Il consolato di Cicerone fu insigne se altro ne ricorda la romana storia: ma troppo presto egli dimenticò quel che di straordinario e fuggevole ha la fortuna. Gonfio del togato trionfo, non rifiniva dal preconizzarlo; e Catilina, e il minacciato incendio, e gli aguzzati pugnali erano o tema o episodio inevitabile d'ogni suo discorso. Sul proprio consolato scrisse commentarj in greco e un poema in tre canti; e sollecitava Lucio Lucejo a volere esporlo alla posterità in modo benevolo, ch'egli stesso gliene somministrerà i documenti[122]. Fin gli onori del trionfo ambì dopo la spedizione contro i Parti; e querela Catone perchè non ne abbia sostenuto la domanda, e Pompeo che abbia scritto lettere al senato senza un motto di congratulazione pel vinto Catilina[123].
Però la gloria quanti disinganni non prepara a chi se n'appassiona! Cicerone medesimo con inarrivabile lepidezza racconta come, durante la sua questura a Lilibeo in Sicilia, teneasi persuaso che Roma di null'altro parlasse che de' benemeriti suoi, egli liberale coi municipj, egli disinteressato cogli alleati, egli pacificatore delle liti, egli in gran carenza di viveri avea provveduto di grani la metropoli. Reduce coll'idea che la patria non pensasse che a ringraziamenti e ricompense, tra via fermossi a' bagni di Pozzuoli, dov'era concorso il bel mondo della città; ed ecco il primo che scontra gli chiede che s'abbia di nuovo a Roma. Cadde il fiato a Cicerone a tal dimanda, e rispose che veniva dalla provincia. — Ah ah, dall'Africa?» rispose il galante. — No, dalla Sicilia», replicò secco lo stomacato Cicerone; ed uno che ascoltava, volendo mostrarsi meglio informato, soggiunse: — Che? non sai che stette questore a Siracusa?» Pensate come dovesse indignarsene Cicerone; ma prese il partito di fingersi capitato alle acque come gli altri, e si convinse che il popolo romano, quanto acuto l'occhio, tanto avea dure le orecchie.
Ma non sempre chi operò insignemente riesce a ottenere l'oblìo de' suoi contemporanei; rado gli è perdonato il ben che fece; e l'invidia si rassegna a tollerare le violenze, ma non che uno si compiaccia d'avere recato vantaggio. Tullio da troppi era preso in uggia, e ce ne rimane testimonio una stizzosa invettiva, attribuita a Sallustio, nella quale (lasciam da banda le ingiurie contro i costumi di lui, della moglie, della figliuola) gli si diceva: — Vantarti della congiura soffogata! dovresti vergognarti che, te console, la repubblica sia stata sovversa. Tu in casa con Terenzia tua risolvevi le cose, e chi condannare a morte, chi multare in denaro, secondo te ne entrava talento. Un cittadino ti fabbricava l'abitazione, uno la villa di Tuscolo, uno quella di Pompei, e costoro erano i belli e i buoni: chi nol volesse, quello era un ribaldo che ti tendeva insidie in senato, veniva ad assalirti in casa, minacciava fuoco alla città. E ch'io dica il vero, qual patrimonio avevi, e quale or hai? quanto straricchisti coll'azzeccare liti? con qual cosa ti procacciasti le ricche ville? col sangue e colle viscere dei cittadini; tu supplice cogli inimici, tu burbanzoso cogli amici, turpe in ogni tuo fatto. Ed osi dire, O fortunata Roma, me console nata? Sfortunatissima, che sostenne una pessima persecuzione, allorchè tu ti recasti in mano i giudizj e le leggi. E pur non rifini di tediarci esclamando, Cedano l'armi alla toga, i lauri alla favella; tu che della repubblica pensi una cosa stando, un'altra sedendo; banderuola non fedele a vento alcuno»[124].
