Rapide girano allora le capaci tazze, spumanti di vino massico o campano o falerno o delle isole dell'Arcipelago che costava cento denari l'anfora; e lode a chi più bee. Gli epuloni, ombre dei convitati, tengonsi dietro ai loro letti, aspettandone i rilievi, o rassettando le corone che cascano dalle teste ubriache, o reggendoli del braccio allorchè si ritirano al vomitorio per preparare nuovo posto a nuove leccornie. Cantanti e sonatori ricreano i commensali, cui poscia si sostituirono pantomimi e comici e gladiatori, i quali spesso del loro sangue chiazzavano le pruriginose vivande. Tanto la barbarie è frequente compagna della voluttà.
Ben presto si fabbricarono cucine vaste come palagi, celle con trecentomila anfore[188]; impinguansi le murene con carne umana perchè riescano più delicate; s'inaffiano le lattuche col latte; uccelli, preziosi per rarità e per canto, compajono a solleticare, non l'appetito, ma la nauseata fantasia dei Luculli, degli Apicj, dei Crassi; la moglie di quest'ultimo stemprerà ai drudi le perle che il marito rapì alle odalische d'Oriente; si farà gloria all'ammiraglio Ottavio d'aver recati dalla Troade alcuni vascelli di scari, e sparsi lungo le coste della Campania[189]. I nomi meglio sonanti della Roma patrizia si trovano associati alle invenzioni le più stravaganti cui possa spingersi l'immaginazione oziosa: un Gabio, un Celio, un Crasso eransi immortalati per la grazia del danzare; Lucullo, Filippo, Ortensio, non tanto per eloquenza, coraggio, probità, quanto per ricchi vivaj; Scipione Metello consolare e un cavaliere contendevansi il vanto d'aver trovato l'arte d'ingrassar le oche in modo che crescesse moltissimo il fegato; Fulvio Irpino impinguava chiocciole in un suo parco a Tarquinia, tenendo distinte le piccole di Rieti, le grandi d'Illiria, le mezzane d'Africa; Apicio insegnò a cucinare i ghiri, tanto ambiti, che una legge suntuaria del 115 li proibì nei conviti[190]; Irzio spendeva dodici milioni di sesterzj a nutrire i pesci, per la cui abbondanza la sua villa fu venduta dieci milioni dei nostri; Lucullo forò un monte a Baja perchè l'acqua marina entrando nelle sue piscine colla marea ne rinnovasse l'acqua[191]. Marc'Antonio scriverà il panegirico dell'ubriachezza: «I buongustaj gridano meschina la mensa se, quando sei sul più bello d'assaporare un piatto, nol ti vien tolto dinanzi e sostituitone uno meglio copioso e ghiotto; bella creanza reputano la spesa e la sazietà; e insegnano non doversi mangiare intero se non il beccafico; e misero il banchetto quando i volatili non sieno tanti, che i convitati possano satollarsi gustando solo l'estremità delle coscie; e non aver palato chi mangia petto d'uccelli»[192]. La legge fece un ultimo tentativo onde reprimere gli eccessi, e decretò che i pranzi si tenessero ne' vestiboli, esposti alla censura uffiziale: che ne seguì? divenne pompa il violare pubblicamente la prammatica, e meritare la multa.
Il figlio maggiore di esso Antonio dava cena a diversi savj, spassandosi nell'udirli imbarazzar l'uno l'altro con circonvolute argomentazioni. Filota, medico d'Amfrisso, propose questo concetto: — V'è una certa febbre che si vince coll'acqua fredda; chiunque ha la febbre, ha una certa febbre, dunque l'acqua fredda è buona per chiunque ha la febbre». Da così insulso paralogismo non seppero distrigarsi gli oppositori, e Antonio meravigliatone, additò a Filota una credenza di vasellame d'argento, dicendogli — Tutto è tuo». Il medico lo ringraziò come si fa alle celie d'un brillo; ma appena a casa, ecco un uffiziale con servi, portanti l'argento; e schermendosene il medico come di dono eccessivo, l'uffiziale gli soggiunse: — Non sai che il donatore è figlio di quell'Antonio, che potrebbe regalarti altrettanto vasellame d'oro? Bensì io ti consiglierei d'accettarne più presto il valore in contanti, potendovi essere qualche pezzo che, per antichità o finezza di lavoro, fosse prediletto ad Antonio»[193].
