Parve che, dal primo conoscerli, Roma sentisse quanto sarebbero a lei pericolosi: ma sebbene il timore di essi facesse poco ambita la provincia d'Asia, pure Crasso la sollecitò a gran prezzo. Da un lato voleva superare Lucullo, Silla, Pompeo mediante spedizioni somiglianti a quelle d'Alessandro; dall'altro compiacevasi in pensare e parlare delle spoglie della Partia, intatta ancora da invasioni, e delle aurifere arene dell'Indo e del Gange. Quel popolo aveva allora pace ed alleanza coi Romani; laonde il tribuno Atejo Capitone si oppose alla guerra fin coll'impedire a Crasso l'uscita di Roma, e coll'imprecare contro di esso gli Dei vindici de' patti: ma Crasso, protetto da Pompeo e stimolato da avara ambizione, tragittossi in Asia (54).
Traversando la Siria, rubò diecimila talenti al tempio di Gerusalemme, risparmiato da Pompeo; poi varcato l'Eufrate, entrò sulle terre de' Parti, i quali non avendo ragione di temere un'invasione, furono côlti sprovvisti. Insuperbito della vittoria, lasciossi attribuire il titolo d'imperatore; al re Orode, che mandò chiedergli qual motivo traesse i Romani a guerra, replicò darebbe risposta in Seleucia lor metropoli; ma Vagiso, capo della legazione, mostrando la palma della sua mano, disse: — Prima che tu prenda Seleucia, vedrai crescere del pelo qui». Per riuscire, Crasso avrebbe dovuto difilarsi sopra le capitali, profittando della costernazione; invece tornò a svernare nella Siria, ed arricchirsi delle spoglie e delle contribuzioni.
Ma mentre i soldati suoi scioglievansi dalla disciplina, i Parti, riavuti dalla perfida sorpresa, facevano armi, e il loro surena in un tratto (53) ricuperò le città occupate da Crasso. Il quale de' cento sinistri augurj, che sgomentavano i suoi, si rideva; ma sprezzava anche i buoni pareri, e invece di far via per le montagne armene ove mal potrebbe squadronarsi la cavalleria parta, s'avanzò nella Mesopotamia. Quivi pianure deserte o pantanose, il territorio devastato, arsi campi e villaggi, non grano per l'esercito, non foraggi pei cavalli; i generali spingevano innanzi a sè le popolazioni, appena gettando alcuna guarnigione nelle piazze che, quando si fossero prese, bisognava distruggere. Raggiungevasi l'esercito nemico? insolita arte di battaglia occorreva contro una cavalleria che pugnava di lontano e fuggendo, talchè a nulla approdava la pesante fanteria romana; sconfiggevasi il nemico, nol si vinceva mai; si procedeva conquistando, e morivasi di fame. Alfine côlto dai Parti nella spianata di Carre, Crasso vide da essi bersagliate le indifese legioni: il figlio di lui non potendo sottrarsi, si uccise dopo combattuto valorosamente. Quando il teschio ne fu veduto confitto su lancia nemica, i Romani torcevano spaventati, ma Crasso: — Me solo tocca questo lutto. Roma non è vinta purchè intrepidi voi reggiate. Se vi prende compassione di un padre orbato, mostratemelo col vendicarlo su quei barbari».
In questo mezzo le freccie, colpendo incessanti e d'ogni banda, causavano una morte sì tormentosa, che molti preferivano accelerarla coll'avventarsi contro la cavalleria. Crasso, fuggendo con pochi, si trovò avviluppato ne' pantani e forviato da false guide. Dal surena invitato a parlamento, sebbene sospettasse d'insidie, vi si trovò costretto dalle grida de' suoi, e tra via diceva ai seguaci: — Tornati in sicurezza, per l'onore di Roma dite che Crasso perì deluso dai nemici, non abbandonato dai cittadini». Il surena gli fece ogni mostra d'onoranza; ma ben tosto cominciò una baruffa, dove Crasso restò ucciso. La sua destra e la testa furono presentate a Orode, il tronco lasciato alle fiere: diecimila uomini, sopravissuti al doppio d'uccisi, caddero prigionieri, e dimentichi della patria servirono i nemici, e ne sposarono le figliuole[140].
Il surena entrò in Seleucia fra i teschi e le insegne romane, trascinandosi dietro uno vestito da Crasso, con littori e guardie, borse vuote alla cintola, e una banda di donnacce, cantanti lascivie ed oltraggi ai vinti; e presentò al patrio senato una copia delle impudiche Favole Milesie, trovata nel sacco d'un uffiziale romano; come a dire che nulla di meglio dovea sperarsi da gioventù, la quale piacevasi in libri siffatti. Orode fece colare dell'oro nella bocca di Crasso, per insultare l'avara sua sete; poi assalì la Siria, sperando coglierla sguernita. Il luogotenente Cassio fu pronto alla riscossa; ma la sconfitta di Crasso non lasciò più ai Romani proferire il nome dei Parti senza un profondo terrore.
