Ai triumviri più non rimase ostacolo; ma Clodio era una lama che tagliava anche le mani che la impugnavano. Fattosi da Lucio Flavio consegnare il figlio di re Tigrane affidatogli da Pompeo, il rimandò in Armenia, fomite di turbolenze: Pompeo se ne tenne insultato, e pensò vendicarsi dell'audace demagogo col revocare Cicerone. La proposta fu dal senato ricevuta siccome una rivincita sopra la parte popolana. Quando venne sporta alla plebe, Clodio comparve nel fôro circondato da' suoi accoltellatori per atterrire gli amici di Cicerone, per frapporre, come dicea questi, un lago di sangue al suo ritorno: ma Tito Annio Milone, italiano di Lanuvio e genero di Silla, collega di Clodio e non meno manesco, fece altrettanto; e mentre le due masnade stavano guatandosi in cagnesco, il richiamo passò.

A volo Cicerone fu a Roma in un vero trionfo (57), di cui non farà meraviglia chi abbia visto la leggerezza delle moltitudini che festeggiano del pari un pontefice o un tavernajo. Per verità i quotidiani battibugli aveano stancato a segno, che non Roma solo, ma tutta Italia desiderava riposo, e avea chiesto il richiamo di Cicerone come una riscossa contro la violenza, e perchè egli era simbolo della libertà regolare, dell'alzamento d'un uomo nuovo contro la fazione patrizia cui appartenevano Catilina, Clodio, Cesare, delle volontà comuni e moderate contro le personali e violente. Già quando si erano posti all'asta i suoi beni, nessuno avea voluto dirvi: allora poi tutte le città municipali, tutte le colonie sul suo passaggio gareggiavano a festeggiarlo; il senato gli uscì incontro fino a porta Capena, e il condusse in Campidoglio, donde a spalle venne portato a casa. Fu una delle più giuste sue compiacenze, e — Qual altro cittadino, da me in fuori, il senato raccomandò alle nazioni straniere? per la salvezza di quale, se non per la mia, il senato rese pubbliche grazie agli alleati del popolo romano? Di me solo i padri coscritti decretarono che i governatori delle provincie, i questori, i legati custodissero la salute e la vita. Nella mia causa soltanto, da che Roma è Roma, avvenne che per decreto del senato, con lettere consolari si convocassero dall'Italia tutti quelli che amassero salva la repubblica. Quel che il senato non mai decretò nel pericolo di tutta la repubblica, stimò dover decretare per la mia salute. Chi più fu richiesto dalla curia? più compianto dal fôro? più desiderato dai tribunali stessi? Ogni cosa fu deserto, orrido, muto al mio partire, pieno di lutto e di mestizia. Qual luogo è d'Italia, ove ne' pubblici documenti non sia perpetuata la premura della mia salvezza, l'attestazione della dignità? A che serve rammemorare quel divino consulto del senato intorno a me? o quello fatto nel tempio di Giove ottimo massimo, quando il personaggio che, con triplice trionfo, aggiunse a quest'impero le tre parti del mondo, proferì una sentenza, per cui a me solo diede testimonianza di aver conservata la patria: e quella sentenza fu dall'affollatissimo senato approvata in modo, che un solo nemico dissentì, e ne' pubblici registri fu la cosa tramandata a sempiterna memoria? o quel che il domani fu decretato nella curia, per suggerimento del popolo romano e di quelli accorsi dai municipj, che nessuno frapponesse ostacoli, o causasse indugio in grazia degli auspicj; chi lo facesse, s'avrebbe qual perturbatore della pubblica quiete, e il senato lo punirebbe severamente? Colla quale gravità avendo il senato remorata la iniqua audacia di alcuni, aggiunse che, se ne' cinque giorni in cui si poteva trattare del fatto mio, nulla fosse risolto, io tornassi in patria e in ogni dignità... Il mio ritorno poi chi ignora qual fosse? come venendo, i Brindisini mi abbiano, per così dire, sporta la destra di tutta l'Italia e della medesima patria? e per tutto il viaggio le città italiche apparivano in festa pel mio ritorno, le vie affollate di deputati spediti d'ogni onde, le vicinanze della città fiorenti d'incredibile moltitudine congratulante: il passaggio dalla porta Capena, l'ascesa al Campidoglio, il ritorno alla casa furono tali, che fra la somma allegrezza io mi accorava che una città così riconoscente fosse stata misera ed oppressa»[132].