Tullio rimaneva più esposto agli attacchi perchè non apparteneva all'antica compatta aristocrazia, ma come uomo nuovo munivasi solo dei proprj meriti. Perciò il senato, per quanti servigi ne traesse, amava vederlo umiliato, onde mostrare quanto poco potesse chi non vantava gran natali e grandi ricchezze: l'egoista Pompeo lo facea bersaglio di sdegni, coi quali voleva ostentare potenza e offendere il senato, senza pericolo d'inimicarsi qualche gran casa: Cicerone stesso, attonito d'un coraggio che non era nell'indole sua, aveva bisogno d'appoggio per non parere barcollante, sicchè facea lo scontento eppure curvavasi, parteggiava ora per l'uno ora per l'altro, com'è troppo facile in tempi agitati, dove appajono più gli uomini che i partiti. Avverso in origine a Cesare e a Crasso, quando li vide d'accordo li blandi; fautore infervorato di Pompeo, sino a professare di creder giusto e vero tutto ciò che era utile o piacevole a questo[125], dappoi gli scoccava motti, accennava lo scopo ed i pericoli del triumvirato, istigava Catone ad opporvisi, e ostentava coraggio ogniqualvolta non fosse compromettente. Fece dispetto ai potenti quella libertà; e mentre avrebbero potuto facilmente cattivarselo, per esempio col dargli la carica d'augure che ambiva[126], stimarono meglio aizzargli incontro Publio Clodio.
Costui, dell'illustre casa Claudia, rottosi alla petulanza e al disordine, avea diffamato la sua gioventù con infando libertinaggio[127]. Per costume antichissimo, allo scorcio dell'anno consolare si radunavano le dame primarie colle Vestali, offrendo un sacrifizio alla Bona Dea, il cui nome ad esse sole era conosciuto; nè alcun uomo, foss'anco il padrone di casa, poteva entrare alle religiosissime cerimonie; gettavasi persino un velo sopra le immagini d'uomini o d'animali maschi. Celebrandosi questa solennità in casa di Giulio Cesare sommo pontefice (59), Clodio, che amoreggiava la costui terza moglie Pompea, e non avea modo di vederla, s'accontò con lei per entrarvi travestito da cantatrice. Ma una schiava lo scopre, i misteri sono interrotti, chiuse le porte, Clodio espulso ad improperj, e tutta la città a rumore. Clodio viene accusato come sacrilego; ma aveva e denari per corrompere, e lascivie per guadagnare[128], e cagnotti per atterrire. Narrossi che il console Calpurnio Pisone, invece delle due iniziali d'assoluzione e di condanna, facesse distribuire al popolo sole lettere assolutorie; invano Catone tentò sospendere il menzognero giudizio; Catulo diceva esser poste le sentinelle non a prevenire un tumulto, ma a tutelare il denaro, dai giudici ricevuto; Cesare stesso, per non disamicarsi la moltitudine, dichiarò che nulla aveva da imputare a Clodio; pure ripudiò la donna, dicendo: — Nemmanco sospetti devono cadere sulla moglie di Cesare».
Così ogni avvenimento privato pigliava importanza di pubblico pel mescolarvisi delle fazioni e per la potenza personale. Clodio in una sommossa uccide un tribuno del partito di Pompeo; e temendo non ne resti peggiorata la sua causa, fa assassinare un tribuno del partito proprio, per incolpare gli avversarj: spediente non dimenticato ai nostri giorni. Nel territorio di Rusella, paese della maremma già spopolato, facea guerra alla strada Aurelia, tanto che non si potette tampoco con sicurezza spedir un corriere a Decio Bruto proconsole a Modena. Imbaldanzito poi dall'impunità, e stipendiato un branco di gladiatori, facea tremare quei poveri liberti che ormai soli rappresentavano nel fôro la maestà del popolo romano; e benchè nobile, si fece adottare da un popolano (58), per essere eletto tribuno della plebe. Allora, spalleggiato dai triumviri che sotto la sua maschera esorbitavano, si affezionò il vulgo con proporre distribuzioni che consumavano un quinto delle pubbliche entrate; i ricchi corrotti col tôrre ai censori il diritto di degradare i senatori e i cavalieri senza formale giudizio. La distribuzione delle provincie che ai consoli facevasi a sorte, Clodio la fece attribuire ai comizj tributi, nei quali si assegnarono estesissime regioni a ciascuno.
