Modernamente un popolo aspirante alla libertà affidava il potere dittatorio a un eroe, che accettandolo diceva: — Non che credermi per tal confidenza sciolto d'ogni obbligo civile, ricorderò sempre che la spada, a cui dobbiamo ricorrere solo nell'ultimo estremo per difesa delle nostre libertà, dev'essere deposta dacchè queste saranno assodate». E dovette adoprarla, e vinse i nemici, e trovò turbolenti i compatrioti per modo che i soldati gli offrivano di lasciarsi portare al poter supremo; ma egli rispose: — Meraviglia e dolore mi fa tale proposta. Nel corso della guerra nulla m'afflisse tanto come il sapere che simili idee circolavano per l'esercito. Cerco invano qual cosa nella mia condotta abbia potuto incoraggiare un tal concetto, che io devo guardar con orrore e condannare severamente». Questo personaggio si chiamava Washington all'età de' nostri padri, Bolivar alla nostra: ma Cesare era altr'uomo, altri i tempi, e dopo mezzo secolo di continue commozioni, dove tutti erano tormentatori o tormentati, dove il mare dai corsari, la terra veniva conturbata da poveraglia disposta a seguire Clodio o Catilina, Spartaco o Sertorio, tutti credevano che il dominio d'un solo fosse una necessità, fosse l'unico mezzo di rendere al mondo la pace interna e la sicurezza della vita civile, primo ed essenziale scopo della sociale convivenza.
Cesare, arbitro della repubblica, ne rispettò le forme. Privo di figliuoli, e sapendo aborrito ai Romani il nome di re, non pensò istituire una dinastia; ma neppur mai ebbe l'idea di ripristinare la repubblica, come Silla; e vuolsi tenerlo come il vero fondatore dell'impero, già in lui il nome d'imperatore non avendo più il consueto significato di generale trionfante, ma essendo titolo di suprema autorità.
Conoscendo come il prorogato comando avesse a lui agevolato il giungere all'autorità suprema, vietò che nessun pretore potesse durare in governo più di un anno, più di due un uom consolare. Tenendosi abbastanza sicuro perchè vedevasi necessario alla pace universale, perdonò satire, maldicenze, trame, inveterate nimicizie, fece rialzare le statue di Pompeo e di Silla abbattute nel primo furore, girava senza guardie e senza corazza per la soggiogata città.
E si applicò tutto alla politica, alla morale riparatrice. Come censore, fa la numerazione del popolo; rende a Roma i tanti spatriati, ma diminuisce l'affluenza dei foresi col ridurre da trecentoventimila a cencinquantamila quei ch'erano pasciuti dal pubblico; modera il lusso, ma le leggi suntuarie lo costringono ad empiere i mercati di spie, e tenere magistrati di polizia che talvolta entrano nelle case de' ricchi all'ora del pranzo, levandone gli esorbitanti apparecchi. Aumenta i magistrati inferiori; limita il potere giudiziario dei senatori e cavalieri, sicchè minore sia la venalità; sparge ottantamila poveri in colonie oltre mare; pel primo dà pubblicità agli atti giornali del senato e del popolo. Come pontefice massimo, scoperto il disordine del calendario, chiama d'Egitto l'astronomo Sosigene, col cui ajuto lo riforma, e così toglie all'aristocrazia il pretesto di sospendere gli affari coll'allegazione incerta de' giorni festivi e nefasti.
Fra le leggi riordinatrici che pubblicò, ricordiamo quelle majestatis contro l'alto tradimento, de repetundis contro le malversazioni e rapine de' proconsoli, de residuis contro i contabili inesatti, de vi publica et privata contro le violenze, de peculatu che colpiva pure i sacrileghi. Anzi meditava riformare il diritto, e ridurre in poche e precise le moltiplici leggi romane, compilazione che sarebbe stata ben più preziosa che non quella di Giustiniano; ergere una biblioteca nazionale come v'era stata a Pergamo e ad Alessandria, diretta dall'eruditissimo Varrone; un tempio in mezzo al campo Marzio, un anfiteatro a' piedi della rôcca Tarpea, una curia sufficiente ai rappresentanti di tutto il mondo; al Tevere scaverebbe un nuovo letto dal Ponte Milvio sin a Circeo e ad Ostia, dove un porto capacissimo ed arsenali; disseccherebbe le paludi Pontine, aprirebbe una via dal mar superiore fin al Tevere, formerebbe la mappa dell'impero; Capua, Corinto, Cartagine, le maggiori città di commercio, risorgerebbero per mano romana dalle romane ruine; per l'istmo di Corinto tagliato si congiungerebbero i mari; poi con grossa guerra vendicato Crasso sui formidabili Parti, tornerebbe pel Caucaso, per gli Sciti, pei Daci, pei Germani; sicchè l'impero, dilatatosi su tutti i popoli inciviliti, nulla avesse più a temere da Barbari.
