Però quanta sapienza politica in quell'elevare poco a poco e in vario grado i vinti sin alla condizione dei vincitori! Ma dopo presa Cartagine, le conquiste s'incalzarono così, che a Roma non rimase tempo di sistemarle con regolarità. Ne deteriorava la giustizia pubblica, e in conseguenza la privata; esternamente nemici di tutto l'uman genere come romani, dentro uomini d'una classe e d'un partito, drizzavano ogni arte al trionfo di quello, senza far mente ad interessi o a diritti altrui. A tanto impero poteva ella bastare una base angusta come il municipio di Roma? e il concetto d'assimilare i sudditi in una vasta amministrazione centrale, non come privilegio di pochi ma come diritto di tutti, non entrava in quegli assoluti patrioti. Pertanto le provincie non erano rappresentate da deputati come oggi si farebbe, ma si abbandonavano agli arbitrj proconsolari ed all'altalena dei partiti; intanto che i maggiori savj di Stato si preoccupavano soltanto di Roma, o tutt'al più dell'Italia.

È natura d'ogni società limitata l'andarsi diminuendo; e così fu della primitiva stirpe italiana. Inoltre le baruffe intestine contribuirono a consumarla; trecento cittadini perirono nel tumulto di Tiberio Gracco, tremila in quel del fratello; trecentomila nella guerra Sociale, più disastrosa che non quelle d'Annibale e di Pirro; venne poi Mario, venne Spartaco; sessantamila Teutoni ed Ambroni, fatti prigionieri alla giornata di Aix, furono condotti come schiavi per riempire i vuoti lasciati dalla guerra Servile; peggio andò nelle Civili, dove i vinti non potendo ridarsi schiavi, non si pensava a salvarli dal ferro. Silla, fatti scannare dodicimila Prenestini, distrutta Norba, colle confische e colle proscrizioni cacciati gli uni dalla vita, gli altri dalla patria, dovette risanguar Roma col nominare cittadini diecimila schiavi de' proscritti. Col distribuire poi i beni confiscati fra le ventitre legioni fedeli, ai mali della guerra aggiunse quei della vittoria, empiendo il bel paese di veterani, Asiatici, Iberi, Galli, che agli abitatori della Cisalpina, dell'Etruria, del Sannio diceano, «Andatevene dalle case, dai tempj, dai sepolcri: il camperello che nutrì la vostra famiglia è nostro»[173].

Non si trattava dunque più di rimpastare l'agro pubblico, affinchè, invece di concentrarsi in pochi possessori, fosse compartito fra que' molti che lo metterebbero a coltura: bensì attentavasi ai patrimonj con una spropriazione violenta; il cancellare i debiti equivaleva ad un fallimento legale; colla proscrizione si assassinava il possidente, operando coi cittadini non altrimenti da quel che già soleasi coi conquistati. Per tal modo si cangiavano i possessori, non la natura dei possessi; non si rinnovava il lavoro; non restava migliorata la condizione della poveraglia col farla industre; anzi questa ambiva nuove sommosse e proscrizioni, nelle quali ripromettevasi guadagno. Fra l'ingiustizia commessa e la sperata mancava ogni sicurezza alle proprietà; sicchè negligevasi la coltivazione, e come essa pervertivansi i costumi.

Gli spossessati correvano a Roma a domandar del pane. Il veterano, trovandosi arricchito senz'industria, sprecava senza economia; avvezzo a vent'anni di prescritto celibato, all'imprevidenza soldatesca e a scialacquare i donativi e il saccheggio, tuffavasi nei godimenti; a breve andare ipotecava il fondo, la casa, gli attrezzi, e amando meglio menar le mani al teatro che all'aratro, nudo come prima e più di prima vizioso, tornava a Roma a saziar la brama di pane, di tumulti, di giuochi, di donativi. E i tanti ch'erano periti in guerra? e i tanti menati fuori in colonia? e i tanti che andavano a cercar fortuna pel mondo, tutto aperto ai dilapidamenti o alle speculazioni?

Roma dunque, che succhiava il sangue di tutta la penisola, non potè conservare l'immensa sua popolazione, e sotto Cesare si numerarono quattrocento cinquantamila Romani dai diciassette ai sessant'anni, e un milione ottocentomila liberi in quell'Italia, dove Polibio fra la prima e la seconda guerra punica n'avea contato tre milioni e mezzo oltre gli schiavi, e settecento cinquanta capaci dell'armi. Tito Livio, panegirista irremissibile di Roma, asserisce che «dieci legioni non sarebbe possibile levare allo stormo d'una subita invasione, neppur raccogliendo tutti i nostri mezzi: tant'è vero che le ricchezze e il lusso ingrandirono, non la nostra potenza».