CAPITOLO XXVI.
Seconda guerra civile.
Con Crasso periva l'unico che potesse mantenere l'equilibrio fra Cesare e Pompeo, i quali l'odio reciproco dissimulavano per tema che quello, accostandosi all'altro, di là piegasse la bilancia. La rottura (55) fu accelerata dalla morte di Giulia, figlia di Cesare e moglie di Pompeo, amata da ambedue, venerata pubblicamente. Pompeo, benchè fosse rimasto in Roma, levò un esercito col pretesto di proteggere la tranquillità, in fatto per dominar le fazioni e non valere da meno degli altri triumviri. Domizio Enobarbo riuscito console (54), avrebbe voluto por freno all'esorbitante potenza, sorretto anche da Catone: ma s'accôrse di non valer nulla contro le armi, in tempo che ogni elezione diventava opportunità di traffici, ogni adunanza campo di violenze; i colpevoli sfuggivano alla censura perchè troppi, e ai giudizj perchè denarosi; e come Cicerone si lamenta, tolta la dignità della parola e la libertà del trattar le pubbliche cose, niun altro partito restava che o fiaccamente assentire coi più, o dissentire invano[141].
Il governo di Roma, come tutto ciò ch'è patriarcale, supponeva una certa bontà: l'equilibrio suo consistendo nell'esteso diritto di opporsi, bisognava non lo spingessero all'estremo nè il senato nel negare gli auspizj, nè il tribuno nel mettere il veto: e poichè riduceasi in fatto a due governi posti paralleli, quel della plebe e quello del senato, con magistrature e decisioni distinte, per farli camminare d'accordo richiedevasi ancora la bontà. Corrotti i costumi, tutto si sovverte; le fazioni bollono ogni giorno peggio; se il tribuno mette il veto è deriso, o si mandano bravacci a sgomentarlo e far sangue; la prepotenza imbaldanzisce, e le spesse uccisioni fanno sentire la necessità d'un freno dittatorio. Pompeo, che credevasi l'unico uomo da ciò, voleva che il popolo se ne capacitasse, e venisse a porglielo in mano; ma afferrarlo non osava, e intanto lasciava prolungarsi il disordine, e a forza di bassezze per ottenerla, perdeva la popolarità. All'occasione dell'assassinio di Clodio fu proposto di conferirgli la dittatura (52), poi si stimò meglio farlo console da solo, e tale rimase sette mesi, per quanto protestassero Catone e la parte conservatrice: ma egli, non che s'ardisse all'estremo, indietreggiò, eleggendosi a collega Metello Scipione; col che, e collo sposarne la figlia Cornelia si riconciliò gli oligarchi. Allora solo mostrarono accorgersi che Cesare, per via de' suoi emissarj e coll'appoggio dell'esercito, s'avviava alla dominazione, sicchè il senato implorò Pompeo siccome tutore della libertà: ma che libertà, dove il Governo era costretto a schermirsi sotto la protezione d'un cittadino?
Cesare, gran guerriero, grand'oratore, gran politico, uom di dottrina e di azione, abile matematico, come lo provano la riforma del calendario, il ponte sul Reno, gli assedj suoi; d'attenzione sì robusta che ad un tempo leggeva, scriveva, ascoltava, dettava fin a quattro segretarj; coll'aspetto dignitoso e coll'efficace parola domina le assemblee, reprime i tumulti, combatte e amoreggia; dall'estrema Bretagna all'Etiopia riporta segnalate vittorie, e insignemente le narra ne' Commentarj, che sono insuperabile modello di Memorie. Mentre poi i suoi emuli ritorcevano l'occhio verso il passato, egli lo spingea verso l'avvenire; donde una franchezza d'operare, sconosciuta a quelli; e ne' suoi ardimenti non si lasciava rattenere da nulla, nè tampoco dalla giustizia.
Pompeo, che aveva creduto far di Cesare uno strumento, non voleva nè confessare al senato d'essersi concertato con quello per isfasciare la repubblica, nè a se stesso d'essersene lasciato illudere; donde un'esitanza che lo perdè. Claudio Marcello console, ligio a Pompeo, propose al senato di richiamare Cesare (51), prima che ne spirasse la commissione; e non riuscitovi, lo oltraggiò in ogni modo, sino a far battere un senatore di Como, all'unico scopo, diceva, che, tornando nelle Gallie, potesse mostrare le sue spalle al proconsole. Cesare sentivasi men che mai disposto a rassegnare il comando da che Pompeo erasi fatto prorogare per altri cinque anni il governo dell'Africa e della Spagna: anzi, fidato in un robusto partito e nell'esercito (50), chiese di esservi riconfermato; e perchè le creature di Pompeo gli fecero toccare il no, un centurione, che alla porta del senato aspettava, battè sulla spada, dicendo: — Glielo confermerà questa».