Era stato ajutato da tutto il mondo, a tutto dovea Cesare mostrarsi riconoscente col riceverlo in città. Grand'uomo, cattivo romano, distruttore del passato, iniziator dell'avvenire, egli personifica l'espansione umanitaria in contrapposto all'esclusività patrizia; e se la politica romana fin allora aveva atteso ad assorbire le genti, egli le volle assimilare. I generali conquistatori curvavano i paesi vinti all'obbedienza di Roma sottraendone il denaro e la forza, pur lasciandone le istituzioni, non per moderatezza, ma per più sicuramente smungerle, fiaccarle, annichilirle: Cesare, mutato sistema, dice a tutte le nazioni, — Eccovi aperta Roma; venite a sedere nell'anfiteatro, nel fôro, nella curia», e sulle svigorite stirpi dell'Asia e dell'Italia innesta le nuove de' Galli e degli Ispani. Al rompersi della guerra civile, conferì la cittadinanza a quanti Galli stanziavano fra l'Alpi e il Po, effettuando così quel ch'era costato la vita ai Gracchi: dappoi la estese ai medici e professori d'arti e scienze che venissero esercitarle a Roma. Mentre così Roma perdeva la nazionalità col dilatarla, i popoli s'avvezzavano a considerare l'Italia come capo del mondo, sospendendo con ciò le guerre alimentate quinci dall'ambizione e dall'avarizia, quindi dal patriotismo.
Per risanguare quest'Italia sguarnita di popolazione e di piccoli possessori, Cesare incoraggiò i matrimonj; e conoscendo il danno del rimaner lontani i proprietarj, proibì di restarne fuori più d'un triennio a chi avesse più di vent'anni e meno di quaranta, eccetto i soldati; i ricchi prendessero almeno il terzo dei pastori fra gli uomini liberi; i veterani non potessero vendere il loro fondo se non dopo posseduto vent'anni. Crebbe a mille i senatori, aggregandovi le persone più notevoli delle provincie, e principalmente delle Gallie, molti centurioni e fin semplici soldati e liberti, massime tra i vincitori della pugna farsalica. Tra gli atti di Cesare fu questo che più offese gli aristocratici; giacchè il senato cessava d'essere un corpo patrizio, unico rappresentante e conservatore del diritto quiritario, e convertivasi in un'assemblea di notabili, che potrebbe divenire rappresentanza di tutto lo Stato, su piede d'uguaglianza[164]. Coloro che vedevano nel patriziato la salvaguardia delle tradizioni romane, e idolatravano la patria, cioè la tirannide di essa su tutte le provincie, la signoria dei nobili sovra i plebei, dovevano esecrarlo del pareggiar questi a quelli, ed aprir Roma a tutte le nazioni, cioè distruggerla[165]. Noi che osserviamo la causa dell'umanità, che deploriamo una plebe conculcata a talento da una classe, e l'uman genere usufruttato a favore di una città sola, altro giudizio porteremo di Cesare e di coloro che, per intempestive reminiscenze, troncarono tanti divisamenti, e precipitarono il mondo in nuovi disastri.
Perocchè coloro di cui avea ferito gl'interessi o i sentimenti, non sapeano le sue provvidenze attribuire se non alla smania di farsi de' partigiani. Malgrado le assicurazioni, cianciavasi d'imminenti liste di proscrizione; poi, profittando dell'odio contro il nome di re, diceasi ch'egli lo agognasse, e — Non vedete (ripeteano) come la sedia e la corona d'alloro accettò dopo vinta la Spagna? come la statua sua lasciò collocare fra Tarquinio e Bruto?»
Nelle feste Lupercali, tramandate dall'antico Lazio, i giovani patrizi e alcuni magistrati correano seminudi per la città, battendo con coregge chiunque scontrassero; e le dame ambivano que' colpi, credendo agevolassero i parti. Mentre una volta Cesare vi assisteva, Marc'Antonio affocato dalla corsa gli si gettò ai piedi, offrendogli un diadema intrecciato coll'alloro. Alcuni, forse ad arte disposti, applaudirono: ma quando Cesare fece atto di ricusare quella regia insegna, la moltitudine proruppe in esultante approvazione, e più quando disse: — Re de' Romani non può esser che Giove; a quello si rechi la corona in Campidoglio». Il domani, tutte le statue di Cesare si trovarono inghirlandate di fiori: ma Flavio e Marcello tribuni del popolo ne li tolsero, e punirono quelli che aveano applaudito all'atto di Antonio. Cesare indispettito li cassò della carica.
Abbia egli dunque il potere più assoluto, ma non il nome di re. Sprezzando que' senatori, o inabili custodi del passato, o ciurma nuova da lui introdotta, faceva egli stesso i decreti e li firmava co' nomi de' primarj, senza tampoco consultarli[166]. Un giorno che i magistrati curuli vennero ad annunziargli non so che nuovo onore e privilegio decretatogli, egli nè tampoco si levò da sedere: il qual segno di sprezzo ferì più che non l'oppressione. I Romani all'antica si lagnavano di vedersi sminuita la dignità personale, l'importanza politica, tutti i fregi della vita[167]: Cicerone gemeva che, mentre dianzi stava al timone, allora si trovasse confinato nella sentina, e di non ottenere una mezza libertà se non eclissandosi e tacendo[168]. Non meno poi de' nemici a Cesare contrariavano gli amici, di cui avea deluse le ingorde aspettative, o frenata l'irrequietudine facinorosa coll'impedire che facessero da tirannelli e col garantire le proprietà, che allora soltanto poterono dirsi assicurate ai possessori. E nella storia degli affetti umani merita osservazione che il debole Pompeo eccitò passionata devozione in molti, in Bruto, in Catone, in Cicerone stesso; mentre Cesare non era amato nè tampoco da quelli che tutto faceano per lui, a lui tutto doveano. Ma egli metteva il freno a due tirannie, la passata degli oligarchi e la futura dell'impero: e l'uomo della resistenza strappa l'ammirazione riflessiva, non l'entusiasmo di chi presta fede alle panacee politiche.