Per verità, chi potea credere che Cesare si restituisse come privato in Roma, dopo vissuto come re tanto tempo nelle Gallie? chè veramente da re era la potenza d'un capo d'esercito[142]. Anche stando colà, coltivavasi l'amor dei Romani col fabbricare in città un nuovo fôro, per la cui area soltanto spese sessanta milioni di sesterzj, e nel campo Marzio porticati di marmo e tettoje ove ricoverarsi al tempo de' comizj. Nella Gallia, come eroe a conquistarla, così appariva prudente a darle sesto e governo; vi univa assemblee, divisava costituire nelle città il diritto municipale, e ne fe saggio a Como, dove piantando colonie, si assicurò le vigorose popolazioni che attorniano quel lago delizioso.
Così rinforzato, percorse le città prossime alla Cisalpina, col pretesto di ringraziarle del voto dato ad Antonio augure, suo raccomandato; e v'ebbe accoglienze come un trionfante fra apparati e vittime. Nel verno tornava di qua dall'Alpi? al suo quartiere accorreva quanto di meglio avea Roma; a Lucca sin centoventi fasci si videro che accompagnavano pretori e proconsoli, oltre ducento senatori: udivansi vittorie di lui? i sette colli risonavano di evviva, e i tempj di supplicazioni. Intanto, facendosi scrivere tutte le cose e piccole e grandi[143], teneva d'occhio le ordite dell'emulo, e con prestezza e accorgimento gliele rompeva, prodigando con una mano l'oro, coll'altra tenendo la spada. Pompeo fidava nel console Emilio Paolo; ma Cesare sel comprò con mille cinquecento talenti: Pompeo fidava che Curione Scribonio tribuno proporrebbe di dimettere il proconsole; ma Cesare il guadagna col rilevarlo dagl'immensi debiti, sicchè invece suggerisce di prolungare ad entrambi il comando, o entrambi destituirli. Ebbe un bel tergiversare il senato, il popolo convertì in legge la proposta, la cui moderazione aggiungeva credito ai Cesariani: ma nè Pompeo nè Cesare aveano in animo di deporre un imperio con sì lunghe arti procacciato; solo ad entrambi rincresceva il mostrarsi autori della guerra civile che sentivano inevitabile, come i migliori cittadini inevitabile vedeano la caduta della repubblica.
Di che Cicerone scriveva: — L'uno non vuol padrone, l'altro non soffre eguale: Cesare pensa a conquistar il trono, Pompeo vuol farselo donare»; trovava pericoloso l'appoggiare tutta la pubblica cosa sopra uno che ogni anno faceva una malattia mortale; ma d'altro lato non osava chiarirsi contro Cesare, a cui era debitore di grossa somma[144], e domandava: — Il partito de' buoni qual è? forse il senato, che lascia le provincie senza governo? forse i cavalieri, che mai non furono per la repubblica, ed ora caldeggiano Cesare? forse negozianti e agricoli, che non desiderano se non il quieto vivere? Noi combattiamo, ma in modo che, se vinti ne andrà la vita, se vincitori la libertà». Riconosceva dunque ch'era più onesto seguir Pompeo, ma che in ogni modo la repubblica era sagrificata. Catone, immobile come il dio Termine, non poteva distinguer chiaro con quale dei due partiti cozzanti stesse la ragione; ma scevro d'ambizione personale, fedele alle idee vecchie, più non portò corone, vestì il lutto, e diceva: — Se vince Pompeo, io mi esiglio da Roma; se Cesare, mi uccido».