Rimesso nel senato, e mal vôlto ai nobili che aveano favorito Clodio, si pone coi triumviri che almeno non eran gente da tumulti e da violenza, e che sopportati in pace, assicurerebbero il riposo: col ringiovanito suo credito sostenne Pompeo, di cui il recente benefizio redimeva l'anteriore abbandono; e forse esagerando la carestia, fecegli attribuire la commissione di tenere provveduta di grani la città per cinque anni, con pieno potere sui porti del Mediterraneo: commissione amplissima, che rinnovava il governo personale. In compenso il Magno gli fece dai pontefici restituire lo spazzo della casa, ed assegnare dal pubblico due milioni di sesterzj per riedificarla, cinquecentomila per la villa tusculana, ducencinquanta per quella di Formio.

Vanità smodata, oscillante volontà, debolezza di propendere sempre alla parte fortunata, indifferenza per la causa popolare, scarsa avvedutezza ne' politici maneggi, inettitudine a innestare sull'antico ceppo patrio i nuovi talli, sono macchie sulla splendida memoria di quest'uomo, d'altra parte meritevole di tanta stima ed affetto. Intelligente del bene, amico del bello, cupido di sapere, instancabile all'operare, per sete di gloria e di popolarità ogni cosa riconduce a sè; egoista di buona fede, ambisce di comparire più che di comandare, vuole il consolato non pel rigore de' fasci, ma per la pompa della sedia curule; il rispetto umano gl'infonde un coraggio fittizio, in cui qualche volta la codardia si unisce alla violenza, ma la vanità lo rende stromento degli ambiziosi, dai quali ha molto da sperare o da temere. Elevato non fermo, batte i nemici per gelosia anzichè per rancore; a momenti vigoroso, più spesso vacillante e disilluso, eppure ostentando coraggio, e dolendosi quando vede dubitarsene: sopra ogni cosa distende lo splendido velo dell'arte e dell'eloquenza. Ben comune doveva essere la crudeltà, se apparve persino in lui letterato e timido, il quale sollecitò l'uccisione de' Catilinarj, consigliava a colpire Antonio insieme con Cesare, e ripeteva: — Se vorremo esser clementi, non mancheranno mai guerre civili». La posterità, malgrado i difetti di lui, potrà dimenticare come spesso egli ardì farsi eco della pubblica indignazione contro ribaldi, da' cui coltelli non era chi l'assicurasse? E per noi è confortante il vedere quest'oscuro Arpinate sorgere per forza d'ingegno sino a meritar il nome di padre della patria, a primeggiare in senato, ad emulare inerme il trionfo de' guerrieri, a subire la gloria d'un esiglio riguardato come pubblico lutto, ad acquistare potenza colla parola dove tant'altri se la procacciavano colle spade e coi coltelli.

Del resto egli era buon uomo, buon cortigiano, buon compagnone nelle brigate[133]; e per Roma facevano fortuna le sue arguzie, raccolte poi da Tirone, suo liberto e segretario. Ingenti ricchezze gli produssero le arringhe, non per onorarj che ne traesse, essendo inusate le sportule, ma pei legati che ciascun ricco testando lasciava a chi avesse di lui ben meritato. Di questi Cicerone toccò per venti milioni di sesterzj[134], onde crebbe di case e di poderi; e sebbene nelle provincie s'astenesse dai comuni ladronecci, ebbe agiatezza e lusso d'arti, potè splendidamente ospitare gli amici, e per mantenere suo figlio a studio in Atene spendeva l'anno ingente somma.

