare senza di te; ed è da insensato gettarsi in un precipizio quando non si può chiuderlo»; e la legge agraria passò. Ventimila coloni furono piantati sul territorio di Capua; e questa antica emula di Roma, da cencinquant'anni ridotta a prefettura, cioè priva fin de' magistrati municipali, si rifece; e avrebbe potuto ricomparire l'utile classe de' campagnuoli se la legge fosse stata ben adempita.

Bibulo cessò dagli affari, e pieno arbitrio rimase a Cesare, talchè gli spiritosi chiamavano quello l'anno del consolato di Giulio e di Cesare. Questi viepiù si legò a Pompeo sposandone la figlia, e inducendo il senato a collaudare quant'esso aveva operato in Asia; quindi amicossi i cavalieri col ribassare di un terzo l'appalto delle gabelle; vendè l'alleanza di Roma al re d'Egitto; poi volendo sottrarsi a quell'aura popolare che si risolve in fischi, agl'intrighi, alle violenze, si fece decretare per cinque anni (58) le provincie delle Gallie e dell'Illiria, ove poteva colle conquiste procacciarsi gloria, e prepararsi un esercito destro e devoto.

Abbiamo veduto (pag. 20-21) come accanto alla fiera Gallia Transalpina si fosse piantata la colonia jonica di Massalia, esempio di corruzione e fomite di discordie fra i vicini; mentre i Romani, assodato il loro dominio sì nella Gallia Cisalpina sì nella Provenza, cresceano terribili all'indipendenza di quel popolo che un tempo avea minacciata la loro. E tanto più che i Galli, in una mezza civiltà di cui non perirono affatto le memorie, discordavano tribù da tribù, e nelle fraterne querele invocavano la micidiale intervenzione straniera. Gli Edui, superbi dell'alleanza del popolo romano, impedivano il commercio dei majali ai Sequani; e questi per vendetta chiamarono i fierissimi Galli Elveti, che sulla loro frontiera orientale trovandosi incalzati dalle popolazioni germaniche, in numero di trecensettantottomila per Ginevra difilarono sopra la Gallia romana, spandendo terrore quanto al venire dei Cimbri e dei Teutoni. Cesare, accorso a schermire la provincia, in otto giorni (mirabile prestezza!) si trovò in riva al Rodano; potè sconfiggerli e rincacciarli; fiaccò Ariovisto, re de' Germani Svevi chiamato in soccorso, e che ripassando il Reno, fra i Germani diffuse lo spavento del nome romano, ed arrestò la migrazione che fin d'allora cominciava[117].

Cesare giovossi delle discordie per sottomettere una dopo una le varie tribù galliche; penetrò nel Belgio e fin nell'Armorica (57), cioè nel paese a mare che fu poi detto Bretagna; e al confluente della Mosa col Reno scompigliò novamente i Germani; campagna splendidissima, narrataci mirabilmente da lui stesso. Accortosi però che non otterrebbe intera la soggezione finchè stimoli alla sommossa venissero dall'isola di Bretagna, santuario della religione gallica, vi sbarcò con grande coraggio; ma poco pratico del paese non più toccato da' Romani (55), e assalito vigorosamente, fu costretto ritirarsi. Per riparare a quello smacco, poco stante tornò, e servito ivi pure dalla scissura fra due capi, seppe indurre gl'isolani a pagare un tributo e rimanersi in pace; e rinavigò al continente. Con ducento navi, null'altro ne avea tratto che alquanti schiavi e perle; non vi lasciò guarnigione, non munì castelli; il tributo non fu pagato mai, nè egli l'aspettava; e Roma berteggiavalo d'aver vinto un paese, ove nè argento nè oro nè vestigio d'arte e sapere[118]. Chi avesse detto allora qual doveva diventare quell'isola a confronto della beffatrice!