Catone, che colla robusta sua calma aveva raccolto a Utica un senato di trecento Romani, gli esortò a stare concordi, unico mezzo di farsi temere resistendo, o d'ottenere buoni accordi cedendo; e non dover disperarsi delle cose mentre la Spagna reggeasi in piedi, Roma inavvezza al giogo, Utica munita e provvista. Deliberato di difendersi, i mercadanti italiani ivi accasati proponevano di dare la libertà e le armi agli schiavi, ma Catone si oppose a questa violazione della proprietà; quasi la legge stessa non ponesse per supremo oggetto la pubblica salute! Però i timidi prevalsero, e giudicando insania il resistere a colui, cui l'universo avea ceduto, mandarono a Cesare la loro sommessione. Catone non disapprovò quel consiglio, ma nulla volle chiedere per sè, dicendo: — Il conceder la vita suppone il diritto di toglierla, il quale è un atto di tirannia; e da un tiranno io nulla voglio».

Irremovibile nelle sue dottrine, vagheggiava una repubblica non solo diversa da quella d'allora, ma quale non la riscontrava nemmanco nel passato; pure, in difetto di meglio, venerava le istituzioni della patria, sperandole capaci di ringiovanirsi. Perciò stette col partito senatorio contro quelli che la repubblica sovvertivano; al di là del quale sovvertimento egli non potea preveder nulla, egli strettamente romano, e quindi incapace di presentire l'azione di genti nuove e d'una nuova fede. Perduta la lite a Farsaglia, che più rimanevagli? Trascinar in lungo una guerra che sempre avea deplorata, e di cui sentiva ineluttabile la perdita? transigere sull'indomito patriotismo, e accettando la clemenza di Cesare, mettersi con quelli che nel sacrario della patria accomunavano Orientali e Galli; che promettevano al popolo giustizia, quiete e pane invece di libertà? Altra uscita gli additavano i filosofi stoici, alle cui dottrine s'era temprato, e che ripeteano, — Quando la vita è di peso, muori». Vero è che alcuni insegnavano non doversi disertare il posto ove Dio ci collocò, senza ordine di lui: ma ordine pareva una disgrazia, specialmente pubblica, o l'impossibilità di trovare una sfuggita decorosa.

Di queste massime disputava Catone con filosofi, dei quali un branco avea sempre seco; e dopo il bagno e una lieta cena, passò con loro la sera dibattendo teoremi stoici, e principalmente questo, — Non esser liberi che i virtuosi; i malvagi essere tutti schiavi»; poi ritiratosi lesse il dialogo di Platone sull'immortalità dell'anima, chiese la spada, e poichè un servo, accortosi del suo disegno, tardava a recargliela, lo schiaffeggiò di modo che si ferì la mano. Rimandò i figliuoli e gli amici che s'ingegnavano a dissuaderlo, e ai filosofi disse: — Muterò risoluzione, quando voi mi dimostriate che non sarebbe indegno di me il chieder la vita al mio avversario». Que' gran filosofi nol seppero, onde gli fu mandata la spada: esaminandola esclamò, — Ora mi sento padrone di me»; dormì tranquillo, e al cantar dei galli si trafisse. Era dispetto d'orgoglio mortificato; era disperazione dell'avvenire; e la virtù del gran savio riusciva ad un intempestivo abbandono del posto, nel quale sarebbe stato coraggio d'uomo e dovere di cittadino il sostenersi.

Gli Uticesi e quanti il conobbero lo piansero come il solo Romano ancora libero; Cesare esclamò, — M'ha invidiato la gloria di conservargli la vita»; pure allorchè Cicerone ne scrisse un panegirico, gli oppose l' Anti-Catone, mettendone in chiaro i difetti e le intempestive virtù. In realtà Cesare aveva le doti moderne, Catone le antiquate; quegli aspirava al voto de' contemporanei e de' posteri, l'altro proponeasi una virtù ideale, e può dirsi perisse con lui la stirpe degli antichi repubblicani: onde la causa soccombente pretese tutto per sè l'onore di questo martire, oppose il voto di lui a quello del destino[163], e lo divinizzò qual simbolo dell'odio contro Cesare. Il quale, ridotte a provincia la Numidia e la Mauritania (46 — giugno), vi lasciò proconsole Crispo Sallustio storico, cui così apriva la strada di rientrar nel senato, donde era stato escluso.

Non erano però ancora spenti i nemici di Cesare. Cecilio Basso, cavaliere romano, ritirato a Tiro sotto velo di traffici, rannodò i Pompejani, e ben presto si trovò in grado di venir a battaglia con Sesto Cesare governatore della Siria, indusse l'esercito di questo ad assassinarlo e seguir lui, e chiamando in ajuto Arabi e Parti, si sostenne fino alla morte del dittatore. In Ispagna i due figli di Pompeo, battendo la campagna, aveano confinato i Cesariani entro le fortezze; finchè il dittatore, venutovi in persona, gli affrontò nel piano di Munda presso Còrdova (45 — marzo). I così detti repubblicani con disperata risoluzione avventandosi, sulle prime ebbero tale vantaggio, che Cesare fu sul punto d'uccidersi; ma ripreso coraggio, gridando a' soldati suoi, — Non vi vergognate d'abbandonare il vostro capitano a codesti ragazzi?» precipitossi fra i combattenti, e rintegrata la pugna, e combattuto dal levare al tramonto del sole, riuscì vincitore, uccidendo trentamila nemici e tremila cavalieri. Gneo Pompeo fu morto, e la sua flotta distrutta; Sesto, suo fratello minore, andò a nascondersi fra i Celtiberi: e Cesare ebbe finita in sette mesi una guerra difficilissima.