I Romani, educati da schiavi che aveano interesse a corromperli, dall'infanzia abbandonati a grossolane voluttà, amarono sempre senza delicatezza, si sposarono senza amore; la famiglia era mentosto un santo e affettuoso consorzio, che un rigore politico; il censore Metello Numidico davanti al popolo diceva: — Se la natura ci fosse stata così benigna da darci la vita senza bisogno di donne, di che grave imbarazzo saremmo sciolti!» e soggiungeva dovere il matrimonio considerarsi come il sacrifizio delle comodità particolari ad un pubblico dovere[194]. Le donne assai meno degli schiavi erano informate degli interessi domestici, nè associate alle fatiche del marito: sì poco educavansi, che la loro rozzezza era considerata virtù, e macchia l'istruirsi: i mariti si mostravano indifferenti sulla loro condotta, nè tampoco vi ebbe un nome la gelosia.
Così neglette, le donne ci porgono tutt'altro che argomento di costumatezza: e per una Cornelia, venerabile madre dei Gracchi, e per l'eccellente Ottavia, sorella d'Augusto e moglie d'Antonio, abbiamo dalla storia una Servilia sposa di Lucullo, espulsa per dissolutezza; Fausta figlia di Silla e moglie di Milone, sorpresa collo storico Sallustio; Catone ripudia una moglie disonesta, cede l'altra per far denaro; Tulliola di Cicerone è sospettata di tresche fin col padre; Muzia moglie di Pompeo, sorella dei due Metelli, scapestrava; Sassia, invaghitasi del genero, lo induce a ripudiar sua figlia, e trascorre fino al parricidio per vivere con esso; Clodio spulzella la propria suora, che poi venuta sposa d'un Metello, vive in lubrica dimestichezza con Celio; poi temendosi da esso avvelenata, lo cita in giudizio, ove si rivelano le sue sozzure, e l'esercizio di nuoto che preparò ne' suoi orti, per eleggere fra l'accorrente gioventù. Antonio menò per Roma trionfalmente sul proprio cocchio Citeride, schiuma di postribolo. Fulvia, nata da quel Flacco che deturpò la causa dei Gracchi, non vuole amori volgari, ma comandare a chi comanda: sposa Clodio, deforme, ma prepotente e facinoroso, e che la piglia per le sue ricchezze: lui assassinato, maritasi in Curione, fastoso dissolutissimo e perpetuo sommovitore della pubblica quiete: morto anche questo, diviene di Antonio, e si fa consigliera e ministra delle costui crudeltà; assiste al supplizio di trecento uffiziali ch'egli fa scannare nella sua tenda; sevisce contro il teschio di Cicerone; lei presente, in casa di Gemello, uomo tribunizio, si dà una cena a Metello console ed ai tribuni, ove si gavazza tra nefandità da lupanare, e si prostituisce il nobile giovinetto Saturnino[195].
Di buon'ora i satirici tolsero a bersaglio la femminile scostumatezza, ed Ennio già proverbia le donne, maestre negli artifizj del piacere e del tener a bada molti amanti[196]; le quali arti poi ci sono atteggiate dai poeti erotici. La notte impastavansi la faccia con mollica di pane, imbevuta in latte di giumenta. Su, voi schiave cosmete, durate lunghe ore a sbiancare, imbellettare, lisciare la padrona, rimetterle i denti, arricciare, profumare, tingere le sopracciglia e le chiome in nero o in biondo giusta la moda, o adattarle la capellatura, venuta d'oltre il Reno, e cresciuta sul capo d'una sposa sicambra[197]. Ma guaj a voi se la dama, mirandosi nello specchio di terso argento, trova mal riparati i difetti o mal rilevate le sue bellezze! non che graffiature e morsi, ha in pronto uno spillo con cui vi trafigge il nudo seno; od ordina allo schiavo aguzzino che, sospesa la maldestra ornatrice pe' capelli, la sferzi finchè la incollerita padrona non dica basta. Ovidio, maestro a loro e storico a noi di sì ribalde galanterie, consiglia le dame a non farsi vedere in queste collere dagli amanti, per non perdervi del bello e in conseguenza dell'amore.
