Gli amici sono un'altra specie di schiavi. Il ricco appena li degna d'uno sguardo allorchè ne attraversa la folla nell'atrio: esce? li fa camminare presso la lettiga, nella quale o trionfalmente scorre la città, o passa alla campagna: va in magistratura? l'accompagnano molte miglia: fa visite o prende un bagno? aspettano sul lastrico: se per fasto o divertimento li convita, sederanno su sgabelli più bassi del suo letto, serviti di pane e vino inferiore, e uno schiavo spierà se hanno ben applaudito, ben riso, ben mangiato, e meritato così di popolare un'altra volta colla lor bocca i desinari. A tanto umiliavasi un uomo in libera città.

Quai servili ossequj i magistrati ricevessero nelle provincia, lo dica la storia di Catone. Visitò l'Asia modestamente, accolto senza feste, nè alcuno vi facea mente: se non che una volta ad Antiochia vede uscirgli incontro magistrati, sacerdoti, popolo in gran gala, ond'egli scavalcato procede alla loro volta; ma che? il guidatore della processione gli domanda ove sia Demetrio. Era un liberto di Pompeo, arricchito colle depredazioni, e che aspettavano venisse a farne pompa nella provincia, la quale festeggiava lui e il suo padrone. Se ad un servo se ne faceano di siffatte, si pensi quali a Pompeo, vero signore dell'Asia! Bastò che questi mostrasse favore a Catone, perchè anche le città ammirassero quello cui prima non aveano badato, e processioni d'incontro e feste e banchetti. Dejotaro re di Galazia gli mandò bei regali, ma Catone li ricusò: non comprendendo l'insolito disinteresse, quegli immaginò l'avesse fatto perchè scarsi, e gliene spedì di maggiori; ma Catone non li volle nè per sè nè per gli amici. Eccezione piuttosto unica che singolare.

Chi dagli atrj colonnati delle case, pieni di servi e d'amici, penetrava ne' recessi, dopo che lo schiavo ostiario aveva avvertito di non mettere sulla soglia il piede sinistro prima dell'altro, e il pappagallo o la gazza avevano salutato con parole di fausta ominazione, rimaneva attonito del lusso, non solo più ricercato, ma più costoso; profusi i marmi finissimi del Fasi, di Lesbo, dell'Africa, dorate architravi d'Imetto, oro e avorio intarsiati ne' lacunari; d'ogni parte quadri, affreschi, statue, vasi nolani e corintj, laide nudità; calpestavi musaici, un de' quali oggi basta a vanto d'una galleria. Non dico nulla dei bagni, dei letti, dei conclavi reconditi, disposti artifiziosamente a solleticare l'ottusa voluttà ed appagarla. Sopra una tavola di cedro[182] costatagli ducentomila lire, Cicerone scrive la requisitoria contro Verre che avea rubato ventotto milioni. Il severo Catone possedeva tappeti babilonici per letti da mensa, alcun de' quali fu venduto ottocentomila sesterzj. Qualche proconsole mandò le legioni a raccogliere la lanugine dei cigni, che si vendeva carissimo per gli origlieri. Poi non bastando ornare un palagio, se ne terranno molti ( mutatoria ); e se alcuno dica a Lucullo che la sua casa trovasi mal esposta per l'inverno, — E che? (risponde) mi credi meno assennato delle rondini, che mutano cielo secondo le stagioni?»

In pubblico poi erano portici ove si passeggiava, giocava, recitava versi, ed ove presto entrò gara di magnificenza; talchè in quello d'Augusto, retto da colonne di porfido, si ammiravano le statue delle cinquanta Danaidi; in quelli di Agrippa, di Catulo, d'Ottavio erano deposti i trofei e dipinte le imprese di quei della famiglia.

Che dirò delle ville onde sono affollati i contorni di Roma e le prode del mare partenopeo? Colà convengono i dotti a maturare arringhe, dispute e versi; colà Clodio e Milone ad addestrare le masnade all'assassinio; colà i godenti a raffinare di voluttà e coronarsi di rose mentre la patria perisce. Chiunque per poco sorga dal vulgo, vuol averne più d'una, adornarla di passeggi, di solaj, d'ogni ricreazione: la parte più bella d'Italia n'era seminata così, che «poco terreno restava all'aratro», e per ben situarle non pareva troppo il fondar sul mare, e spianar montagne, e dedurre lontanissime linfe perchè ricreassero i boschetti dell'infecondo platano, del gracile mirto e dell'alloro, zampillassero davanti a gruppi di scalpello greco, o stagnassero ne' bagni voluttuosi e ne' vivaj delle domestiche murene[183].

