Potrebbe per avventura additarsi qualche popolo moderno, diviso tra pochi gran ricchi e un'infinità di miserabili. Ma quella che si compassiona o si esalta col titolo di poveraglia, oggi è l'infima classe lavorante ed oscura: nell'antichità invece, il luogo di questa era occupato da schiavi, roba del padrone e dal padrone mantenuti; i patrizj erano gente che aveva una volta principato, i ricchi un'aristocrazia nuova che voleva deprimerli, mentre plebe chiamavansi uomini liberi e privilegiati nell'ordine civile, che formavano un partito formidabile per numero, per le abitudini guerresche, per la potenza dell'accordo e della legalità. Erano dunque bastevoli a sostenere una lotta; e i poveri, soccombenti coi Gracchi, trionfarono nelle proscrizioni, quando i beni tolti ai prischi possessori vennero distribuiti, non già per ottenere, come davasi voce, un'equa partizione, ma per ricompensare chi aveva ajutato le vittorie dei triumviri.

Per verità Silla avea voluto favorire i piccoli possidenti, e ripristinare la classe agricola; ma riuscì invece a strarricchire i ricchi, mediante le sue tavole, quando uno occupava i fondi del vicino col farlo proscrivere, o comprava quei del vizioso veterano. Dopo d'allora le leggi agrarie, come quella di Rullo, più non ebbero serietà, e la plebe urbana le disamava, non volendo nè andar in colonia, nè che si distribuissero i terreni, da cui traevasi di che farle i donativi.

Invece dunque de' possessori laboriosi, che le leggi agrarie avrebbero voluto moltiplicare, dovettero crescere a dismisura i poveri, proprietarj spogliati, liberi lavoratori oppressi dalla concorrenza di vaste manifatture servili, debitori rifiniti dalle usure, insomma tutti que' plebei che coll'ingegno o col valore non giungessero a collocarsi in quell'aristocrazia di denaro ch'erasi surrogata all'aristocrazia di stirpe, e che chiamavasi ordine equestre. Marco Filippo, nel presentare una legge agraria, asserì che in Roma non duemila cittadini possedevano patrimonio[177].

Ma colà erasi rifuggita tutta la libertà; colà frequenti largizioni ora de' vincitori, ora dei demagoghi; colà spettacoli; colà da guadagnare patrocinando qualche provinciale, vendendo i voti ne' comizj, la falsa testimonianza ne' giudizj, le grida e il braccio sulle piazze; colà lo spossessato potea reclamare, il fallito tenersi sicuro dai creditori, il reo dall'accusatore; il retore aprire scuola, il filosofo dissertare e far ridere, il mago gittar sorti e astrologare: talchè la feccia d'Italia affluiva a Roma, vi speculava su quella gran ciurmeria che chiamasi il voto universale, e trecentomila persone robuste vi ricevevano quella che oggi chiamiamo carità legale, consumando cioè senza produrre, e terribili qualvolta alcuno sapesse ispirarvi paura di fame.

Stivati nella fangosa Suburra, nel quartiere delle Carene, ne' tugurj che il Tevere porta via ad ogni dilagamento, entro camere sovrapposte a sette, otto piani, senza sole nè aria, il malarnese, il tagliaborse, la meretrice, il grammatico senza denaro, il greculo ciarliero, il fanciullo projetto vi covavano ogni peggior corruzione, e ne sbucavano per mendicare o malamente buscarsi due assi, mediante i quali intanarsi nelle popine a rosicchiare un pan plebeo, la polenta[178], teste di montone. I meno fecciosi logorano il giorno a salutare e corteggiare il patrono, accattarsi la sportula ne' vestiboli de' palazzi, poi ascoltare le dispute nel fôro, applaudendo agli arrotondati periodi o agli adulatorj motti d'un oratore; o a fischiarlo se avventura qualche verità sgradita dai padroni di quel giorno, o qualche parola meno pretta, qualche periodo disarmonico; o trastullarsi alle celie d'un buffone o d'un filosofo; poi assistere alle rassegne nel campo Marzio, o farvi alla palla e alle piastrelle; rinfrescarsi ne' bagni, intepidirsi ne' sudarj, ustolare alla macelleria de' sacrifizj e alla leccornia delle cene sacerdotali.