Faceasi intanto quella calma che precede la tempesta, della quale tutti sentivano imminente lo scoppio, niuno ne volea la responsabilità. Ma a ben diversa condizione si trovavano i due pretendenti. Pompeo davasi aria di tutore della repubblica, e come tale supponeva aver sotto la sua bandiera tutta la patria; onde, allorchè Cicerone, desideroso d'entrar mediatore, gli chiese quali forze opporrebbe a Cesare, rispose: — Ch'io batta un piede in terra, e ne sbucheranno legioni». Questa prosuntuosa fiducia facealo trascurare i preparativi, mentre Cesare, non calcolando che sui proprj mezzi, moltiplicava e invigoriva le forze, compravasi partigiani checchè costassero, porgevasi amico e custode del popolo contro le esuberanze de' suoi nemici, soprattutto fidava nei provinciali e nei forestieri che lo guardavano come loro patrono, e in quella moltitudine agguerrita di Belgi, Galli, Spagnuoli, e di veterani che morrebbero allegri nella sola fiducia che il loro Cesare li loderebbe. Aveva poi in pugno la Gallia, provincia importantissima perchè i cittadini romani v'esercitavano i traffici loro principali[145]; oltrechè abbracciando con un sol nome il paese di là e di qua delle Alpi, conferiva a chi la governasse l'arbitrio di condurre l'esercito fino al territorio sacro d'Italia. Destreggiavasi però a declinare da sè ogni illegalità e fin il sospetto d'ambizione; ai primi rumori aveva scritto al senato, — Eccomi prontissimo a lasciar l'esercito e le Gallie, purchè mi si diano l'Illiria e due legioni»: domanda che sapeva gli sarebbe disdetta. Il senato gli ordina di licenziare una legione per ispedirla in ajuto di Lentulo contro i Parti, ed egli obbedisce senza por tempo in mezzo: Pompeo gli chiede di restituirgliene un'altra affidatagli già tempo, ed egli lo fa, ma non prima d'essersene con lautissimi doni accaparrato gli uffiziali e i soldati.
Al contrario, Marcello, Lentulo, Scipione, altri fautori del senato e di Pompeo, il quale ormai faceva causa con quello, troncarono le peritanze facendo prefinire a Cesare un tempo entro cui deponesse ogni impero, o sarebbe dichiarato nemico della patria; e scacciarono ignominiosamente i tribuni Longino, Curione e Marc'Antonio che si opponevano. Questi, esclamando oltraggiata l'inviolabilità del loro uffizio, in abito di schiavi ricoverarono dalla Roma profanata al campo di Cesare, attribuendogli così la legalità, come già aveva e l'equità e la forza. Il senato (49) vedendo ormai calarsi quattro legioni verso il Po, decreta che Pompeo, i consoli, i pretori provvedano alla salvezza della repubblica; Cesare rassegna l'esercito a Lucio Domizio; e Marcello e Lentulo, presentando la spada a Pompeo, gli dicono: — Sta a te il difendere la repubblica e comandar le truppe»; al che Pompeo risponde: — Il farò, qualora non trovi migliore acconcio alle cose».
È dunque gettato il guanto: se Cesare lo raccoglie, la guerra civile è rotta. Tutti i giorni pertanto radunavansi i senatori, e andavano a trovar Pompeo, il quale, essendo divenuto generale, secondo le leggi dovea tenersi fuor di città, e che ebbe l'incarico di levare trentamila Romani e quanti ausiliarj credesse, con autorità illimitata come re. In Capua Cesare manteneva molte centinaja di gladiatori, esercitati maestrevolmente, e disposti ad ogni cenno del padrone; e Pompeo li sciolse, affidandone una coppia per ciascuna famiglia. Poi compartì le provincie fra creati suoi: a Domizio la Gallia Transalpina, a Cecilio Metello suo suocero la Siria, la Sicilia a Catone, a Cotta la Sardegna, l'Africa ad Elio Tuberone; Calpurnio Bibulo e Cicerone vigilerebbero il littorale; altri suoi amici ottennero il Ponto, la Bitinia, Cipro, la Cilicia, la Macedonia, altri paesi, che non si trattava di difendere da nemici esterni, ma di conservare ad una fazione, ad un uomo.