Tra per odio personale, tra per istigazione de' triumviri, tra per ingrazianire la plebaglia, sempre smaniosa di buttar nel fango gl'idoli di jeri, Clodio aguzzava i ferri contro Cicerone. Il quale vedendo in aria il nembo, comprossi il tribuno Lucio Mummio perchè costantemente si opponesse al collega: ma Clodio giurò a Cicerone che nulla imprenderebbe contro di lui, purchè ritraesse Mummio dalla sistematica opposizione. Pompeo e Cesare ne stettero mallevadori, e Cicerone lasciossi cogliere al laccio; ma Clodio, toltosi quel contraddittore, fa decretare dal popolo non esser mestieri d'augurj per le leggi proposte ai comizj dai tribuni, mirando con ciò a rimovere l'ostacolo della religione che potessero frammettere gli amici del nemico suo.
Allora porta una legge che dichiara reo chi avesse mandato al supplizio un cittadino senza la conferma del popolo. Tullio comprese che era macchina contro di sè, onde vestì a corrotto, lasciò crescersi la barba, supplicava gli amici a difenderlo; il senato stesso s'abbrunò, finchè i consoli ordinarono riprendesse la solita porpora; duemila cavalieri in lutto pregavano per Cicerone, e gli faceano scorta contro i bravacci di Clodio, che insultavano l'umiliato oratore, e dispensavano coltellate. Cicerone, scoraggito quanto dianzi era borioso, chiedeva dagli altri il consiglio che non trovava in se stesso. Lucullo gli suggeriva di durar saldo, e a capo de' cavalieri e de' ben intenzionati sperdere gli avversarj; Catone ed Ortensio l'esortavano non imitasse Catilina, e si conservasse incontaminato; Cesare proponeva sottrarlo al nembo, conducendolo seco come luogotenente nella Gallia; onorevole proferta, che egli non accettò, onde Cesare se gli fece apertamente nemico. Pompeo s'era ritirato ad Alba, nè gli diede ascolto; sicchè Cicerone indispettivasi di costui, che lodandolo in viso, dietro le spalle l'invidiava, e che al fondo non avea nulla di onesto nella politica, nulla d'insigne, di vigoroso, di franco[129].
Da Clodio accusato davanti alle tribù dell'uccisione di Lentulo, di Cetego e degli altri cavalieri romani, Cicerone cedette alla procella, e uscì di città nottetempo. Il terrore sparso da Clodio gli faceva più amari i passi della fuga: si vide chiusa Vibona, città della Lucania da cui era stato eletto protettore; si trovò respinto dalla Sicilia, campo di sua gloria durante la questura, poi sua protetta contro Verre[130]; ricevette intrepida ospitalità da Lenio Flacco a Brindisi, ma non vi si credette sicuro, e prese il mare. Approdato a Durazzo, non che la cortesia gli addolcisse il fiele dell'esiglio, fiaccamente sconsolavasi, sempre gli occhi, sempre il parlare vôlti alla patria[131]; onde quei Greci, dopo esaurite tutte le consolatorie che la scuola insegnava, e di cui Cicerone stesso faceva parata nelle filosofiche quistioni, mettevano in campo sogni ed augurj per assicurarlo d'un sollecito richiamo. Aspettando il quale, si conduce a Tessalonica: quivi piange, si dispera, desidera morire, vuole uccidersi; tutti modi di far parlare di sè quando teme che il mondo lo dimentichi.
Clodio, esultante come d'un trionfo, fece decretare bandito Cicerone a quattrocento miglia dalla città e confiscati i suoi averi, demolirne la casa e le ville, e consacrare dai pontefici l'area dov'erano sorte, perchè più non potessero venirgli restituite. Dov'erano allora gli amici, i beneficati di Tullio? dove i cavalieri ch'egli avea messi in istato? Tristo il paese dove non si osa chiarirsi pel perseguitato! sciagurata libertà dove l'ingiustizia fatta ad uno non si considera comune! Solo Catone si opponeva e protestava; onde Clodio per disfarsene (58) lo fece deputare a pigliar possesso del regno di Cipro, che i Romani pretendeano per un testamento di Tolomeo Alessandro II.