Venne accolto a Roma con onori che rendeva abjetti il mancare d'ogni misura; quaranta giorni di ringraziamento agli Dei; egli acclamato dittatore perpetuo, unico censore, tribuno; cresciuti a settantadue i ventiquattro littori di sua guardia, dichiarata sacra la sua persona; nelle assemblee dica pel primo il suo parere; agli spettacoli gli si prepari una sedia curule, che deva rimanere anche dopo la sua morte; non si comincino le corse del circo finchè egli non dia il segnale; quattro cavalli bianchi conducano il suo cocchio, come quello di Camillo vincitore dei Galli; si chiami giulio il mese in cui nacque; accanto a Giove sorga la statua di lui, poggiante sul globo della terra, coll'epigrafe A Cesare semidio.

I grandi onori spesso rivelano grandi paure; a mitigar le quali, Cesare proclamò non rinnoverebbe le stragi di Mario e Silla: — Così avessi potuto non una stilla versare di sangue cittadino! Ora, domi i nemici, deporrò la spada, intento a guadagnare colle buone coloro che persistono a odiarmi. Serberò gli eserciti non tanto per difesa mia, quanto per la repubblica; a mantenerli basteranno le ricchezze che d'Africa portai; anzi con queste potrò dare ogn'anno al popolo ducentomila misure di frumento e tre milioni di misure d'olio».

I padri e il popolo rassicurati gli decretarono quattro trionfi nel mese stesso, de' Galli, dell'Egitto, di Farnace, di Giuba. Nel primo si ostentarono i nomi di trecento popoli e ottocento città, ed essendosi spezzato l'asse del suo carro trionfale, fece venire quaranta elefanti, carichi di lanterne di cristallo che illuminarono la ritardata processione. Al tempio del Campidoglio salì a ginocchi, e vedendo la statua erettagli accanto a Giove, volle abraso il titolo di semidio. Non meno pomposi furono i tre seguenti trionfi; ma nell'ultimo spiacque il veder figurare le statue di Scipione, Catone e Petrejo. Sessantacinquemila talenti (360 milioni) si valutarono i vasi d'oro e d'argento allora portati, oltre duemila ottocentoventidue corone donate dalle varie città, pesanti ventimila libbre, cioè del valore di due milioni e mezzo; col cui ritratto pagò e donò lautamente. Come ogni vincitore di rivoluzione, dovea riconoscere due sovrani, il popolo e i soldati. Questi tenne nei limiti, e li distribuì fra le popolazioni, ma soltanto su terre abbandonate, affine di mescolarli coi borghesi, dando inoltre ventimila sesterzj a ciascun soldato, il doppio a ciascun centurione e cavaliere. Ogni cittadino ebbe dieci misure di grano, dieci libbre d'olio e quattrocento sesterzj: e ventiduemila tavole da tre letti accolsero centonovantottomila convitati a bere il vino di Scio e di Falerno, e gustare ogni squisitezza.

Pompeo, conoscendo le inclinazioni del popolo cui voleva dominare, gli aveva preparato il circo più ampio che mai, largo trecento e lungo settecento metri, sicchè potessero sedervi ducencinquantamila spettatori; un corso d'acque ricreava la vista e proteggeva dalle belve gli astanti, difesi anche da ferreo cancello. Quivi Cesare esibì duemila gladiatori, finte zuffe terrestri e navali, danze pirriche menate dai principi d'Asia, il giuoco trojano dai nobili giovani romani, corse di cocchi, atleti, combattimenti d'elefanti e d'altre fiere, tra cui una giraffa, la prima che si vedesse; neppure sacrifizj umani mancarono, se Dione è veritiero; e tanta accorse la folla, che molti dovettero pernottare alla serena, alcuni rimasero schiacciati. La gente nuova, interessata alle fortune di lui, freneticava nel festeggiarlo; sta bene: ma a gara con essa senatori e cavalieri, degeneri avanzi del sangue latino, compiacevansi di dare se medesimi spettacolo nell'arena sanguinosa, in cui si celebravano le esequie del mondo antico.

Vi comparvero anche i famosi mimi Publio Siro e Giunio Laberio. Il primo, condotto schiavo e acquistata la libertà coll'ingegno, compose commedie, di cui ci sopravanzano solo alcune nobili sentenze; e in quell'occasione, sfidati i poeti drammatici e gli attori, tutti li vinse. A Laberio, ch'era stato espunto dai cavalieri quando salì sulla scena, in premio delle commedie presentate Cesare restituì l'anello d'oro con centomila lire. Venendo pertanto onde pigliar posto sulle banchette distinte, e passando accanto di Cicerone seduto fra i senatori, questi gli disse: — Ti farei posto se non mi trovassi anch'io così stivato», alludendo ai tanti senatori creati da Cesare. Ma Laberio più argutamente gli rispose: — Non mi maraviglio che ti senta allo stretto tu, avvezzo a tenerti su due sedili».