Poveri, scioperi, infingardi; eppure si soleggiano sotto porticali corintj, sedono in basiliche marmoree, lavansi in terme di marmo, oziano decorosamente, mentre milioni di vinti esercitano per loro le glebe della Sicilia e dell'Egitto. Agrippa schiuderà censessanta bagni, e barberie che per un anno radano gratuitamente il dabben popolo; il nuovo edile o un trionfatore o un demagogo gli preparano fiere dell'Africa, giraffe del deserto, ballerine di Cadice, gladiatori della Germania, reziarj della Gallia, filosofi della Grecia, e gli mandano doppia porzione di grano.

In conseguenza il lusso non era ricambio di lavori e di ricchezze fra la classe operaja e l'opulenta, come oggi. Davanti alle lautezze forestiere l'antica parsimonia era scomparsa, e le ricchezze si cercavano per altre vie che le odierne, voleansi godere con altra avidità. Dell'insaziabile avarizia abbastanza esempj ci ricorsero; le provincie si sollevavano contro i latrocinj de' proconsoli; il Parto facea colar dell'oro in bocca del Romano, dicendo: — Bevi di quel che sempre sitisti». Allo spirito speculativo non bastava neppure quel sì rapido incremento di territorj, di schiavi, di clienti, di giojelli, d'ogni sorta lusso; ma ad enorme interesse accattavasi denaro per comprar un comando o un governo, dove si sapea d'aver aperte miniere d'oro; sicchè, la speculazione riuscisse o no, l'usurajo accumulava fortune principesche in tranquilla sicurezza. Bruto, di severa virtù, prestava ai re d'Oriente e ai paesi sudditi di Roma al quarantatre per cento, valendosi del nome di un tale Scapzio, il quale colle crudeltà sorreggeva l'usura; ottenne un grosso di cavalleria per costringere i magistrati di Salamina a pagargli un enorme debito; e protestando essi di non vederne via, li tenne chiusi tanto che molti perirono di fame. Cicerone succedutogli nel governo, frenò queste atrocità: eppure Bruto interpose Attico per avere da quello una banda di cavalieri onde rinnovare la scena; anzi gliene scrisse egli medesimo abbastanza arrogantemente, senza dissimulare che interessi e capitale erano suoi, non di Scapzio[179]. Cicerone si gloria di non avere, nella sua provincia, autorizzato di là dall'un per cento al mese, e in fin d'anno cumulare l'interesse al capitale.

Siffatte non pareano nequizie perchè si esercitavano sopra stranieri, sopra vinti. Or che farebbero magistrati come Verre, Dolabella, Gabinio? A Marc'Antonio dall'Asia furono pagati ducentomila talenti, vale a dire 1342 milioni di lire! A Sesto Pompeo pei beni guastatigli i triumviri concessero l'indennità di quindici milioni e mezzo di denari, che sarebbero oggi dodici milioni e mezzo di lire.

Questi impinguati prendeano il farnetico d'imitare gli Orientali, non nel sentimento del bello, ma nel lusso e nelle sensualità. Schiavi, agi, splendidezze mai non credeano bastanti; e si procedè di passo così precipitato, che la casa di Lepido, tenuta per la più bella di Roma al suo tempo, trent'anni appresso meritava appena il centesimo posto. Giulio Cesare murò splendidissimamente: Namurro suo ingegnere, dilapidate le Gallie, fu il primo che fabbricò palagi, tutti rivestiti di marmo: quindici milioni di sesterzj valse quello di Clodio.

Torme di schiavi v'attendevano a diversi uffizj, non dovendo bisognare cosa che colà entro non si avesse (pag. 4 e seg.); colà partite di mimi e di gladiatori; libraj che ricopiavano, e grammatici che correggevano libri; colà cantine fornite al par di magazzini, colà granaj sufficienti ad un villaggio[180]. Aggiungi gli ospiti che talvolta fin a mille albergavano in una sola casa; aggiungi i parasiti, fedeli come le mosche a chi dava desinare: aggiungi la folla de' clienti, che a giorno non ben chiaro[181] viene a chieder nuove del patrono, e affrontando la verga del portinajo e le repulse del cameriere, arriva alla stanza del dormiglioso signore, e se gli proferisce, e va superba d'ottenerne uno sbadigliante sorriso, poi un rocchio di salsiccia nella sportula, o la generosità di venticinque soldi.