Nè Cesare dormiva. Eccitati a indignazione i soldati col mostrare i tribuni espulsi da Roma, ed a valore col rammemorare le ben finite imprese, si mosse in armi. Come governatore delle Gallie, potè legittimamente varcare le Alpi, e trovarsi nel cuor dell'Italia senza gli ostacoli che fra i monti, al Ticino, alla Trebbia avevano remorato Annibale. Al Rubicone, confine del territorio romano, non gli si opponeva altro che un decreto, il quale intimava a nome del popolo romano: — Chiunque tu sia, console, generale, tribuno, soldato, coscritto, commilitone, di manipolo, di centuria, di legione, di turma, qui t'arresta, lascia la bandiera, deponi le armi, nè di là da questo fiume porta vessillo, esercito o munizioni; o sarai considerato nemico, come se contro la patria avessi mosso le armi, e tolto i penati dai sacri penetrali»[146]. Cesare stette alcun tempo librando fra sè gli orrori d'una guerra civile; ma non soleva egli dire che convien essere giusto sempre, fuor quando si tratti d'un regno? Esclamando adunque, — Il dado è gettato», si lanciò sul ponte, passò, prese Rimini.
Allora sì fu in Roma la costernazione; allora apparve la vanità dei nomi pomposi, e la dura alternativa, come diceva Catone, di temere un sol uomo, o in un solo mettere tutte le speranze. I senatori tentennano ne' consigli, i cittadini ricoverano alla campagna; i ciarlieri, ingombro d'ogni gran caso, perdonsi in futili recriminazioni, e in dire qual cosa sarebbesi dovuto fare, e in disapprovare qualunque cosa si faccia; gli speculatori di rivoluzione adocchiano da qual parte spiri maggior probabilità di guadagno. Pompeo, disperse le forze in tante provincie, non si trova in grado di resistere, e se Marco Favonio gli garrisca, — O Magno, batti la terra col piede, che ne sbuchino le promesse legioni», egli non può che abbassare gli occhi e domandar consiglio[147]. E consiglio migliore gli sembrò il più disperato; abbandonar Roma senza tampoco levarne il tesoro, e ritirarsi a Capua dichiarando ribelle qualunque senatore o magistrato non lo seguisse. Nella sua vanità potè credere lo seguissero quei che fuggivangli dietro, e lasciava che gli adulatori mettessero in canzone Cesare, ed asserissero che il solo nome del Magno basterebbe a sbigottirlo.
Ma Cesare colla sua portentosa alacrità[148] s'avvicina; oggi il corriere porta ch'egli prese Arezzo, domani Pesaro, poi Fano, poi Osimo; in tutto il Piceno è accolto a braccia aperte: solo Corfinio è difesa da quel Domizio che il senato gli aveva sostituito nel comando della Transalpina; ma le trenta coorti di guarnigione non tardano ad aprire le porte al vincitore, che perdona ai senatori ivi côlti e a Domizio stesso dicendo, — Io non vengo a far del male, ma a rimettere ne' diritti e nella libertà il popolo romano, soverchiato da un pugno di ricchi»; restituì persino sei milioni di sesterzj trovati nella cassa militare, e scriveva agli amici: — Diamo l'esempio d'un nuovo modo di vincere; e assicuriamo la fortuna nostra colla clemenza e l'umanità». Il trionfo e più il perdono sbigottiscono Pompeo, che si ritira a Brindisi nell'estremità meridionale dell'Italia; ma Cesare, ingrossato da cerne italiane, lo raggiunge, l'assedia: se non che, avanti sia chiuso anche il porto, Pompeo fugge verso l'Oriente, lasciando il campo all'emulo che, in sessanta giorni conquistata l'Italia senza sangue, cavalca sopra Roma.
Quivi simulando rispetto a quell'antiquata legalità che il suo brando spezzava, accampa ne' sobborghi; il popolo esce in folla ad ammirare e festeggiare il sommo capitano; e i tribuni ricoverati al suo campo ne magnificano i meriti, e inducono i pochi senatori rimasti a venir ascoltare l'arringa, in cui egli giustifica il suo operato, rianima le speranze, cheta le paure, e consiglia a mandar persone credute per indurre alla pace Pompeo e i consoli; tutto a fine di riversar la colpa sopra il nemico.