Catone, che disapprovava costantemente i gladiatori e gli atleti, come gente sempre alla mano di chi volesse atterrire la città, n'aveva però allevato una partita; e procurò venderli, ma senza far rumore. Milone mandò comprarli, poi divulgò il fatto: la città ne fece le risa grasse[135], e Milone con questi bravacci teneva in rispetto Clodio, ostinato a impedire si ricostruissero le ville di Tullio. Avendo Clodio (53) messo il fuoco alla casa del costui fratello, Milone gliene dà accusa. Clodio dunque briga l'edilità, ottenuta la quale, sarà inviolabile: ma Milone dichiara che gli auspizj sono sfavorevoli, e l'elezione viene prorogata. Al nuovo giorno, Clodio fa occupare il fôro da' suoi satelliti, acciocchè l'elezione si compia prima che Milone pronunzii sopra gli auspizj: ma che? Milone già vi ha disposto i suoi nella notte. E così prolungasi d'oggi in domani, finchè gli Italioti non sieno stracchi di venir dal loro paese a tumultuare in Roma. E quando Pompeo arringa in favor di Milone, i bravi di Clodio lo fischiano, Clodio gli avventa dalla tribuna ingiurie a gola, per tre ore si ricambiano urli, bassi insulti, osceni lazzi, infine si vien ai sassi e ai pugni; Clodio è messo in fuga; Cicerone fugge anch'esso per paura che «nel tumulto non avvenga qualcosa di male»[136].

E Cicerone diceva d'amare il regime, stanco di tanti salassi[137]: ma i due capibanda rinforzati nelle case, forbottandosi per le vie, sommoveano ogni dì la pubblica quiete; finchè Milone sentendosi forte nell'appoggio di Pompeo e di Cicerone, il quale avea fin detto pubblicamente che Clodio era vittima destinata allo stocco dell'altro[138], scontrato costui in cammino, venne seco alle prese, e lo freddò. Il vulgo, levatosi a rumore, saccheggiò la curia per alimentare il rogo di Clodio, ed assalì Milone: ma questi, ben munito e ricinto di bravi, respinse la forza colla forza. Citato in giudizio, gli domandano, secondo le forme, che consegni i suoi schiavi perchè sieno interrogati alla corda; ed egli risponde avergli affrancati, nè uom libero potersi mettere alla tortura. Così mancavano i testimonj al fatto, e Cicerone metteva in moto tutti gli ordigni di destro avvocato per difenderlo: ma Pompeo, pago d'aversi tratto dagli occhi quello stecco, non si curò di salvar l'uccisore; e Cicerone, presa paura dei bravi di Clodio, non recitò la bella sua arringa, e lasciò che Milone andasse esule a Marsiglia, consolandosi col mangiarvi pesci squisiti[139].

Qual era dunque la libertà di Roma, ove tutto potevano i triumviri e qualunque ribaldo venisse parteggiando? Crasso e Pompeo ambivano il consolato, ma disperavano ottenerlo in competenza con Domizio Enobarbo, il quale, col professare di voler abolire il proconsolato di Cesare, blandiva i rancori degli aristocratici (55). Epperò, mentre costui di buon mattino, con Catone ai fianchi, andava per la città accattando suffragi, gli uscì addosso una smannata di malviventi che ferì Catone, e uccise il servo che lo precedeva colla fiaccola: poi i tribuni impedirono i comizj, sicchè Roma restò senza consoli, il senato vestì a lutto, finchè vedendo non potere altrimenti quietare il subuglio, domandò a Crasso e Pompeo se volessero accettare il consolato, e così furono eletti.

Allora, per non essere da meno di Cesare, nè restare disarmati mentre egli assicuravasi un esercito coi trionfi, si fecero decretare Pompeo la Spagna, Crasso la Siria, l'Egitto e la Macedonia. Cesare v'assentiva, purchè a lui non turbassero il proconsolato: Catone, che andava ricantando i pericoli de' prolungati comandi, fu dal tribuno Cajo Tribonio messo in arresto, e si stabilì che i governatori non fossero scambiati per cinque anni, potessero far leve a loro grado, esigere dagli alleati contribuzioni e truppe. Pompeo, più del comando ambendone le apparenze, rimase a Roma: Crasso s'avviò contro i Parti.

La vittoria sopra Mitradate e gli altri re dell'Asia fece Roma confinante con questo terribile popolo, che stanziando fra l'India orientale, la Media e l'Ircania, poteva interrompere le comunicazioni dei mercanti d'Occidente coi paesi che diedero sempre le più squisite e preziose derrate. I Parti erano guerrieri nati, sempre a cavallo, abilissimi a trar d'arco, non affidandosi nelle ordinanze, ma nel valore violento. Li dominavano principi Arsacidi, che s'intitolavano re dei re, fratelli del sole e della luna, ma che restavano limitati dai dodici satrapi militari dell'impero, i quali poteano anche deporli, e probabilmente ne confermavano l'elezione prima che il surena o generale gl'incoronasse.