Dov'è il camperello di Cincinnato e di Regolo? dove l'operoso podere di Catone? Per quelli era gioja il veder lo sciame dei famigli disporsi intorno all'avvivato focolare: ora sotto que' palazzi vaneggiano immense cave, basse, tuffate, ove sulla sera l'aguzzino spinge a frustate gli schiavi e le ancelle, e con ferrei cancelli ve li chiude alla miseria, alla bestemmia, agl'indistinti abbracciamenti, perchè il padrone s'inebbrii sicuro, sicuro s'addormenti sugli origlieri di porpora sidonia.

La mattina si consacrava agli affari, e n'era centro il fôro, colla borsa, la basilica, il tribunale, e notaj, banchi, portici, ove negoziar prestiti, fare e ricever pagamenti, ricambiare novità. A mezzodì si fa dappertutto silenzio, ognuno si ritira nelle case, chiudonsi le botteghe, si dorme di meriggiana, nè più ronza che qualche amante. Alla decima ora ripiglia il rumor dei viventi, e l'attività si concentra al campo Marzio, dove giuochi e corse, poi le terme e i bagni, ne' quali si suona, si canta, si legge, si discorre, mentre i bagnajuoli lavano, fregano, spazzolano, battono i natanti[184].

Senza cene non si compiva atto veruno; i trionfi terminavano col banchetto, col banchetto i sacrifizj; piuttosto cuochi che sacerdoti erano i settemviri epuloni e i Tizj. Chi si mettesse in viaggio dava la cena viatica; al giungere d'un amico imbandivasi la cena adventoria; la capitolina per rendere onore al padre degli Dei; la cereale per ringraziare del prospero ricolto, la libera per celebrare l'affrancazione d'uno schiavo; la funebre in morte di patroni o di parenti. Si lasciava dire al filosofo Selio che buoni sono soltanto i conviti gradevoli ed istruttivi; piaceva l'udir da Varrone che in un banchetto si richiedono persone belle d'aspetto, di grato conversare, non mutole nè ciarliere, nettezza e delicatura di cibi, serenità di tempo: intanto, coricati tre a tre in morbidi letti di prezioso legno, i figli di Curio Dentato beavansi nell'elegante triclinio, ove stoffe filate da ancelle spartane e tinte di doppia porpora, tappeti orientali e portiere e panneggiamenti tratti dai Seri e dai Persiani, impedivano l'aria, la polvere, il contatto del pavimento; e soavità di mille essenze esalanti da vasi d'oro copriva il semplice olezzo delle ghirlande convivali.

Da prima i fichi eran forse l'unico frutto, nè altri fiori che rose, gigli, viole: poi quanta varietà se n'importò! Fin a Catone il Vecchio non si facea divario tra i vini; poi se ne distinsero centonovantadue specie, oltre le varietà, e novantuna erano di famosi, tra cui cinquantaquattro italiani[185], ventisette greci; e Catone dà il consumo di dieci anfore l'anno per testa, cioè ducensettantaquattro litri.

Si volle qualche volta por modo alle spese, e la legge Licinia esigeva ne' pasti ordinarj non oltrepassassero i trenta assi, cioè lire due, centesimi settanta; poteasi usare legumi a volontà, ma non più di trentasei oncie di carne fresca e dodici di salata. La legge Orcia del 185 limitava a cento assi, cioè lire nove, i pasti ordinarj, fuorchè ne' giorni di mercato. Fra la seconda e la terza guerra punica un'altra legge aveva ingiunto non si servisse più d'un pollo, e non ingrassato. Venti anni dopo conquistata la Macedonia, ne' giorni di solennità non doveva un capocasa spendere più di venticinque lire[186]. Inutili ritegni! Traboccò l'oro, e seco la lussuria: sulla mensa triangolare apparivano le più squisite ghiottornie che la natura potesse porgere e il cuoco sibarita artefare: ostriche del lago Lucrino; pavoni che Anfibio Lurcone insegnò ad ingrassare, con tal arte facendosi un provento di sessantamila sesterzj[187], e che compajono cotti e pur vestiti di loro splendide penne; storioni del Po, in gara coi bianchi lupi del Tevere, coi capretti dalmatici e coi cignali dell'Umbria: le sponde del Fasi, le selve di Jonia e di Numidia tributano selvaggine; i seni dell'Adriatico triglie trilibri e rombi d'un secolo; la Siria i datteri, susine l'Egitto, Pompej le pere, Tarante e Venafro le ulive, Tivoli le poma; e talvolta a suon di flauto i servi portano o rarità di lepri marine e di cicogne, o un intero majale pregno d'uccelletti.