Ma già la dama è lisciata e impomiciata; già son collocati spilloni e fiori, già tondeggiate le unghie, già lavate le mani nel latte, e terse nelle chiome di elegante paggetto; indossa l'abito matronale uniforme, di bianca lana, frangiato d'oro o porpora, serbando le tuniche di colore per quando le entri il ruzzo di gironzare notturna, e farsi scambiare per liberta o per meretrice. Sfoggi pure in gemme e perle rapite alle straniere regine, portandosi addosso un intero patrimonio; carichi d'anelli ciascun dito eccetto il medio, variati dall'estate all'inverno, intagliati da artefici insigni, e comprati forse a prezzo dell'onestà; indi, avvolta nel manto, esca portata in lettiga da otto robusti schiavi ch'ella medesima trascelse al mercato, due altri la precedano correndo, due ancelle la ombreggino ai lati co' ventagli di code di pavone, e due paggi portino dietro i cuscini[198]. Così la dama s'inoltra ad amorosi convegni o a visite maligne, assiste ai giuochi gladiatorj, e colla mano di cui Catullo e Properzio cantarono le molli carezze, accenna al vincitore che deva scannare il vinto; o nelle lubriche cene rapisce gaudj furtivi, mentre il connivente marito calcola l'oro promesso al suo silenzio dal mercadante spagnuolo, generoso compratore dell'infamia[199].
Non con tali donne possono durare cari i legami di famiglia. Comunissimo dunque il divorzio, e non solo per sterilità, per litigi colla nuora, per impudicizia, ma pe' più frivoli motivi; Paolo Emilio allega unicamente che dalla moglie era stato offeso; Sulpizio Gallo, perchè uscita a capo scoperto; Antistio Vetere, perchè parlottò in segreto con una liberta vulgare; Publio Sempronio, perchè ita a'giuochi senza sua saputa. Cicerone ripudiò Terenzia dopo trent'anni di convivenza, perchè gli abbisognava una nuova dote onde spegnere i debiti; e Publia, perchè parve rallegrarsi della morte di Tulliola. Essa Terenzia fu di Sallustio, poi di Messala Corvino, poi di Vibio Rufo; Tulliola passò per tre mariti, e l'ultimo, Dolabella, la ripudiò incinta. Bruto, il virtuoso Bruto, rinviò Claudia per isposare Porcia; e Cicerone consultato il consigliò a far presto, per mettere termine alle dicerie, e mostrare che nol faceva per seguir l'andazzo, ma per unirsi alla figlia del savio Catone. Un famoso ghiotto fu sul punto di cacciar la sua, perchè in momenti critici visitò la cella de' vini, ch'e' temeva se ne inacidissero. Cajo Titinnio minturnese menò a bella posta la scapestrata Faunia, per espellerla poi come impudica, e tenersene la dote; nel che non pochi lo imitarono. Più spesso ancora separavansi d'accordo e senza verun titolo, o perchè già s'era contratto impegno con altri. Cesare ebbe tre mogli, Pompeo quattro, quattro Augusto, cinque o sei ciascun membro della famiglia di esso: e v'erano donne che contavano gli anni dai mariti, non dai consoli[200].
Conseguenza della servitù domestica era la prostituzione. La schiava era forse signora del suo corpo? oltrechè bramava o il favore dei padroni, o di farsi un peculio onde acquistare la libertà. Acquistatala, si trovava in miseria, avvezza alle blandizie signorili, e già malavviata dall'obbedienza o dalla speculazione; sicchè usufruttava i suoi vezzi, e l'abilità nel canto e nel suono. Così aprivasi un altro gorgo alle fortune dei figli di famiglia[201], ed alle spoglie che i soldati recavano dalle vinte nazioni. Nè si dica che solo il cristianesimo affisse merito alla castità, e che noi serviamo ai pregiudizj d'oggi nel farne colpa agl'idolatri. Conoscevano anch'essi il merito della virtù femminile, ma la esigevano soltanto dalle matrone; nè que' ritegni chiedeano alle liberte[202], le quali anzi diedero nome al libertinaggio.
Coteste non erano squisitamente colte come le eterie greche, ma assai più delle matrone; destinandosi queste a generare eroi, esse a dilettarli. La maggior parte erano nate schiave, e per la bellezza prescelte, salvandole dai lavori faticosi e degradanti. Educavansi all'arte di piacere col ballo, col canto, colla letteratura; tante cure adoprandovi, quante oggi a fare una grande cantatrice. Compagnie d'imprenditori profondevano somme per allevare una di codeste, la quale riuscendo poteva rifare al decuplo della spesa, ed esser fatta liberta da un amante, che alle voluttà voleva aggiungere quella di saper ch'ella poteva negarglisi.