Polibio avea veduto feracissima l'Italia, e quindici a venti semenze rispondeva il territorio di Roma, che pur non è dei più ubertosi: laonde ogni cosa aveasi a buon mercato, e molto grano si mandava fuori, moltissimo bestiame si educava, e i censori appuntavano quello il cui campo fosse coltivato peggio del vicino[174]. Ma al tempo di Cicerone e di Varrone appena i campi rendevano otto o dieci sementi: «i sette jugeri distribuiti secondo la legge di Licinio (dice Columella) fruttavano più anticamente, che non ora gli estesissimi tenimenti cui i padroni non possono girare che a cavallo, e che lasciansi calpestare dagli armenti, devastar dalle fiere, esercitati soltanto da bande di schiavi in catene o da cittadini ridotti servi per debiti. Qual meraviglia se trattano la terra da manigoldi? V'ha scuole per retori, geometri, musicanti, per arti più vili come il cuoco e il parrucchiere, non per l'agricoltura: eppure nel Lazio stesso non si eviterebbe la fame se non si cercasse il grano d'oltremare, il vino dalle Cicladi, dalla Betica, dalla Gallia».

In fatto, sotto Cesare ed Augusto, dall'Egitto e dall'Africa si portavano in Italia sessanta milioni di moggia di frumento, cioè ottocentodieci milioni di libbre di marco; e Cesare si vantò poter trarre dall'Africa trecentomila medimni d'olio in peso, e altrettanti di frumento in misura. Se dunque i pirati o le guerre interrompessero le comunicazioni, ecco la penisola affamare, come chi è costretto pascersi coll'altrui mano.

Della classe media sono proprie l'economia e l'antiveggenza; e il desiderio di conservare e migliorare la propria condizione vi seconda quel progressivo ascendere, che anima la vita e produce i miglioramenti della nostra società, nutre le virtù domestiche, lo spirito d'associazione, il sentimento dell'eguaglianza, che è base della giustizia. Or questa classe presso i Romani non potea formarsi, perchè le leggi affiggeano l'infamia all'esercizio di qualunque mestiero; ai senatori era espressamente interdetto ogni traffico, e delitto il far fabbricare un vascello: precauzione creduta necessaria affinchè non soperchiassero i piccoli negozianti, come aveano soperchiato i piccoli proprietarj. Scambiandosi dunque per ricchezza il segno della ricchezza, si consumava senza riprodurre; colavano a Roma l'oro e l'argento dalle vinte nazioni; gli abitanti erano esenti da capitazione, da tassa prediale, da dogane, da dazj di entrata, eppure scemavan di numero, crescevano di miseria. Le provincie, al contrario, cariche di tributi, di requisizioni, di gabelle, tiranneggiate dai proconsoli, si sostenevano perchè i pregiudizi non allontanavano dal commercio e dall'industria, e la professione mercantile attribuiva l'egualità, e talvolta la preminenza politica.

E a prendere per esempio una gente, tanto benemerita della civiltà, la stirpe jonica conservava il sentimento democratico e l'abilità finanziera; escludeva quell'aristocrazia che le città doriche avea dirette unicamente alla guerra; onorava il commercio, riceveva tutti, a tutti comunicava i diritti: laonde Cicerone s'indignava di veder a Tralle o a Pergamo il calzolajo, l'artigiano prender parte alle pubbliche deliberazioni; ma le ammirava di saper fare senza tesori nè ingenti possessi, ajutandosi colle imposte e coi prestiti[175]. Ricchissime erano, malgrado le guerre e le spogliazioni, e l'industria in grande vi si esercitava; e pannilani di Mileto, ferri cesellati di Cibìra, tappeti di Laodicea, vin di Lesbo e di Scio, offrivano lucrose asportazioni a Delo, a Rodi, a Cizico: le industrie, le arti belle, le fabbriche, le feste, il culto solenne degli Dei non meno che degli eroi e di Omero, consolavano della perdita dell'indipendenza.

Mettetevi a riscontro i lamenti degl'Italiani al tempo di Catilina. «Gli Dei e gli uomini (diceano) ci sono testimoni che non vogliam mettere a pericolo la patria e i concittadini, ma solo proteggere le nostre persone. Miserabili, il rigore e la violenza de' creditori ci tolse a quasi tutti la patria, a tutti il credito e la sostanza. Ci si ricusa perfino il benefizio delle antiche leggi, non permettendoci di salvar la libertà col rassegnare i beni. L'antico senato ebbe spesso compassione della plebe, e coi decreti rimediò alla pubblica miseria: anche ai dì nostri si liberarono i patrimonj eccessivamente gravati, e per avviso di tutti gli uomini dabbene fu permesso pagar in rame ciò che si doveva in argento[176]. Spesso anche la plebe, spinta da ambiziose voglie, o provocata dall'arroganza de' magistrati, si separò dal senato. Ma noi non domandiamo nè potenza, nè ricchezze, cagioni solite di conflitto tra i mortali; domandiam solo la libertà, che un uomo onesto non consente di perdere se non colla vita. Vi supplichiamo di por mente alla miseria de' concittadini; rendeteci la protezione della legge; non ci riducete alla necessità di cercare una morte qualunque, che però non sarà senza vendetta».